Body at Brighton Rock

Regia – Roxanne Benjamin (2019)

Wendy lavora come guida per il parco naturale di Brighton Rock: è molto giovane, alle prime armi e anche un po’ pasticciona, e infatti le assegnano sempre incarichi di scarsa responsabilità. Non che a le interessi più di tanto, è solo un lavoro estivo e al massimo si tratta di dire ai visitatori e agli escursionisti di stare attenti ai serpenti e agli orsi, di avvisare i bambini sulla pericolosità degli incendi o di passare le giornate al negozio di souvenir. Almeno fino a quando non decide di fare a cambio di turno con una sua collega, che vorrebbe restare al parco con il ragazzo che le piace. Il compito di Wendy è di attaccare una serie di cartelli informativi lungo un sentiero da trekking non tra i più complessi, ma neanche per principianti.
Ovviamente Wendy si perde, fa cadere la sua mappa in mezzo alle fratte, arriva in un posto che non conosce e sarebbe sul punto di provare a tornare indietro da sola, prima che faccia buio, se non fosse per la presenza di un cadavere, forse precipitato dalla rocca, forse aggredito da qualche animale selvatico.
Wendy contatta i soccorsi via radio, però è lei la prima a non sapere con esattezza dove si trovi. Il suo compito, in quanto ranger, anche se part time, è di restare lì fino a quando non sarà localizzata e raggiunta. In altre parole, dovrà passare la notte nel bosco, con un corpo senza vita come unica compagnia.
Poteva andare peggio. Poteva piovere.

Roxanne Benjamin dovreste ricordarla per la sua partecipazione a due antologie importanti uscite negli ultimi tre anni: Southbound e XX. Ma è anche la produttrice di tutti e tre i VHS e addirittura di The Devil’s Candy. Insomma, è una presenza fissa nell’ambiente dell’horror indie americano ed era solo questione di tempo che anche lei esordisse in un lungometraggio, anzi, direi che ce ne è pure voluto troppo, di tempo.
Era attesissimo dalla sottoscritta questo Body at Brighton Rock, un po’ perché seguo sempre con attenzione le donne che scelgono di cimentarsi con il cinema dell’orrore, un po’ perché la storia del film mi incuriosiva: prendere un personaggio incompetente e metterlo di fronte a una situazione in cui tutte le nozioni che dovrebbe aver appreso nel corso dell’addestramento dovrebbero tornarle utili. Peccato che Wendy non le abbia apprese, o meglio, non le abbia proprio assimilate.

Body at Brighton Rock è il classico scherzo del caso (o del destino o della sfiga, a seconda di ciò in cui credete), che ti bastona quando vuoi dimostrare a qualcuno, al tuo capo, ai tuoi colleghi, di non essere un totale disastro e, puntualmente, ti riveli un totale disastro.
Infatti Wendy, nel corso del film, sbaglia tutto quello che è possibile sbagliare e, a parte una sequenza molto intensa verso la fine, si crea da sola i pericoli cui va incontro, come quando, tanto per fare un esempio senza per forza spoilerare troppo, si spruzza negli occhi un repellente contro gli orsi.
Manca quindi quell’esaltazione del survivalismo tipica di certi film, anche dei migliori; mi viene in mente Backcountry, dove la protagonista femminile, cittadina e non di certo avvezza a fuggire in un bosco inseguita da un orso affamato, si trasformava a uso trama in una sorta di supereroina nei minuti conclusivi del film.
Ecco, qui non accadrà niente del genere, Wendy resterà l’imbranata che è fino all’ultimo secondo, passerà una notte d’inferno, tra terrori infantili e minacce reali, e forse capirà che quello non era proprio il mestiere adatto a lei.

Sovvertire, o almeno volgere a proprio vantaggio i cliché classici è la vera cifra dell’horror contemporaneo: se ci fate caso, non sono cambiate le storie che vengono raccontate, è cambiato, e anche profondamente, il modo e questo è dovuto (e mi perdonino i miei lettori destrorsi, anzi no, che se ne vadano affanculo) a una molteplicità di punti di vista fino a qualche anno fa del tutto inconcepibile. Non credo sia necessario un acume particolare per affermare che, se sono sempre le stesse persone a raccontarti le stesse storie, si cadrà in una ripetizione stantia dei soliti due o tre concetti messi in croce, ma se si offre lo spazio necessario a nuove categorie fino a ora silenziate, si può avere soltanto un arricchimento. E non solo, anche i tradizionali detentori dei ruoli di comando (regista, sceneggiatore, produttore) si sentono spinti ad almeno cercare di stare al passo. È uno stimolo per tutti, per farla breve: film come Rust Creek, The Wind e Body at Brighton Rock raccontano vicende tradizionali, ma con una prospettiva differente, e per l’horror (ma per il cinema tutto) è una benedizione.

Body at Brighton Rock è, guardando allo scheletro della sua trama, niente altro che la tipica storia di sopravvivenza: ragazza sola in mezzo ai boschi alla mercé della natura e di altri tipi di predatori, ma che a scriverla, produrla e dirigerla ci sia qualcuno che affronta queste tematiche come se fossero nuove, conferisce al tutto un aspetto inedito, perché inedito è il personaggio principale, inedite, e molto umane, sono le sue reazioni; inedito è il modo in inquadrarla, fotografarla, darle voce e corpo.
Wendy sfugge allo stereotipo della final girl, a quello della vittima e persino a quello della donna forte e cazzuta che prende tutti a calci nel culo; ha i suoi punti deboli, tanti, e i suoi punti di forza, pochi, e se è forse difficile entrare in sintonia con lei per la sua assoluta normalità, per il suo non essere speciale, con lo scorrere del film, scatta un meccanismo di riconoscimento molto interessante.

Roxanne Benjamin è molto brava a dare un ritmo sempre elevato al suo film, nonostante ci sia un solo personaggio ad aspettare che qualcuno arrivi a recuperarlo in mezzo ai boschi. Questo si nota soprattutto nella lunga sequenza notturna, dove Body at Brighton Rock assume le connotazioni quasi di un horror soprannaturale e, per una manciata di minuti, fa davvero paura.
Certo, lo stile è quello tipico del cinema indipendente, e quindi vai di macchina a mano, luce naturale (ma anche per forza, data l’ambientazione), niente di particolarmente elaborato nella costruzione delle inquadrature. Eppure, aiutata anche da un paesaggio mozzafiato, Benjamin riesce a non annoiare mai, a non rendere evidente il basso budget e a cavarsela alla perfezione con il poco a disposizione.
Azzeccatissima la protagonista, Karina Fontes, che ha la faccia e la fisicità giuste per il ruolo e, di suo, ci mette una dose di autoironia che ce la fa stare simpatica anche quando commette un errore dietro l’altro.
Come al solito, non è tempo di funerali, l’horror è in forma smagliante, vi saluta e vi vuole bene, ricordandovi che magari siete voi, a essere morti.

5 commenti

  1. valeria · ·

    moooolto interessante! “backcountry” mi era piaciuto molto, metteva addosso una discreta strizza e l’attacco dell’orso era agghiacciante; anche io avevo però notato la trasformazione non proprio realistica della protagonista verso la fine del film. sono quindi assai curiosa di vedere questo, che a quanto mi sembra di capire rappresenta proprio l’opposto 😀 segnato!

    1. la sequenza dell’attacco dell’orso nella teda, in Backcountry mi fa ancora venire gli incubi, ma da quel momento in poi, secondo me, il film si adagia un po’.
      Qui siamo proprio da un’altra parte, anche se lo spettro di un orso aleggia per tutto il film, ma mi piace l’idea che non si abbia bisogno di tramutare una donna normale in una sorta di Captain Marvel del bosco, per fare un buon film 🙂

  2. Essendo la versione maschile della protagonista metterò in lista questo film. Sicuramente non coi saranno nemmeno i sottotitoli italiani, ma mi sa che parlano poco qui. Mi piace che si metta in scena personaggi normali, anche imbarazzanti, perché stringi stringi siamo così al 90 %. Per questo adorabili.

    1. E infatti Wendy è adorabile in tutta la sua imbranataggine estrema. 😀

      1. Giuseppe · ·

        E io provo un’istintiva simpatia nei confronti dell’imbranataggine estrema, quindi le (dis)avventure di Wendy troveranno in me uno spettatore attento e solidale 😀
        P.S. Lettori destrorsi? Ma perché, sanno anche leggere? E da quando? 😉

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