Horror 2000: La Casa dei 1000 Corpi

Regia – Rob Zombie (2003)

Come è stato detto qui decine di volte, soprattutto parlando di remake, l’horror dei primi 2000 ha lo sguardo rivolto al passato e, nello specifico, agli anni ’70. I motivi, pure quelli, sono stati dibattuti qui in svariate circostanze e quindi non mi ripeterò, e tuttavia una cosa, secondo me, è molto importante da ribadire e da sottolineare, a costo di sembrare una vecchia zia un po’ rimbambita: quella proposta dai vari rifacimenti di inizio millennio è una versione del cinema anni ’70 filtrata, per forza di cose direte voi, dal gusto estetico contemporaneo; ma non si tratta solo di questo, non è puramente un fatto di patina o di stile visivo, o meglio, lo stile dice tanto dell’approccio dei grandi studi a una tipologia di horror nata e sviluppatasi in modo indipendente: film girati in cortile, tanto per essere chiari, film sporchi, non addomesticati; il New Horror e la exploitation sono cinema da guerriglia, mentre i remake del 2000 sono cinema conservatore. Ora, la posizione del debutto dietro la macchina da presa di Rob Zombie è abbastanza complessa, soprattutto perché, da un punto di vista cronologico, La Casa dei 1000 Corpi arriva in anticipo su tutti gli altri rimandi più o meno nostalgici agli anni ’70. Arriva prima, ma esce lo stesso anno di Wrong Turn, The Texas Chainsaw Massacre e di Alta Tensione che, nonostante sia europeo, fa parte del mucchio. Anno molto particolare, il 2003. 

Le riprese del film, di produzione e distribuzione Universal, infatti finiscono nell’ottobre del 2000, ma poi è la Universal stessa a mettere La Casa dei 1000 Corpi in archivio senza distribuirlo; non ha un’idea precisa di cosa farci, è troppo violento, teme che si becchi l’NC-17 e che sia un flop. Il risultato è che l’esordio di Zombie passa da un distributore all’altro, prima di approdare finalmente alla Lions Gate e arrivare in sala a marzo del 2003. Gli incassi sono anche molto al di sopra delle aspettative: 16 milioni di dollari solo negli Stati Uniti, a fronte di un budget che oscilla tra i 4 e i 7, a seconda di come gira a Zombie nelle interviste. I critici lo fanno a brandelli, ma il pubblico sembra gradire; la famiglia Firefly diventa qui un’importante icona dell’horror del XXI secolo, anche se la sua consacrazione definitiva avverrà nel 2005. Ne parleremo, prima o poi in maniera approfondita. Qui diciamo solo che The Devil’s Rejects è La Casa dei 1000 Corpi spogliato dai difetti e con i pregi pompati a tutto volume. 

Io non so se Zombie avesse intuito in anticipo l’aria che stava per tirare nell’horror americano o se si tratta soltanto di un ragazzino troppo cresciuto a cui viene inaspettatamente data una manciata di milioni per mettere in scena le cose che gli piacciono. L’immaginario della musica di Rob Zombie è chiarissimo, i videoclip da lui diretti pure. Tutto si può dire di Zombie tranne che non conosca bene l’horror e la sua storia, e non soltanto l’exploitation, ma l’intero spettro dalle origini a oggi, con una predilezione per i vecchi classici in bianco e nero, se vogliamo dirla tutta.
Fatto sta che La Casa dei 1000 Corpi, che doveva essere solo un’attrazione per Halloween degli Universal Studios, è l’unico film del periodo davvero capace di cogliere e riproporre la nastiness tipica dell’exploitation anni ’70. Non soltanto, ma la riproduce fedelmente in molte sezioni del film, quelle più riuscite. La Casa dei 1000 Corpi funziona a meraviglia quando è sporco, sgradevole, malvagio e un po’ camp; funziona molto meno quando Zombie si mette a fare i suoi videoclip metallari in un film che, per vicenda narrata e atmosfera, dovrebbe puntare a tutt’altro tipo di resa visiva. 

“Nobody gives a shit about the kids”
Nel corso degli anni, Zombie si è smarrito perché un po’ troppo preso a specchiarsi in se stesso, e pure perché idolatrato da un gruppo parecchio agguerrito di fan disposti a perdonargli qualunque cosa, però non è mai stato un cretino. Almeno nella prima parte della sua carriera da regista, fino ad Halloween del 2007 compreso (a metà), sapeva esattamente cosa dare al pubblico di appassionati di cinema horror, sapeva che era arrivato il momento di creare dei nuovi bogeymen, una nuova mitologia. Se non se li fosse persi per strada, o anche soltanto se la serialità nell’horror fosse rimasta simile a quella di 30 anni prima dell’uscita del suo esordio, ora forse staremmo qui a parlare di almeno una decina di film con i Firefly protagonisti. E badate bene, protagonisti. La differenza tra questo film e il suo seguito non sta nel passaggio da antagonisti e protagonisti: i Firefly sono sempre i personaggi principali, cambia la prospettiva, non il ruolo. Se pensiamo a cosa c’è di memorabile ne La Casa dei 1000 Corpi, l’unica risposta possibile è Captain Spaulding, Otis e Baby, ai quali io aggiungo Mamma Firefly, ma soprattutto per affetto personale nei confronti di Karen Black. 

Anche in questo Zombie si dimostra lungimirante. O retro, a seconda del vostro punto di vista: negli anni ’90 Scream opera quel ribaltamento di campo per cui non è più il mostro di turno ad avere un peso nell’economia del racconto. Anzi, diventa intercambiabile e la storia non è più la sua. Zombie non soltanto riporta al centro il cattivo, l’assassino, l’uomo nero, ma compie quel passo ulteriore in avanti che sarà poi portato a compimento, tanto per fare esempi eclatanti, nei vari sequel di Saw: rende le vittime irrilevanti. In questo film in particolare lo fa togliendo di mezzo la nozione di final girl. Non sto emettendo giudizi di valore, non sto dicendo che sia giusto o sbagliato. Sto cercando di inquadrare il film nel contesto e tentare di capirne la portata, nonostante sia viziata dai quasi 3 anni di ritardo nella catena distributiva. Soprattutto, sto cercando di analizzare quale sia la prospettiva di Zombie rispetto a quanto scritto in apertura: è sovversivo come i modelli cui si ispira o reazionario come gran parte dell’horror del periodo?

Non è una risposta semplice, perché non credo ci sia una risposta univoca. Prendiamola alla larga: La Casa dei 1000 Corpi, come del resto Non Aprite quella Porta, non è uno slasher. So che il tema è oggetto di lunghi ed estenuanti dibattiti, ma sono ragionevolmente convinta di ciò che dico: se partiamo dal presupposto che il cinema americano alla fine è sempre western mascherato da qualcos’altro, allora lo slasher può essere considerato il corrispettivo dell’assedio al fortino, mentre la razza a cui appartiene il film di Zombie è l’assalto alla diligenza. Stiamo semplificando, ma alla fine è tutta una questione di minaccia interna o esterna. In Non Aprite quella Porta, Le Colline Hanno gli Occhi, e tutta quella schiera di film a cui La Casa dei 1000 Corpi fa riferimento, si vede un gruppo di persone entrare in un territorio ostile e fare una brutta fine. Il territorio in questione, nel film di Zombie, appartiene ai Firefly, è casa loro, e gli intrusi sono considerati alla stregua di insetti da schiacciare o di carne da sacrificare alla pseudo-divinità del sottosuolo, il Dr. Satan. 
Sì, Otis ciancia discorsi confusissimi e anarcoidi prima di infierire sui corpi delle persone che uccide, ma quella è tutta scena, è ciarpame da satanic panic. Il nucleo centrale, la verità nascosta dietro tutti questi orpelli che sono pura estetica, è che esiste una geografia alternativa del Paese, una serie di luoghi non segnati sulle mappe, situati su strade che non vanno da nessuna parte, e dove si può soltanto incontrare la morte. 

In altre parole, la civiltà è un costrutto estremamente fragile e aleatorio, la sicurezza un’illusione e il viaggio, dai tempi di Easy Rider, si conclude con un bifolco che ti spara in faccia. “È tutto vero, l’uomo nero esiste e tu lo hai trovato”. Così dice Otis a uno dei ragazzotti terrorizzati. 
Ma c’è una differenza tra i mutanti di Aja, Jigsaw l’inquisitore puritano, le decine di assassini annidati negli angoli più nascosti dell’America del torture porn, e i Firefly, una differenza che sta tutta nella loro natura assolutamente caotica, disordinata, nel loro agire senza movente e senza senso, in quella spinta a distruggere e radere al suolo ogni cosa per il puro gusto di farlo che è tanto spaventosa quanto attraente perché sfida la logica, sfida la nostra tendenza a trovare una motivazione a tutto. L’elemento di puro caos sarà addirittura accentuato in The Devil’s Rejects, ma già qui è una forza dirompente, e un vuoto di senso così estremo io, almeno nel cinema americano del periodo, non sono più riuscita a trovarlo. Forse è questo a distinguere sul serio La Casa dei 1000 Corpi dai suoi vari colleghi sparsi per il decennio e forse è questo che ha colto Rob Zombie della furia iconoclasta dell’horror anni ’70: è una cosa che ha soltanto lui e credo gliene vada dato atto, anche a prescindere dall’opinione che possiamo avere su questo esordio, pieno di difetti, ma ancora oggi potentissimo. 

4 commenti

  1. Indubbiamente uno dei più bei Splatter Movie degli ultimi 20 anni!!!!!
    Malatissimo, violentissimo, sanguinolento, scorretto e sporco…Indubbiamente come dice Wolowitz (The Big Bang Theory) La fiera dello Splatter

  2. Giuseppe · · Rispondi

    La mia opinione su quest’esordio (e includiamoci anche il sequel) come già sai è assai positiva 👍
    Peccato che Zombie la sua vena iconoclasta (così in sintonia con l’horror anni ’70 qui omaggiato) l’abbia persa quasi subito: credo avrei preferito di gran lunga la serializzazione della famiglia Firefly piuttosto che vederlo poi smarrirsi in progetti al di là della sua portata (Halloween compresi)… Purtroppo anche 31 e 3 from Hell, alla fine, rimangono soltanto dei singoli ritorni di una fiamma non più brillante come un tempo.

    1. Vediamo cosa combina ora con i Munsters. Io ci spero, sinceramente!

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Anch’io (incrociamo le dita)…

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