Tanti Auguri: 40 anni di Alligator

  Regia – Lewis Teague (1980)

Splash, un alligatore a Chicago!
Continua la breve rassegna dei compleanni di horror eccellenti e amatissimi, per un Halloween all’insegna dell’alta cultura. E quindi parliamo per forza di Alligator, che non è l’esordio dietro la macchina da presa di Teague, ma è il suo primo horror, e ne avrebbe segnato la carriera, dato che in seguito il regista si sarebbe trovato spesso ad avere a che fare con le bestie, fossero esse buone come nel caso de L’Occhio del Gatto, o cattive, come nel caso di Cujo. Ma, bestiario a parte, il buon Teague arriva dalla scuola di Roger Corman, e la cosa è perfettamente visibile in questo B movie che, a modesto parere della vostra affezionatissima, è ancora oggi tra i migliori rip-off de Lo Squalo a memoria d’uomo. Se la batte con Piranha di Dante (altro allievo di Corman) e rischia addirittura di vincere.
Alligator è la Asylum prima della Asylum, ma con la differenza sostanziale di essere realizzato da professionisti molto competenti; di conseguenza è un ottima macchina di intrattenimento, invecchiata anche bene, effetti speciali compresi.
Ma è soprattutto un film scritto molto bene, e non c’è da stupirsi: alla sceneggiatura troviamo John Sayles, altra creatura cormaniana, già autore d Piranha e che avrebbe spesso lavorato con Joe Dante, mettendo la firma su una cosetta di scarsa importanza come L’Ululato.

Questo per dire che, dietro a un film su un alligatore gigante che si aggira per Chicago, ci sono delle teste pensanti, c’è un’idea narrativa e, tipico di uno sceneggiatore come Sayles, una satira al vetriolo della società americana.
Alligator si basa sulla celeberrima leggenda metropolitana dei cuccioli di alligatore gettati nel gabinetto e poi cresciuti nelle fogne. Ma, come ci fa notare nel film l’esperta di rettili (The lizard girl, come la chiama con intento dispregiativo il cacciatore di coccodrilli) interpretata da Robin Riker, una bestia simile non può sopravvivere lì sotto a lungo e, anche qualora dovesse riuscirci, le sue dimensioni sarebbero ridotte. Invece, il nostro alligatore è lungo circa 11 metri ed è anche ben pasciuto. Questo perché si è nutrito di carcasse di animali gettate nelle fogne dal laboratorio di un’industria farmaceutica che sta facendo ricerche sugli ormoni. Ora, gli animali per crescere a dismisura crescono, ma si sballa il loro metabolismo e sviluppano quindi un appetito insaziabile. Quindi immaginate un alligatore di 11 metri che ha sempre fame e avrete servito il film di Teague.

Si può quindi affermare senza tema di essere smentiti che Alligator, prima di essere un monster movie, è un eco vengeance in piena regola: la natura che si ribella e ti divora vivo, letteralmente, in questo caso. O meglio, anzi, peggio: gli scarti di una società che nasconde nelle fogne i propri peccati risalgono dalle tenebre per sgranocchiare innocenti e colpevoli, che a quel punto non si fa più distinzione.
E infatti, perdonatemi, ma si tifa per il povero alligatore dall’inizio alla fine, da quando un padre irresponsabile lo toglie alle cure affettuose della bambina che lo ha adottato per gettarlo nello scarico del gabinetto, fino a quando l’enorme bestia non si imbuca a un matrimonio dell’alta società (tenuto proprio nella magione del proprietario della casa farmaceutica) e fa strage tra gli invitati, senza curarsi punto del bon ton.
Perché, e tutti ormai dovremmo averlo capito, il cinema di serie B è prima di ogni altra cosa caos e disordine, è davvero come un rettile gigante a una festa di ricchi. Lo amiamo proprio per questo.

Purtroppo il bestione è per forza destinato a una mesta sconfitta, ma ciò che conta è il disastro che riesce a combinare in poco più di 90 minuti. Le autorità cittadine sbagliano ogni singola mossa, il super-rettile si fa beffe di loro e va a farsi il bagnetto in piscina sbocconcellando ragazzini vestiti da pirati, divora in un sol boccone l’insopportabile macho pagato per ucciderlo, fa rovesciare i motoscafi della polizia: lui è affamato, mangiare è tutto quello che conosce e che ha imparato. Non ha colpe, non è, come lo squalo spielberghiano o come l’orca assassina di De Laurentiis, animato da una sorta di intelligenza primitiva o da una furia vendicatrice per i torti subiti; è pura furia animale piombata nel bel mezzo della metropoli e forse, in questo, riesce addirittura a essere una metafora più efficace dei suoi illustri colleghi. Che volete farci, io questo lucertolone lo amo da quando ero una bimbetta, lo amo e lo capisco come la giovane scienziata che, suo malgrado, è costretta a dargli la caccia.

Sono passati 40 anni e sì, in alcune inquadrature, soprattutto quelle a figura intera dove appare in tutto il suo splendore, l’alligatore dimostra la sua età avanzata, ma nei primissimi piani e nei dettagli è ancora impressionante. Vederlo inghiottire le sue vittime o strappare loro gli arti è una gioia, anche perché nella stragrande maggioranza dei casi se lo meritano, di fare quella fine orrenda, o perché sono dei maledetti figli di puttana che catturano cani e gatti e li portano a morire nel laboratorio dove li vivisezionano, o perché sono semplicemente troppo stupidi per vivere.
È un B movie rozzo e lineare, Alligator, non va troppo per il sottile, e dispensa la sua giustizia draconiana in maniera sommaria. È un film molto consapevole del genere cui appartiene, tanto da riderci su bonariamente, ché gli anni ’70 sono finiti e, con essi, è finita la stagione in cui si prende sul serio.

Robert Forster, scomparso giusto un anno fa, è favoloso, un personaggio a cui è impossibile non voler bene, e le battute continue, e improvvisate, sulla sua calvizie precoce, sono una delizia. Forster aveva quell’aria perennemente stropicciata, un duro che non ha bisogno di atteggiarsi a tale, perché lo è di natura, e quindi sa essere gentile, umano, anche goffo e impacciato all’occorrenza.
Ci sarebbe anche tanto da scrivere sui modelli di mascolinità proposti nel film: c’è il ricco patriarca privo delle più basilari connotazioni umane, il suo tirapiedi che taglia la laringe ai cani per non farli abbaiare, il cacciatore di coccodrilli che liquida in due parole la scienziata, perché, bambola, è ora che te ne torni sui libri e fai lavorare gli uomini, e quindi finisce divorato in un vicolo in mezzo alla spazzatura, e infine il protagonista, il signor Forster, che segue i consigli di chi ne sa più di lui, sa farsi da parte e cedere il comando, sa ascoltare il prossimo, e questo non lo rende meno “maschio”, anzi.
Credo sia uno dei poliziotti meno tossici del cinema degli anni ’80.
E insomma, questo vecchio lucertolone di serie B ha ancora un sacco di roba interessante da insegnarci, e per essere un filmetto costato tre lire e senza ambizioni, occupa un posto speciale nella galleria di orrori che ha reso migliore la mia vita.
Tanti auguri, Ramon!

5 commenti

  1. interessante!
    non lo conoscevo!

  2. Max Esse · · Rispondi

    Ero piccolino, ma non troppo. Resta uno dei miei ricordi più belli. Perché era il proibito, permesso però dalla presenza di mio padre. Ed ero nella sala con il mio papy buonanima, che mi ha trasmesso l’amore per i libri e il cinema. L’ho rivisto qualche anno fa ed è sempre uno spettacolo.

    1. Sì, è miracolosamente invecchiato benissimo ed è un gran bel B movie!

  3. Ciao rivisto l’altra sera dopo perlomeno 30 anni , e mi ero dimenticato di un paio di chicche tipo il bimbo che vola giù dal trampolino, oggi non lo farebbero,e mi ero dimentica quanto durava poco il personaggio di Silva giusto il tempo di farsi odiare. Su Foster sono perfettamente d’accordo una di quelle facce e presenze che il cinema odierno non ci regala più. L’altra sea mi sembrava di essere in estate e di avere le sensazioni di un bambino, mancava mia mamma che mi urlava cosa stai guardando ma in compenso lha fatto mia figlia.

  4. Giuseppe · · Rispondi

    E tanti auguri al nostro rettilone, capace di dispensare un bel po’ di giustizia sociale a suon di mascelle (che la maggior parte dei suoi spuntini meritava davvero di esserlo, uno spuntino) 😉
    Quanto allo sgradevolissimo personaggio di Henry Silva in particolare, mi dava e mi dà ancora oggi l’impressione di essere una voluta parodia dello stereotipo del classico “cattivo” da lui spesso interpretato in carriera, qui ridotto da Teague e Sayles a un ottuso macho maschilista capace solo di farsi divorare alla prima occasione (lui, cacciatore così esperto e capace di battute così brillanti sul richiamo dei coccodrilli in amore)…

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