Ju-On: Origins

Devo ammettere di aver accolto con un certo scetticismo l’ennesimo ritorno di questa saga che ormai va avanti da più di vent’anni, e tra film originali, sequel, remake, reboot, crossover e addirittura videogame, pareva essere stata spremuta fino agli ultimi palpiti di vita; e invece bastava un approccio un po’ più sobrio e realistico perché gli spettri vendicativi apparsi per la prima volta nella televisione giapponese nel 1998 fossero in grado di spaventare di nuovo.
Il problema, con Ju-On, è che il pubblico sa in anticipo cosa aspettarsi, non soltanto a causa della serie di film, ma anche perché, col tempo, la creazione di Takashi Shimizu è diventata il simbolo del cosiddetto J-Horror, almeno nella cultura occidentale, a tal punto da essere oggetto di svariate parodie.
I due autori di Ju-On: Origins, miniserie di soli sei episodi della durata di circa mezz’ora l’uno, Hiroshi Takahashi e Takashnige Ichise, adottano un metodo che è molto più vicino a quello di un altro grandissimo regista giapponese, ovvero Kyoshi Kurosawa, e scelgono di raccontare il dramma umano dietro la leggenda soprannaturale.
Il risultato è sorprendente.

Non bisogna farsi ingannare dal titolo della miniserie: Origins non è un prequel, ma vuole raccontare i fatti di cronaca che hanno ispirato Shimizu quando ha scritto Ju-On; di conseguenza l’attenzione non è più rivolta verso le celeberrime figure spettrali acquattate in ogni angolo per servire il classico jump scare, ma alle persone che, per loro sfortuna, si sono ritrovate a passare per la casa infestata (anche se infestazione, in questo caso, non è proprio il termine tecnico più corretto) e hanno contratto la maledizione, sviluppando comportamenti violenti, arrivando a commettere azioni atroci o a morire letteralmente di terrore.
Della saga originale, la serie mantiene l’idea, secondo me la più azzeccata di tutte, della maledizione soprannaturale che si comporta come un’infezione, colpendo non soltanto chi entra in contatto diretto con quelle quattro mura teatro di antiche tragedie, ma anche chi incontra lungo il proprio cammino persone “possedute” o “infettate”; inoltre, Origins mutua dai film la narrazione non lineare che si muove attraverso gli anni e svariati personaggi senza curarsi punto di fornire spiegazioni.

Ma le somiglianze, se si escludono omaggi sparsi qua e là che i fan dei film apprezzeranno particolarmente, si fermano qui. Poiché cambia il veicolo attraverso cui passa il terrore, cambia anche il linguaggio che lo esprime.
Come dicevamo prima, a fare paura non è più l’apparizione del fantasma rancoroso di turno: niente figure bluastre con i capelli davanti alla faccia, niente bambini miagolanti che sbucano all’improvviso danneggiando le coronarie. Gli spettri sono pochissimi, si intravedono appena, si limitano a starsene buoni e silenziosi, come se giudicassero le loro umane vittime; era a questa funzione neutrale dell’elemento ultraterreno che pensavo quando ho citato Kurosawa, riferendomi soprattutto al suo bellissimo Kairo.
A fare paura, in Origins è l’effetto che la furia vendicatrice ha sui vivi, il modo in cui li trasforma in mostri, li logora lentamente rovinando loro la vita, ossessionandoli per sempre, diventando, in altre parole, tutto ciò che li definisce come esseri umani.

E non solo: se si presta attenzione (e ne dovrete prestare parecchia per seguire tutte le linee temporali e il destino di tutti i personaggi coinvolti), si noterà come alle tragedie individuali si sommano quelle collettive. Ogni volta che c’è un televisore in campo o si sente un notiziario alla radio, si parla di qualche strage, qualche cataclisma, qualche evento luttuoso, quasi la maledizione del rancore stesse infettando un paese intero, il germe della violenza e della rabbia che si espande come un miasma velenoso e trascende la dimensione del singolo.
Altro elemento assente nei film principali della saga è il gore, qui abbondante e, a tratti, di difficile sopportazione. In una sequenza in particolare ho dovuto distogliere lo sguardo dallo schermo, perché mi stavo sentendo male. Quindi siete avvisati. Origins ci va giù pesantissimo e non arretra di fronte a niente, fino a sfiorare, in alcuni casi, l’exploitation pura e semplice.
Tutto questo in tre ore scarse di narrazione. Quando si dice il dono della sintesi.

Perché una delle caratteristiche più impressionanti di questa miniserie è la sua brevità, unita a una densità del racconto che potrebbe essere a forte rischio di incompiutezza o confusione, mentre invece non ci si perde niente per strada, a patto di seguire la vicenda (anzi, le numerose vicende) con un minimo di concentrazione. È una cosa abbastanza rara nella serialità moderna, e in quella di Netflix in particolare che, come dice una mia amica, produce ormai quasi sempre serie da cestone, un tanto al chilo, giusto per buttare contenuti in pasto a un pubblico ipertrofico.
I due autori, al contrario, sono riusciti a comprimere in pochissimo spazio una storia generale che si dipana nel corso di quasi mezzo secolo, intrecciandola alle micro-storie di un nutrito gruppo di personaggi, che hanno come collante la famosa maledizione, ma declinata in maniera differente per ognuno di essi. Insomma, tanto di cappello a questo esempio di economia narrativa, dove non esiste nulla che non sia strettamente necessario.

In un’annata un po’ povera per le serie horror, per fortuna ci sono venuti in soccorso i giapponesi e i coreani (con The Kingdom), altrimenti stavamo tutti ancora tutti aggrappati al primo episodio del Dracula di Moffat, che non è proprio un bell’aggrapparsi, ecco.
Ju-On: Origins è una piccola cosa, la si divora in una sola seduta, anche senza indulgere nella sinistra pratica del binge, ed è molto più simile a un film, per durata e densità, che a una serie tv. Per questo motivo, in questa asfissiante estate pandemica, è come una ventata d’aria fresca. E ve lo dice una persona che non ha mai avuto una grande considerazione per la saga di Ju-On.
Guardatelo, non ve ne pentirete, è una promessa.

12 commenti

  1. valeria · ·

    mi ero già prefissata di guardarlo proprio in questi giorni, in quanto adoro i primi due film, il secondo remake americano è un mio guilty pleasure e il reboot uscito ultimamente non era (a mio parere) così male come s’è ne letto in giro. sono molto felice di vedere che lo consigli, ora ho una motivazione in più per darci dentro 😀

    1. Guarda, io preferisco il remake americano alla versione originale giapponese, quindi con me sfondi una porta aperta. Sul reboot, secondo me, avendo una struttura episodica, ha dei segmenti buoni alternati ad altri noiosissimi.
      Però sì, non è così orripilante come in molti dicono.

  2. Finalmente qualcosa che mi attira seriamente su Netflix se si escludono serie e film che ho già visto e stravisto. Magari la comincio proprio questo weekend.

  3. Giuseppe · ·

    Sembra proprio essere una serie molto interessante, da quello che hai dettagliatamente recensito! Così, a pelle, direi che si rifà almeno in parte a capitoli inediti della saga come Ju-on: Shiroi rōjo e Ju-on: Kuroi shōjo (entrambi del 2009), narranti episodi “maledetti” slegati da quelli dei personaggi principali dei primi film (niente Kayako, qui, e breve cameo singolo per Toshio). Tra l’altro lì vi si osava pure un accenno di quel gore totalmente assente in precedenza, vedi ad esempio l’episodio di Shiroi rōjo dove Atsuji, un ragazzo posseduto dalla maledizione, stermina l’intera famiglia e c’è una sequenza che, seppur tenuta in parte fuori campo, è davvero insostenibile…

    1. E infatti è esattamente una citazione di quella sequenza, solo che stavolta è tutta in campo!

  4. Alessandro Cruciani · ·

    Grazie del consiglio, cercavo proprio qualcosa di mini e intenso. Ricambio il consiglio con la danese Area, se già non hai avuto il piacere 🙂

    1. Devo ancora iniziare a vederlo. Ma me ne hanno parlato in molti benissimo!

  5. Addirittura dover distogliere lo sguardo?

    1. Ci sono due o tre cose che io proprio non ce la faccio. Credo che ognuno abbia le sue. In questa serie sono riusciti a beccarne una e io mi stavo sentendo male 😀

      1. Dovrò fare attenzione! Io non sopporto gli occhi, per dire, e sono sempre molto usati.
        Quando guardo Fulci, per esempio, faccio sempre attenzione, soprattutto dove so che cosa sta per accadere.
        Ho avuto problemi del genere anche con Audition, rimanendo in tema nipponico.

        1. Diciamo che da quel punto di vista, tu puoi stare ragionevolmente tranquillo, guardando Origins. 😉

          1. Questo già è qualcosa.

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