Horror 2000: Session 9

Regia – Brad Anderson (2001)

C’è stato un momento, intorno all’inizio del secolo, in cui si pensava con un certo grado di convinzione che Brad Anderson sarebbe stato il prossimo John Carpenter o giù di lì. Era, come abbiamo detto tante altre volte, un momento abbastanza complicato e confuso per l’horror, soprattutto americano, uscito dagli anni ’90 con le ossa rotte e smarrito nella perpetuazione stanca di tropi sempre uguali. Succede spesso che un regista a digiuno del genere riesca a portare una ventata di novità in un ambiente stantio. Sì, perché Anderson arriva dalla commedia romantica, e soltanto dopo sarebbe diventato una presenza fissa tra alti (pochi) e bassi (tanti) nel cinema horror, proprio grazie a questo film, che lo consacra come promessa, purtroppo non mantenuta.
Session 9 è un’opera a basso costo,  in un livido e slavato digitale dei primi anni del 2000, ma è uno dei casi rari in cui questa povertà non rappresenta un impedimento, ma al contrario contribuisce ad appesantire l’atmosfera generale, donando un tocco di verità alla vicenda. Possiede un look da found footage senza essere neanche per sogno un found footage e, più di ogni altra cosa, è girata nel posto giusto. 

L’ospedale psichiatrico statale di Danvers è stato aperto nel 1878 e ha chiuso definitivamente i battenti nel 1992, dopo un declino durato diversi anni. L’edificio, nonostante fosse considerato di importanza storica è poi stato demolito nel 2007, e già nel 2001 era per larga parte inagibile e mezzo pericolante. Anderson e la sua troupe hanno potuto effettuare le riprese soltanto in una piccola parte di esso, eppure, a sentire le testimonianze degli attori, non è stato facile e non è stato per niente rilassante. E non perché non venissero rispettate le misure di sicurezza, ma perché c’era qualcosa in quel posto che spaventava più o meno tutti. 
Di conseguenza la tensione palpabile, l’idea non tanto campata in aria di essere in un posto che non ti vuole, sono sì parte della finzione scenica, ma sono anche reali, sono sentimenti vissuti da chi era lì per lavorare, esattamente come i nostri cinque personaggi principali, operai incaricati di ripulire l’ex ospedale dall’amianto prima che venga ristrutturato. 

Perché in effetti, Session 9 è un film in cui, almeno fino agli ultimi dieci o quindici minuti massimo, non succede quasi nulla, o meglio, succede l’ambientazione e succede l’effetto che essa ha sui personaggi, che ne rimangono, chi più chi meno, storditi e, in un certo senso, soverchiati, la subiscono ma non se ne possono andare, pena la perdita di un lavoro di cui hanno bisogno tutti e che si sono anche impegnati a portare a termine con delle tempistiche folli. Certo, sono cinque individui molto concreti, non sono tipi impressionabili e non sembrano nemmeno particolarmente ricettivi al soprannaturale. È, insomma, una storia molto più interessante della classica vicenda del gruppo di studiosi del paranormale alle prese con la casa infestata, ma è comunque una variazione sul tema della casa infestata; per dirla con le parole di Stephen King (che non sto citando a caso), del “brutto posto”.

Più che sperimentare strambi fenomeni, i nostri cominciano a battibeccare e a non fidarsi più gli uni degli altri, che per un gruppo di persone forzate a condividere uno spazio per parecchie ore, non è proprio la condizione ideale. Ci sono dei contrasti pregressi all’arrivo nell’edificio, ma deflagrano durante la settimana di lavoro, perché la pessima influenza del postaccio affligge tutti, e non soltanto Gordie, interpretato da Peter Mullan, subito caduto vittima del perfido genius loci che infesta il manicomio. O almeno, questa è la mia interpretazione preferita di un film che si presta a parecchie chiavi di lettura. Da un punto di vista concettuale, a me la spiegazione soprannaturale è sempre sembrata più coerente con la messa in scena e con l’uso che dello spazio fa Anderson: se poni tanta enfasi sull’inquietudine suscitata dal luogo, è abbastanza vigliacco giocare la carta psicologica come colpo di coda. C’è sicuramente una forza malvagia all’opera nell’ospedale di Danvers. Che poi si vada ad attaccare come un parassita a chi è più fragile per vari motivi, non è affatto in contraddizione con le sue origini ultraterrene, anzi. 

Non è un caso se una delle principali fonti di ispirazione di Anderson è Shining, e in particolare l’idea della pressione che può esercitare sulla mente un posto che porta in sé un qualcosa non di questo mondo, o che di per sé non vi appartiene del tutto. Come l’Overlook Hotel, e anche come la solita Hill House che ormai ce la giochiamo sempre tipo jolly, il Danvers è una terra di confine e, tra le sue mura scorticate, qualcuno attende che arrivi un contenitore, una mente predisposta ad accogliere il male. Gordie è perfetto, forse perché non dorme, forse perché si sta accorgendo che la recente paternità non era quello che desiderava davvero, forse perché lo stress dovuto al lavoro lo sta divorando dentro, forse per un insieme di tutti questi carichi. Fatto sta che cede alla seduzione del genius loci, dello spirito del luogo, non appena vi mette piede e, anche se noi ancora non ne siamo consapevoli, da quel momento in poi è già spacciato. Tutti lo sono. 

Non rivedevo Session 9 da una vita, e me lo ricordavo diverso. Spaventoso sì, ma diverso. Per esempio, la mia memoria ne aveva conservata un’immagine molto più scura, quando invece è un film quasi tutto girato di giorno e usa il buio con estrema parsimonia, ma quando decide di usarlo, ti fa accapponare ogni centimetro di pelle del corpo; non si avvale di quasi nessun trucco tipico del genere per mettere a disagio o far paura allo spettatore; è terrorizzante in una maniera che definirei naturale, nel senso che si limita a esserci per creare uno stato costante di orrore. È, in pratica, tutta atmosfera, tutto studio e sfruttamento della location, con una gestione millimetrica del mistero e un occhio di riguardo alle dinamiche tra i personaggi, rese in maniera tale da non farti mai capire fino in fondo (se non con la rivelazione degli ultimi minuti) chi tra loro sta mentendo, chi sta sabotando lo svolgimento dei lavori e chi, come la Eleanor di Hill House, si è perduto nei corridoi dell’ex manicomio per non fare più ritorno. 

Con il suo cast interamente al maschile (l’unica donna la si intravede a stento e ne sentiamo a malapena la voce), dice tante cose interessanti sulla mascolinità, sul modo che hanno gli uomini di interagire tra di loro, sulla difficoltà di esprimersi, sull’amicizia fatta di non detti e di emozioni sempre negate e trattenute, e sull’esplosione inevitabile di questa atroce repressione dei sentimenti, positivi o negativi non ha molta importanza. Forse nel 2001 ancora non si usava spesso il termine mascolinità tossica, però qui di elementi tossici ce ne sono quanti ne volete e sono anche analizzati con cura e consapevolezza. 
Session 9 è una piccola perla di inizio secolo, un raro esempio di cinema gotico quando il gotico era stato cacciato a calci dal genere per fare spazio ad altro, un horror sofferto e riflessivo in un momento molto superficiale e rumoroso. Non ne incontreremo molti di horror così, nel corso di questo viaggio appena intrapreso, quindi conviene tenercelo stretto, e sperare che, prima o poi, Anderson torni a questi livelli. 

7 commenti

  1. I luoghi hanno una memoria,assorbono come una spugna la negatività che vi si è riversata nel corso del tempo,e per quanto possiamo credere di esserne immuni,determinati posti in qui sono accaduti eventi orribili,sono sempre in grado di mettere profondamente a disagio fisicamente e mentalmente le persone più sensibili anche se non lo ammettiamo,se possa esistere oltre a tutto questo una presenza impalpabile che vi dimora è parte del mistero,e “Session 9” è davvero un ottimo film perchè racchiude tutti questi elementi in una cornice estremamente inquietante!

  2. È l’unico horror che mi ha DAVVERO messo paura negli ultimi 15 anni. Lucia facci la tua top 5 attuale di scariness!

    1. Ma io non ce l’ho una top 5, soprattutto perché per quanto mi riguarda, il fattore scariness non è dirimente per giudicare la bellezza di un horror. Nel caso di Session 9, sarebbe bellissimo anche se non facesse paura per niente, perché è la storia a essere interessante.

  3. Blissard · · Rispondi

    Lo vidi tanto tempo fa in VHS (che dovrei avere ancora da qualche parte) e mi lasciò addosso talmente tanta inquietudine da togliermi ogni voglia di rivederlo. Anche io lo ricordo buio, e ricordo anche che lo considerai l’horror più efficace (dopo L’esorcista) tra quelli che miravano a perturbare con il sonoro.

    1. Ma infatti questa cosa che tutti ce lo ricordiamo al buio, quando le sequenze in cui usa l’oscurità sono pochissime, ma talmente efficaci che ti restano impresse e determinano il film, è parecchio bizzarra.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        C’è una spiegazione semplicissima: è il genius loci di quell’ex-manicomio maledetto a volere che lo ricordiamo tutti così 😛
        Tornando seri, è davvero un peccato che Anderson si sia così perso per strada… se ci pensi, poi, parlando di Carpenter, il lavoro di Brad per certi versi sembra quasi essere un’anticipazione di The Ward (e anche in quel caso, ti dirò, la semplice spiegazione “razionale” dell’accaduto mi è sempre andata stretta) 😉

  4. Andrea Lipparini · · Rispondi

    Lo andammo a vedere al cinema attirati dal trailer…e siamo rimasti pietrificati, piacevolmente intendiamoci…un film che va visto e rivisto perché è talmente denso e terrificante che molte cose possono sfuggire..a mio avviso uno degli horror più riusciti degli ultimi vent’anni.. bellissima analisi.

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