Quel che resta del 2022 in pillole (prima parte?)

Come abbiamo ripetuto più volte nel corso della classifica di Nuovi Incubi, il 2022 è stato un anno pieno di soddisfazioni per chiunque ami il cinema horror in ogni sua sfaccettatura, solo che questo blog se ne è perso una grande fetta, perché il 2022 è stato anche l’anno in cui la vostra affezionatissima non ce l’ha fatta a fare tutto. Però i film me li sono visti, per carità. Non ho avuto il tempo (e in alcuni casi la voglia) di scriverne, ma credo di avere una conoscenza abbastanza approfondita di ciò che è uscito nel corso dell’anno appena finito. Poi ci sono alcuni pezzi, anche parecchio grossi, del puzzle del 2022 che ancora mi mancano: non ho visto, per esempio, Crimes of the Future, perché quando ero riuscita a trovare uno spazio per andare in sala mi è venuto il covid, e io con Cronenberg ho sempre il solito problema di coglioni a stracciatella, quindi non mi è nemmeno venuta la fantasia di vederlo in casa. Ho perso pure Guadagnino, ma conto di recuperarlo il prima possibile, e magari su di lui ci scriviamo un post a parte. 
Qui ci troverete, invece, tutti quei film che ho trovato interessanti o addirittura bellissimi, e dei quali non ho avuto modo di parlare. Sono tanti, per cui l’idea è quella di smaltirne una parte oggi e un’altra lunedì, ma ormai non so nemmeno se sono in grado di far seguire un’idea alla sua applicazione pratica; da qui il punto interrogativo. 

Alcuni mi sono piaciuti molto, altri meno. Ve li metto nel solito ordine di gradimento che usiamo sempre nelle nostre pillole, tenendo presente che, se ne parlo, qualcosa di buono ce l’ho trovato, ecco. 
Partiamo da Nanny, che è forse il più complicato da affrontare: è piaciuto un sacco a tanta gente di cui ho una stima enorme, compresi la mia collega di podcast Marika e il signor Guillermo del Toro, e io ho dovuto vederlo in due sedute, perché (tanto vale metterla giù brutale) alla prima botta mi sono annoiata tantissimo. Poi, chiacchierando con Marika, mi sono convinta a dare a Nanny una seconda occasione e non me ne sono pentita: il film ha di sicuro una seconda parte più dinamica, un finale che dire splendido è poco, e un senso ultimo che, nonostante ci si arrivi in maniera faticosa, lascia scossa anche una cuore di pietra come me. Il problema, almeno secondo me, è che Nanny non comincia mai sul serio, almeno fino agli ultimi 20 minuti, quando di botto poi finisce. Ovvia considerazione: è più una raccolta di suggestioni che un racconto vero e proprio, però questo tipo di cinema con una narrativa estremamente scarna e disadorna è rischioso, e la regista Nikyatu Jusu, per quanto capace di creare delle sequenze oniriche e magiche di enorme impatto visivo, ancora non lo padroneggia del tutto. Ma è un esordio, e si fa il tifo per lei anche se il film non mi ha convinta pienamente. Lo trovate su Prime, quindi non ci vuole nemmeno troppo sbattimento per recuperarlo. 

Sempre su Prime e, come Nanny, di produzione Blumhouse, trovate un film del quale si erano perse le tracce da un paio d’anni, dalla sua presentazione al Sundance del 2020, per essere precisi. Pare sia stato in parte rimontato e siano state girate un paio di scene. È arrivato sulla piattaforma streaming di Amazon a fine ottobre, giusto in tempo per Halloween, e credo che se vi volete risvegliare o, semplicemente, riprendere dopo la visione di Nanny, Run Sweetheart Run potrebbe rappresentare proprio il tipo di divertimento disimpegnato, ma non stupido, per ammortizzare una visione così impegnativa. 
Diretto da Shana Feste, racconta di una giovane avvocata, Cherie (Ella Balinska) che accetta di andare a cena con un cliente del suo capo. La serata si rivela piacevole, anche se lui ha la faccia molto poco raccomandabile di Pilou Asbæk. E infatti, le cose degenerano e Cherie si ritrova a fuggire per tutta la notte lungo le strade di Los Angeles, inseguita da quello che si rivela essere uno psicopatico assetato di sangue. 
Run Sweetheart Run funziona esattamente al contrario di Nanny: ha una prima parte entusiasmante, piena zeppa di adrenalina, azione, e sequenze concitate e tesissime. Poi, oltre a durare una decina di minuti di troppo, ci piazza un colpo di scena che non so ancora bene come interpretare e che trasforma il tutto in un episodio di Supernatural. Però resta uno spasso e può vantare la presenza, in un piccolo ruolo, della grandissima
Shohreh Aghdashloo, che vale sempre da sola il prezzo del biglietto. 

E ora che vi siete messi tutti comodi e vi siete fatti quattro risate, preparatevi a prendervi una di quelle botte in testa da mandarvi all’altro modo per direttissima. Attenzione, perché il film che stiamo per affrontare va maneggiato con estrema cura, è di quelli che mordono e lasciano cicatrici. Sto parlando di Soft & Quiet, ennesima piccola produzione di casa Blumhouse (giuro che non lo faccio apposta), nonché esordio della regista Beth de Araújo. Da un punto di vista tecnico, Soft & Quiet ha la particolarità di essere tutto girato in un unico piano sequenza (anche se non è vero, ma è l’effetto complessivo che conta) e in tempo reale. Racconta di una maestra d’asilo e di un gruppo di sue amiche che passano un pomeriggio un po’ diverso dal solito. Più di questo non posso aggiungere, perché sono sadica e voglio che subiate lo stesso identico calvario che ho subito io. Vi dico solo che, dal momento in cui la protagonista Emily (Stefanie Estes) scopre una certa decorazione su una torta preparata per la riunione tra brave casalinghe americane, il film diventa un incubo soffocante dal quale è impossibile tirarsi fuori. Mi dispiace essere di così poche parole: Soft & Quiet meriterebbe una disamina attentissima e profonda, ne andrebbero analizzate tutte le implicazioni, bisognerebbe parlare di come abbia il coraggio di affrontare delle tematiche di una sgradevolezza inaudita e senza avere alcuna remora nel diventare, a ogni minuto che passa, sempre più ostico e respingente. Fa sembrare Funny Games una passeggiatina nel parco. Guardatelo, ma con tutte le cautele del caso. 

Chiudiamo con il meglio, e con il film che, se soltanto non lo avessi visto un giorno prima di incidere la classifica di Nuovi Incubi, starebbe in cima alla lista. Il problema è che Resurrection (di Andrew Semans) mi ha rotto tutte le ossa e non ho avuto il tempo di digerirlo, analizzarlo e magari rivederlo pure, prima di inserirlo nella mia top 10 già diligentemente compilata. Anche di questo film, meno sapete meglio è. O peggio, a seconda dei punti di vista. È la storia di Margaret, donna in carriera con figlia adolescente a carico, vita soddisfacente e molto ordinata. Un bel giorno, a un convegno, Margaret vede una persona, un uomo che appartiene al suo passato e, nello spazio di un battito di ciglia, la sua esistenza così precisa va in mille pezzi. A interpretare Margaret troviamo una Rebecca Hall per la quale credo di aver finito le parole, capace di insidiare a Mia Goth il podio per l’interpretazione dell’anno, mentre nel ruolo dell’uomo misterioso, David, c’è Tim Roth, che non è mai stato così odioso e malvagio. Chi sia David, perché il solo vederlo abbia causato in Margaret una reazione così violenta, lo scoprirete nel corso di un monologo lungo diversi minuti, e vi sembrerà di essere appena stati investiti da uno rullo compressore, monologo che cade quasi a metà film. Da lì in poi Resurrection è un’esperienza weird e allucinata che Alex Garland e il suo Men possono soltanto sognare. In effetti, Resurrection ha parecchi tratti in comune con Men, ma è del tutto privo del suo compiacimento e della sua prosopopea. Sarà perché, con tutte le stranezze con le quali prende a sberle lo spettatore, Semans è sinceramente interessato a raccontare la storia della sua protagonista, e di conseguenza le sta incollato addosso per un centinaio di minuti. 
Ecco, Resurrection è un’opera che illustra in maniera ineccepibile e maestosa il significato di manipolazione psicologica; è un Gaslight per il mondo contemporaneo, ed è doloroso come una coltellata e trionfante come un giudizio universale. 
Anche in questo caso, fate attenzione che morde. 

Un commento

  1. Nanny fa parte di quel filone di cinematografia woke (Get Out, Antebellum, His House), nella sua accezione più positiva; ma penso anche alla ripresa del movimento BLM o al notevole confronto fra Ta-Nehisi Coates e Coleman Hughes (sul risarcimento ai discendenti degli schiavi neri americani) da noi (comprensibilmente anche per distanze storiche) passato in sordina e che tenta di coniugare impegno politico e cinema. Niente di nuovo, è compito dell’arte (senza di essa “l’uomo si troverebbe senza memorie, senza storia, senza facoltà di riconoscere se stesso”); questo tentativo di impegno noi l’abbiamo declinato nella poetica neorealista del dopoguerra. Nanny è buon film (decisamente migliore del sopravvalutato Get Out e dell’incerto Antebellum; His House è più riuscito) con un prefinale un poco forzato ma attentamente preparato attraverso piccoli indizi e immagini ben confezionate; il finale, consolatorio, non aggiunge nulla se non conforto posticcio. Riuscito a metà.
    Run Sweetheart Run è l’ennesimo film femminista e, dopo esserci trovati davanti al pop fotograficamente saturo e sopra le righe di Promising Young Woman o allo straziante dolore (silente e brutale) di Violation questo vivace ed esile horror, che ha però il pregio di non prendersi troppo sul serio, non può che annoiare anche perché, dopo una prima mezz’ora – questa sì promettente (con l’interessante scelta registica di lasciare sempre fuori inquadratura la violenza) – il lungometraggio di Feste ci rovina la festa con la scelta di rifugiarsi in un noioso e ripetitivo gioco del gatto col topo a ruoli, infine (mavalà?), ribaltati con finale che ricalca, in sedicesimo, il female Avengers unite scene. Un po’ poco.
    Soft & Quiet (assieme a What Josiah Saw) è stata la felice sorpresa del 2022. Già dopo i primi minuti alcune considerazioni e consigli che Emily rivolge a un suo piccolo alunno e che hanno per soggetto la donna delle pulizie (ispanica) lasciano un poco interdetti. L’epifania della torta è un pugno sullo stomaco che disorienta, quasi mette ko ma nello stesso tempo inquadra e chiarisce le perplessità di cui prima. Viaggio di sola andata, da togliere il fiato sino all’ultimissima scena (letteralmente), il tutto girato in un unico piano sequenza (a proposito rispolverare Victoria, 2015). Disturbante.
    Condivido a pieno il giudizio che dai su Resurrection con l’incantevole ed eccelsa Rebecca Hall, il paragone con Men è perfetto così come il confronto impietoso con il lavoro di Garland: là dove la confezione estetica scadeva in spiegazioni estetizzanti e calligrafiche qui, viceversa, Semans come fa il carpentiere con malta e mattoni tira su – fotogramma dopo fotogramma – l’edificio del disturbo e della nevrosi: consapevole che la follia non si cela nelle fondamenta del palazzo ma nella piccola impercettibile crepa del muro. Da non chiudere occhio.

    Spero di trovare la seconda parte

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