Watcher

Regia – Chloe Okuno (2022)

Immaginate di essere in un paese straniero, di non conoscere affatto la lingua, di passare gran parte delle vostre giornate in solitudine, senza avere nessuno con cui parlare e senza avere quasi niente da fare. Sono condizioni perfette per sviluppare tendenze paranoiche: isolamento, vuoto esistenziale, la mancanza di uno scopo che non sia quello di aspettare il ritorno a casa di qualcuno. Non è il massimo da vivere, ma come ambientazione per un thriller che fa il verso al cinema della New Hollywood, un cinema che ormai è da considerarsi classico a tutti gli effetti, è l’ideale.
Chloe Okuno, regista nata nel 1987, ha alle spalle qualche cortometraggio, ma soprattutto il segmento migliore di V/H/S ’94, Storm Drain. Esordisce con questo film piccolissimo, con tre attori, un paio di esterni a Bucarest e un appartamento come set principale, che è arrivato per miracolo nei cinema italiani la scorsa settimana e, per la sottoscritta, è stato una vera rivelazione. 

Julia (Maika Monroe) si trasferisce con il marito Francis a Bucarest; lui ha ottenuto una promozione nell’agenzia di marketing per cui lavora, sua madre è rumena e parla perfettamente la lingua, sta molto a lungo fuori casa e Julia invece resta da sola, con molto poco da fare. Abitano in un appartamento con una grande finestra che dà su un cortile interno, e Julia è convinta che ci sia qualcuno, nel palazzo di fronte, che la spia e la segue quando esce. Francis non le crede, troppo preso da altre cose per darle retta, e Julia non ha nessun altro a cui rivolgersi. Intanto, a Bucarest, un serial killer chiamato il ragno, uccide donne introducendosi nelle loro case e decapitandole. 
Quello che bisogna capire, guardando Watcher, è che non si tratta di un film basato sul dubbio se la protagonista sia paranoica o abbia delle manie di persecuzione. È un punto molto importante da tenere a mente: non è un thriller con colpo di scena; al contrario, noi siamo insieme a Julia tutto il tempo, ne condividiamo la prospettiva (lei è sempre in campo, come Mia Farrow in Rosemary’s Baby) e Okuno ci chiede chiaramente di prendere le sue parti e di fare quello che (quasi) nessun personaggio è disposto a fare: crederle. 

Di conseguenza, Watcher ha uno sviluppo molto lineare e anche prevedibile, perché il suo intento è quello di mostrarti l’orrore quotidiano che vive una donna quando è costretta ad affrontare l’incubo di uno stalker da sola, perché ogni sua rimostranza, ogni sua richiesta di indagare più a fondo, ogni sua legittima paura vengono bollate come le invenzioni di una pazza che non sa bene come impiegare il proprio tempo: capricci, spauracchi da bambini che temono il buio, mostri nascosti nell’armadio, sciocche fantasie e via così. Roba da liquidare con un’alzata di spalle, una battutina, un sorrisetto accondiscendente.
“Sembro paranoica?” Chiede Julia alla sua vicina di casa, che è l’unica persona a darle retta. 
“Meglio sembrare paranoica che essere stuprata e strangolata e morire con le parole te l’avevo detto sulle labbra”
Parafrasando quello che è diventato il motto di questo blog, certe volte essere paranoica è tutto ciò che resta a una donna. 

Quando sei costretta, per il solo fatto di esistere, a guardarti alle spalle ogni singolo istante della tua vita, la paranoia diventa una condizione naturale. E io credo sia questo il nucleo concettuale del film, mostrare come anche le azioni più banali come andare a fare la spesa, prendere la metropolitana, andare al cinema, possano trasformarsi in altrettanti momenti di assoluto orrore. Okuno è bravissima a raccontare tutto questo, costruendo la messa in scena, i tagli delle inquadrature e il montaggio in maniera tale da non far mai essere al sicuro la sua protagonista. Il senso di pericolo è palpabile e, soprattutto, costante. Difficile che sia così per tutti gli spettatori, perché si tratta di percezioni soggettive, ma io a guardare Watcher mi sono spaventata tantissimo, e non soltanto perché ci sono almeno tre jump scares così ben piazzati che ti prendono davvero alla sprovvista, ma perché è l’impianto visivo del film a essere sinistro e minaccioso.

L’uso del fuori fuoco e del buio alle spalle di Julia, così da creare uno spazio indefinito all’interno del quale potrebbe esserci chiunque; l’espediente di isolare Julia e tenerla sempre un po’ a distanza rispetto agli altri personaggi; l’insistenza sulla falsa soggettiva mentre la protagonista cammina per strada o si trova nel suo appartamento vicino alla finestra, a darci l’impressione che ci sia sempre qualcuno che la spia; i primissimi piani sullo sguardo terrorizzato di una bravissima Maika Monroe, che domina il film con la sua presenza e lo regge in lunghe sequenze senza dialoghi e con soltanto in lei in campo per diversi minuti. Tutto concorre a creare un senso di angoscia e di oppressione, a dare la sensazione di trovarsi in una trappola che ci si sta chiudendo intorno.

Aggiungete anche un sonoro montato con una raffinatezza rara, in particolare in un momento in cui, a causa dello streaming e della fruizione casalinga, l’impatto sonoro di un film è diventato quasi una faccenda superflua, a cui non si presta più troppa attenzione. E invece Watcher con i rumori d’ambiente, con le musiche (diegetiche e non) costruisce una buona fetta del proprio successo. Infatti il consiglio è di vederlo in sala e possibilmente in un cinema con un ottimo impianto, per goderselo appieno, nonostante i dialoghi siano appiattiti dal solito doppiaggio da ergastolo, e anche l’audio originale sia messo sotto le voci per un’abitudine tutta nostra di massacrare le colonne internazionali. Ma questa è un’altra storia. 
Girato con l’eleganza di un thriller a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, Watcher è un esempio di cinema spartano ed essenziale, con le idee estremamente chiare e con un impianto concettuale che è supportato, spinto e reso palese da quello visivo. Okuno è appena all’esordio, è ancora molto giovane, ma sa perfettamente quello che vuole e come ottenerlo. 
Non ho ancora visto Nope, ma Watcher rischia di scalzarmi Ti West dal cuore. 

3 commenti

  1. E tradiresti Ti West così, dopo tutti questi anni? Ma non anche Jordan Peele, eh? 😜
    Cinema spartano ed essenziale (dove la cosiddetta paranoia può essere la sola cosa a salvarti la vita)… Così, a pelle, questo film di Okuno mi sembra un ottimo esordio 👍

  2. È un ottimo thriller che ho apprezzato molto, lei strepitosa e l atmosfera opprimente funziona alla grande .. forse il soggetto è un po’ stiracchiato per un film di 90 minuti, lo avrei visto meglio come un episodio di un’antologia, ma avercene di film così 😊👍

  3. Visto diversi mesi fa, dunque il ricordo può essere sfuocato ma il dubbio che la paranoia di Julia fosse più o meno fondata (e dunque un tema) mi sembrava invece palese. Come palpabile la solitudine anche dovuta alla lingua e al genere della protagonista che si prestavano bene a rafforzare questo dubbio nello spettatore (ricordo un corto, The three men you meet at night: quel senso di precarietà e terrore con un protagonista maschile non sarebbe credibile). Poi una Bucarest post-sovietica (alla Them sebbene con tematiche differenti) e il paternalismo del marito distratto rafforzavano questa sensazione dove certezza e soggettività si rincorrevano a vicenda.

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