Resident Evil: Welcome to Raccoon City

Regia – Johannes Roberts (2021)

Il controverso rapporto tra gli adattamenti cinematografici di Resident Evil e i fan del videogioco si può riassumere così: “E quanti cazzi!”. Che poi è una costante nei controversi rapporti dei vari fandom con qualunque cosa sia oggetto del loro fandomare. Se i film di Anderson non andavano bene perché non somigliavano abbastanza al gioco, questo neanche va bene perché gli somiglia troppo e allora è “solo fan service, signora mia”. Anche se, in realtà, pure Welcome to Raccoon City, a ben guardare, non gli somiglia abbastanza perché come si permette di comprimere le complessissime e profondissime trame dei due primi capitoli in 100 minuti scarsi di film?
Insomma, e quanti cazzi! Io, che sono una persona semplice e purtroppo sono anche abbastanza anziana da ricordarmi i primi due Resident Evil, mi sono limitata a godermi questo stronzissimo B movie per ciò che è: un ripescaggio da qualche cestone dei DVD in offerta a poche lire alla fine degli anni ’90, tuttavia impreziosito dalla presenza di due attici (Kaya Scodelario e Hanna John-Kamen) che dovrebbero girare filmacci d’azione uno dietro l’altro, e avere pure una saga buddy movie tutta per loro, se solo questo fosse un mondo giusto. Inoltre, quando c’è Roberts dietro la macchina da presa, ci sono sempre anche io, per partito preso. 

Ciò premesso, il nuovo Resident Evil ha parecchi problemi, e sono tutti dovuti alla necessità di allontanarsi dalla strada battuta da Anderson a partire dal 2002 (sì, sono passati 20 anni, sì, siamo decrepiti), che era stata quella di riprendere alcuni elementi sparsi del gioco e costruirci sopra una vicenda a parte. Anche la natura da survival horror era accantonata in favore di un approccio più fantascientifico e hi-tech. Piaccia o no, questa impostazione ha generato una serie lunga la bellezza di sei film, e credo sia anche lecito interrogarsi sulla necessità di un reboot. Ma chi sono io per oppormi all’ennesimo sparatutto a base di morti viventi?
Nessuno, appunto. 
Anderson, che è un furbone, rimane comunque saldo alla produzione del film, e tuttavia la sensazione è quella di un continuo rettificare il lavoro svolto in passato, per puntare a soddisfare le aspettative dei “veri fan” del gioco, rimasti sempre delusi dai vecchi adattamenti. E così, ogni volta che entra in scena un personaggio, tocca ripetere venti o trenta volte il suo nome, perché il riconoscimento sia più facile; ci sono vari inside joke sparsi per tutto il corso del film, incomprensibili per chi non ha mai giocato, ma messi lì per far sospirare di nostalgia gli appassionati ormai avanti con gli anni; c’è una ricostruzione meticolosa di scenografie e oggetti, molto bella da vedere, questo sì, ma che va a discapito della resa generale del film, e per un motivo molto semplice: giocare e guardare un film sono esperienze molto differenti, e il linguaggio cinematografico non dovrebbe appiattirsi, ma tentare di differenziarsi.

Infatti, Resident Evil funziona molto bene quando fa di testa sua, quando Roberts molla gli ormeggi e si diverte a elargire cafonate di un certo livello al pubblico pagante: c’è, per esempio, il miglior utilizzo di una canzoncina pop anni ’90 dell’intera storia del cinema, messa al servizio della follia pura e del disprezzo di ogni forma di verosimiglianza, in una sequenza che fa il paio con quella della piscina di The Strangers: Prey at Night. Dato che Roberts è bravo, uno di quei professionisti della serie B che stanno diventando una razza in estinzione, sa perfettamente fino a dove può spingersi, e si ritaglia questi momenti di puro cinema spazzatura (detto in senso buono), che magari non saranno una gioia per chi vuole vedere il proprio videogioco dell’adolescenza rifatto pari pari in sala, ma lo sono per chiunque ami quell’horror smargiasso e caciarone che non sarà per gente di raffinata, ma ogni tanto fa bene all’anima e va preservato a costo della vita.

Altro problema del film sono i dialoghi di legno, in parte dovuti a un adattamento in italiano (e conseguente doppiaggio) da gogna sulla pubblica piazza per chiunque sia stato coinvolto nello scempio, in parte sempre causati dall’elefantiaco fan service: se, quando Jill Valentine entra in campo, devi ripetere cinque volte che quella è Jill Valentine, proprio lei, ma davvero Jill Valentine, la Jill Valentine di Resident Evil, non un’altra Jill Valentine, il minimo che può capitare è che la scorrevolezza delle battute ne risenta. E anche in questo caso, a salvare la baracca arriva il mestiere di Roberts, che usa la sceneggiatura con la grazia di un ippopotamo strafatto di cocaina e riduce il parlato al minimo indispensabile, a un puro strumento per passare quelle informazioni che proprio non puoi fornire visivamente. Quando i personaggi ci fanno il favore di stare zitti, Resident Evil è una meraviglia: spaventa ed esalta come ogni B movie con gli zombi che si rispetti dovrebbe fare; miscela ottimamente atmosfera e azione, piazza lì quei due o tre jump scare che proprio non vedi arrivare, perché in certe circostanze, il salto sulla poltrona non è solo dovuto, è necessario, e si prende persino il lusso di giocare con lenti, fuoco, tagli di montaggio arditi, movimenti di macchina barocchi. 

Una cosa che mancava completamente nei film di Anderson e che qui è invece resa molto bene è la dimensione survival di Resident Evil, quei passaggi nei corridoi bui infestati da morti viventi e altre simpatiche creature che ci faceva trattenere il fiato quando giocavamo al buio e a rischio infarto in giovane età, intorno al 1998 o giù di lì. Ecco, il modo in cui Welcome to Raccoon City riesce a mutuare questa componente dal videogioco, senza tuttavia snaturare il media cinematografico, è esemplare, a mio avviso, di come si dovrebbe sempre affrontare una trasposizione da un linguaggio all’altro. L’uso delle fonti di illuminazione, siano esse torce elettriche o un accendino, nei momenti più concitati è un’ottima sintesi tra i due mezzi espressivi, e dà vita ad alcune tra le scene più ansiogene del film. Quando Resident Evil trova questa sintesi, e non soltanto come mera resa estetica, ma anche in alcuni espedienti narrativi (i dobermann mutati, per esempio), l’esito è molto felice; quando si limita a cercare di replicare senza un minimo di rielaborazione i dettagli più scontati del videogioco, fallisce.

Resta ancora una domanda da porsi: non è che tutta l’operazione è un po’ fuori tempo massimo? Capisco che stiamo vivendo in pieno l’ondata nostalgica per gli anni ’90, però a chi è esattamente rivolto un film concepito in questo modo? Considerando che gli incassi sono, purtroppo, deludenti, allora forse davvero oggi non se lo ricorda più nessuno Resident Evil, a parte uno sparuto gruppo di irriducibili che il film lo disertano o ne parlano male comunque perché non corrisponde fotogramma per fotogramma ai loro desiderata. 
Voi sapete che questo blog difende, dal lontano 2011, il sacrosanto diritto al cazzeggio cinematografico come forma quasi sovversiva di opposizione alla sobrietà e alla serietà, quindi a me non sarebbero affatto dispiaciuti una sfilza di sequel con Scodellaro e John-Kamen a scambiarsi battutacce improbabili per 90 minuti. Anche perché questo film è costruito per essere l’inizio di un qualcosa che, con ogni probabilità, non si concretizzerà mai.
E quindi, se anche voi ogni tanto di film così ne avete un disperato bisogno, andatelo a vedere, sullo schermo più grande che riuscite a trovare, con un gruppo nutrito di persone a farvi compagnia e un secchio di pop corn formato gigante da sgranocchiare. Se in sala uscissero soltanto film come questo Resident Evil, il cinema sarebbe un luogo squallido e triste, ma se smettessero totalmente di uscire, forse sarebbe ancora più squallido e triste. 

8 commenti

  1. Ooooo e qui ci divertiamo! Allora questo film l’ho visto in sala e mi sono divertito un sacco,lo sai Lucia cos’e la parte piu divertente delle stroncature pesantissime che ho letto in giro nei confronti di questo coattissimo intrattenimento horror? Allora io personalmente sono legatissimo al Resident Evil di Anderson che per me e un mito del puro intrattenimento che se ne frega del fandom internettiano,per qui come vedi nella mia semplicita mi sono goduto alla grande sia la versione Anderson che quella Roberts! Nel distruggere questo nuovo film adesso in tanti si sono improvvisati difensori del film di Anderson,tirando in ballo addirittura il termine “Iconico”! Io purtroppo per loro ho la memoria lunga ed internet per anni ha sputato merda sulla versione di Anderson quando io gia nel lontano 2002 lo difendevo da solo contro tutti! Ora quindi non solo il pubblico asfalta il film di quest’anno che vuole essere semplicemente un intrattenimento di pura serie B diretto con gran gusto per il coatto horror,ma hanno anche il coraggio di parlare a favore della versione di Paul W.S.Anderson su qui prima ci cacavano sopra! Io in un mondo ideale vorrei la saga di Anderson come vorrei la saga di Roberts,come anche vorrei l’hellboy di Del Toro ed anche la saga di Neil Marshall,ma purtroppo non e il mio mondo ideale! Viva l’intrattenimento,e come dico sempre io,il cinema puo essere bello dalla A alla Z! Un salutone a te Lucia,ciao!😺

    1. Io sono una grandissima fan di quello di Anderson, anzi, dell’intera saga. Però mi sono divertita anche con questo, e ti do ragione: non si capisce perché se ci piace una cosa non ci debba piacere anche l’altra.

  2. Veramente il videogioco di Resident Evil era gia di per se un B movie e non aveva dialoghi brillantissimi e alcune scene semplicemente non erano trasportabili in un film perchè hanno senso solo come parte giocata, qui dalla clip vedo che hanno messo pure Lisa Trevor.
    Qui dalle immagini hanno fuso i primi due giochi.
    Il problema dei film di Anderson era che non avevano una sceneggiatura, ma riprendeva cut scene dei vari giochi facendo un minestrone, anche se Ali Larter era un’ottima Claire e l’avrei preferita a Milla.

    1. E io che ho detto? 😀

  3. Finalmente una recensione come si deve di un B movie anni 90 che,a me giocatore incallito di tutti i Resident evil(mio fratello al tempo fece addirittura uscire il personaggio speciale hunk o come si chiamava!!)certo la recitazione e i dialoghi fanno davvero pena,ma chissenefrega! Di sicuro i riferimenti al gioco ci sono tutti! Peccato che si è un po’ “mischiato” il primo e il secondo capitolo senza una linea narrativa valida.
    Di sicuro questo Resident evil è perfetto per l’idea del film!
    La storia dell’orfanotrofio stona un po’..ma di sicuro al cinema,con mio fratello ci siamo proprio divertiti!

  4. mmh
    mi aspettavo qualcosa di meglio: si era tanto parlato di come fosse venuto meglio della saga con Milla e poi tutti lo criticano; sinceramente non ho molta voglia di spenderci sopra soldi allora, il primo film con Milla era molto carino e rispecchiava abbastanza il gioco

  5. Luca Bardovagni · · Rispondi

    “il sacrosanto diritto al cazzeggio cinematografico come forma quasi sovversiva di opposizione alla sobrietà e alla serietà”
    AMORE PURO
    Ce ne fossero

  6. Giuseppe · · Rispondi

    Non ho mai avuto problemi con la saga di Anderson, come del resto anche con i Resident Evil in CGI come Damnation, Degeneration e Vendetta. Insomma, credo di essere un tipo piuttosto inclusivo riguardo a questo universo videoludico (le cui trasposizioni filmiche si sono saggiamente tenute lontane dalla fedeltà al materiale originale), ragion per cui ci sono buone probabilità che non mi dispiaccia nemmeno la nuova versione di Roberts 😉
    Poi, certo, sul fatto che si tratti di un’operazione fuori tempo massimo se ne potrebbe discutere: personalmente, dubito che una buona fetta di pubblico sia entusiasta di una versione “riveduta e corretta” del lavoro di Anderson a un punto tale da pretendere un’intera, nuova saga a seguire (laddove, magari, in quella originale ci sarebbe stato ancora qualcosina da dire)…

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