
Regia – David Fincher (1995)
Il Day 10 della nostra challenge recita “City Slickers”, che io ho interpretato come horror urbano. Non credo esista un horror (sì, horror) più urbano di Seven, anche se non è ambientato in una città in particolare, anzi, proprio perché non è ambientato in una città in particolare, ma si svolge nell’idea platonica della grande città ostaggio di crimine e violenza; un luogo infernale in cui si può soltanto fare una brutta fine desiderando di andarsene. In realtà il film da qualche parte è girato (e grazie alla pizza, direte voi): si tratta di una Los Angeles dissimulata molto bene, anche grazie agli eventi atmosferici; il set viene battuto dalla pioggia per tutta la durata delle riprese, cosa che ha conferito al film l’aspetto livido e malaticcio che tutti gli attribuiscono. A volte succede che ciò che non scegliamo diventi la nostra più grande fortuna.
Con questo non voglio dire che l’estetica così precisa e marcata di Seven sia accidentale, tutt’altro. La pioggia ha aiutato Fincher (e il suo direttore della fotografia, quel mostro di Darius Khondji) a fare in modo che Los Angeles fosse meno riconoscibile, associata com’è al bel tempo, e a rendere più tangibile quel senso di disfacimento che permea il film. Tutto si sfalda sotto a una continua pioggia battente, tutto diventa grigio, tutto perde attrattiva e pare che sia prossimo alla fine. Ma non si tratta solo del perenne diluvio che caretterizza le scene in esterni di Seven (finale escluso): l’aspetto del film è studiato, voluto, ricercato in ogni minimo dettaglio, e ha segnato, in parte segna ancora, l’estetica del thriller e dell’horror contemporanei. Saw, per esempio, non esisterebbe senza Seven; tutto il filone torture porn non esisterebbe senza Seven. Vi ricordate quando, a un certo punto, ogni procedural cinematografico o televisivo aveva quella patina verde? Ecco, quella è l’onda lunga dell’influenza di Seven sul look di una grossa fetta del cinema di genere da metà anni ’90 a oggi.
Eppure Seven e la sua estetica arrivano da lontano, dagli anni ’70 per essere precisi, da The French Connection e da Klute, soprattutto, ma anche dagli anni ’80 e da Cops, in particolare per l’uso della macchina da presa posta sulle spalle dei protagonisti. La cifra è quella del realismo spietato, nell’illuminazione, nelle scenografie, nel mettere a nudo una città (non importa quale) che ha perso la propria connotazione umana ed è diventata un mattatoio a cielo aperto.
Fincher non è interessato al poliziesco in quanto tale, e si nota; al contrario è tutto preso dai personaggi, dal male puro sprigionato dal piano dell’assassino, che li mette in trappola come fosse una ragnatela. Se, ed è un’operazione praticamente impossibile, ma ci proviamo lo stesso, si pensa a Seven come puro scheletro narrativo, spogliato dall’intervento di Fincher, è un film che non dovrebbe funzionare per quanto pullula di cliché: il poliziotto stanco e anziano prossimo alla pensione, quello giovane, tutto istinto, rabbia e ambizione, la dolce mogliettina che lo aspetta a casa e ha rinunciato a tutto per stargli accanto, l’assassino imprendibile e sempre un passo avanti rispetto alla polizia, dall’intelligenza quasi sovrumana e metodico come un esattore delle tasse.
Poi arriva Fincher e stravolge questo impianto terribilmente classico, dandogli una portata esistenziale che va al di là della mera soluzione del mistery o del colpo di scena degli ultimi minuti. Che funziona, per carità, se ne parla da 28 anni. Ma funziona per come è stato preparato, per l’andamento da noir che Fincher ha impresso al suo film sin dalle prime inquadrature. È un noir sporco e violento, così pessimista e cupo da lasciare una traccia di disagio che si rinnova a ogni visione. Puoi conoscere Seven a memoria e ti farà sempre stare male, ed è un film che puoi rivedere decine di volte senza stancarti mai, proprio perché non è il meccanismo del giallo la sua ragione d’essere, e anzi, si svela da solo, mostrando come le indagini condotte dai due detective non facciano altro che girare a vuoto. Alla fine è John Doe che si presenta alla stazione di polizia, è lui che conduce il gioco ed è lui che lo vince.
Ecco, Seven è il racconto di un continuo affannarsi senza scopo, perché il nostro destino è già deciso: uno dei due protagonisti, Somerset (Morgan Freeman) ne è consapevole, l’altro, Mills (Brad Pitt) ancora no, e lo imparerà a sue spese.
Una vicenda crudele, che si svolge in un posto crudele, ma che mostra una profonda empatia per i suoi personaggi, un’intimità che viene stabilita tra loro e il pubblico grazie a una macchina da presa sempre vicina, intrusiva, che svela il lato più vulnerabile dei due poliziotti e ne lascia in ombra quello meramente istituzionale. Per forza il finale arriva con la violenza di una martellata in faccia: nonostante l’illuminazione gelida, gli interni luridi, i cieli plumbei e il fatalismo che si respira, Seven è un film di un calore umano quasi bruciante. Non vi fate ingannare da una presunta freddezza del cinema di Fincher: è una falsa percezione, forse dovuta al fatto che i suoi film sono granitici, ma non sono mai freddi.
Da brava bimba di David Fincher, Seven è stato il mio primo incontro con questo regista straordinario, credo uno dei migliori della sua generazione, se non il migliore.
Quando Seven ti prende da giovane, non c’è molto da fare, ti ci innamori. Credo che lo stesso Fincher abbia fatto un lavoro superiore qualche anno dopo con Zodiac, sempre per restare nello stesso filone, quello dei serial killer, ma Seven ha una potenza acerba, rabbiosa, unita a un controllo assoluto dei mezzi e dello stile, che si può solo ammirare in silenzio e restarne rapiti.










Non si può che essere d’accordo al 110%, soprattutto con la tua chiusa!
Tanta roba Seven, anche se secondo me avrebbe giovato un finale un po’ meno sguaiato… divertente che la città in cui si svolgono i fatti non venga mai chiamata per nome (per uno horror urbano, è un fatto curioso)!
Un film spettacolare, ammetto di preferirlo addirittura a Zodiac sia per la sua cattiveria che per la lunghezza del secondo.
“city-slickers” è la categoria che mi ha messo più in difficoltà in questa challenge; poi alla fine mi sono adagiato su un banale American Psycho.
Quando ripenso a Seven mi vengono in mente proprio il freddo, lo sporco, la tristezza… ma soprattutto i momenti in cui i personaggi si svelano nella loro umanità (la cena… il bar…). Mi bastava anche un finale meno estremo…
Il mio urban horror Day 10 è “Murder by decree” (Assassinio su commissione) di Bob Clark. E’ talmente freddo e talmente caldo al tempo stesso, oltre che magnifico da vedere, che forse non è così distante da Seven.
Besos!
Un filmone, adorato fin dalla prima volta che l’ho visto
il film è veramente bello (e inguardabile in certi punti)
ma ciò che mi colpisce è che sto seguendo alcuni blogger che fanno sta challenge -a modo mio pure io l’ho fatta- e ognuno ha inteso city slickers in modo diverso 😂😂😂