HHH: Quatermass and the Pit

 Regia – Roy Ward Baker (1967)

La storia del Quatermass cinematografico non comincia con questo film, come tutti voi sicuramente sapete: la Hammer aveva acquisito i diritti della serie televisiva creata da Nigel Kneal e la sua fortuna era cominciata proprio con The Quatermass Xperiment, del 1956, chiamato così proprio in onore della X ricevuta dalla censura inglese, non già motivo di un eventuale suicidio commerciale, per la Hammer, ma cosa da esporre con orgoglio, a partire dal titolo. È proprio con Quatermass che lo studio inglese comprende di poter fare i soldi grazie ai film dell’orrore; e infatti arriva Quatermass 2 nel 1957, lo stesso anno di The Curse of Frankenstein e un anno prima del Dracula di Fisher.
Entrambi i film su Quatermass erano diretti da Val Guest e avevano come protagonista l’attore americano Brian Donlevy.
Entrambi i film erano, neanche troppo cordialmente, detestati da Kneale; in parte ciò era dovuto alla scelta di Donlevy, voluto dalla Hammer perché il suo nome era spendibile sul mercato statunitense; in parte alle sceneggiature, cui Kneale non aveva partecipato, e che riteneva fossero poco fedeli al materiale originale.

Nonostante il grande successo di pubblico dei due film su Quatermass, il personaggio resta in naftalina a lungo: la Hammer aveva anche i diritti della terza stagione, ovvero Quatermass and the Pit, andata in onda a cavallo tra il 1958 e il 1959, ma alla distribuzione (all’epoca la Columbia) il personaggio non interessava.
Nel frattempo, Kneale aveva rescisso il suo contratto in esclusiva con la BBC nel 1961 e si era messo a lavorare da freelance; lo stesso anno aveva cominciato a scrivere una sceneggiatura tratta da Quatermass and the Pit: per trovare i fondi atti a realizzarla bisognò attendere che la distribuzione dei film Hammer passasse alla Fox. Soltanto allora, si sbloccò la produzione del film. A quel punto tuttavia, Val Guest non era più disponibile, ma era passato abbastanza tempo, da Quatermass 2, perché il pubblico non trovasse disorientante un cambio di protagonista. La scelta cade su un veterano di casa Hammer, Andrew Kier, già presente in Dracula, Prince of Darkness.

Per la regia, ecco il colpo di genio: Roy Ward Baker, regista molto quotato negli anni ’40 e ’50, sia in Gran Bretagna che a Hollywood (suo è A Night to Remember), ma caduto un po’ in disgrazia nei ’60, dopo il flop di un film su cui aveva puntato molto (Two Left Feet). Sarebbe cominciata per lui una seconda carriera nell’horror inglese, non solo per la Hammer, ma anche per la Amicus e credo proprio che sentirete ancora parlare di lui, prima che ottobre finisca.
I produttori scelsero Baker perché era abituato a lavorare con tanti effetti speciali (aveva, dopotutto, fatto affondare il Titanic) e perché era famoso per aver diretto parecchi film drammatici basati su fatti storici: alla Hammer pensavano che ci volesse qualcuno in grado di ancorare alla realtà Quatermass and the Pit, soprattutto la prima parte dello script di Kneale; qualcuno in grado di far percepire agli spettatori contesto e personaggi come se fossero veri.
E Baker, in questo, era davvero perfetto.
Se Fisher era irruente, selvaggio, a volte addirittura fuori controllo, Baker porta al servizio della filosofia low budget della Hammer la sua esperienza di regista classico hollywoodiano, ma avvezzo anche a farsi bastare i mezzi limitati di una produzione televisiva, o di un film indipendente in odore di free cinema.
Versatile, capace di girare qualunque cosa, Baker è uno degli acquisti più fortunati di casa Hammer. Peccato solo che in seguito ne abbia dovuto vivere in pieno la fase calante.

Quatermass and the Pit, ultima (fino a ora) apparizione del professore eponimo su grande schermo, è considerato da più parti come uno dei capolavori della Hammer, forse il capolavoro per eccellenza; è singolare che questo titolo venga attribuito non a un film gotico, ma a un’opera di fantascienza che del celeberrimo stile Hammer non ha poi tantissimo. Non fu neppure girato nella solita location dove venivano girati tutti i film, a causa della mancanza di spazio per costruire il sito dell’astronave. Ma, in questo caso, non è tanto lo stile visivo della Hammer, legato di solito a un regista in particolare, ad avere poi tanta importanza: è il metodo di lavoro Hammer ad aver permesso la realizzazione di una perla come questa. Arrivati al 1967, alla Hammer tutto funzionava alla perfezione; lo staff ridotto (Baker ricorda di essere rimasto impressionato dall’efficienza di cinque persone, contrapposta alla confusione prodotta dai grandi studi hollywoodiani), la consapevolezza dei limiti e mezzi, la capacità di azzeccare il cast tecnico e artistico; l’umiltà, infine, di ammettere i propri errori e dare a Kneale la possibilità di portare da solo al cinema il suo personaggio.
Perché bravissimo Kier, eccezionale Baker, strepitosa come sempre Barbara Shelley, ma la sceneggiatura di Kneale è una delle più intelligenti, sottili e sì, anche sensazionali all’occorrenza, della sf britannica fino a quel momento.

Di Kneale abbiamo parlato giusto l’anno scorso, in questo stesso periodo, a proposito di The Stone Tapes e anche qui, l’autore mischia tecnologia, fantascienza e soprannaturale, trovando una spiegazione di natura aliena alle nostre paure più ancestrali e primitive, a ciò che chiamiamo poteri extrasensoriali, alla demonologia e alla stregoneria e, per finire, all’origine stessa dell’umanità così come noi la intendiamo. È una storia che, dopo una partenza un po’ in sordina, dovuta alla necessità di impostare per bene ambientazione e personaggi, decolla a razzo e offre al pubblico una rivelazione destabilizzante dietro l’altra.
Kneale rimane attinente alla sua serie tv, ma taglia quando serve (un intero personaggio e la sua linea narrativa vengono stralciati) ed esagera quando necessario, riscrivendo completamente il finale per renderlo più adatto al grande schermo.
Il film è un concentrato di orrore cosmico, ma anche un bel viaggio all’interno del nostro lato oscuro. Se la minaccia è di natura esterna per gran parte del film, essa diventa interna nel finale. E ci sarebbe tanto da dire sulle diverse maniere con cui questo film ha esercitato la propria influenza sull’horror e la fantascienza successivi. Molti film sui poteri mentali degli anni ’70 hanno con Quatermass and the Pit un debito di proporzioni enormi e devo ammettere che, tutte le volte in cui vedo la camminata di Barbara Shelley tra le macerie nei minuti conclusivi, non posso fare a meno di pensare a Carrie e a L’Incendiaria.

Quatermass and the Pit è anche invecchiato molto bene: al netto di alcuni effetti speciali oggi un po’ datati, regge ancora nel 2018 perché la regia di Baker e la scrittura di Kneale sono straordinariamente moderne, perché i personaggi funzionano, positivi o negativi che siano, perché, a differenza di molti film americani di fantascienza basati su invasioni e colonizzazioni aliene, non solo possiede un colpo di scena che ribalta del tutto il concetto stesso di invasione, ma evita di tagliare con l’accetta i conflitti, di non adagiarsi su facili dicotomie. Certo, i militari e, in generale il ministero della difesa, non fanno la migliore delle figure e la fine dell’antagonista principale di Quatermass è atroce, ma i contrasti tra il soldato e lo scienziato hanno un senso ben preciso, che mostra due modi diversi, anche opposti, di proteggere una comunità.
Alla fine, quello che distingue davvero il colonnello Breen (Julian Glover) da Quatermass è l’assoluta mancanza di immaginazione del primo. Ed è sempre interessante quando l’immaginazione viene annoverata tra le qualità indispensabili di uno scienziato che deve salvare il mondo e comprendere uno dei più insondabili misteri dell’universo.
Quatermass and the Pit non può mancare in nessuna rassegna dedicata alla Hammer, ma non solo: è indispensabile per avere un quadro chiaro di ciò che è stata, ed è tutt’ora, la fantascienza inglese al cinema e in tv. La migliore del mondo, senza alcun dubbio, proprio per merito di gente come Kneale.

6 commenti

  1. Blissard · ·

    Visivamente maestoso, ma a mio parere la parte finale è molto datata.
    Sono in assoluta minoranza, penso che il Quatermass migliore, e anche il punto più alto mai raggiunto dalla Hammer classica, sia il secondo.

    1. Il secondo Quatermass è molto paranoico e anche molto bello.
      Preferisco questo credo soprattutto per una questione di attori e perché trovo Baker un regista superiore a Guest, mi piace di più il suo stile e vorrei parlare di tutti i film che ha diretto per la Hammer, anche quelli brutti.

  2. Giuseppe · ·

    Ti dirò, ogni volta che mi trovo a dover scegliere quale titolo della saga sia il migliore in assoluto, finisco sempre per trovarmi in difficoltà: fra tre splendidi capisaldi della fantascienza british come The Quatermass Xperiment, Quatermass 2 e Quatermass and the Pit, abilissimi nel presentare tre distinti tipi di minacce aliene con relativi tre distinti gradi di umana vulnerabilità rispetto a quello che c’è là fuori, non è facile stabilire una vera priorità (per completezza dovrei includere anche l’ulteriore e letale forza cosmica trattata nello sfortunato The Quatermass Conclusion del 1980, con John Mills)… certo è che L’astronave degli esseri perduti -per usare il non del tutto improprio titolo italiano- con quel malefico, antichissimo scafo marziano “vivente” ricettacolo/catalizzatore di arcane energie rimane senza dubbio una delle creazioni più memorabili del grandissimo e mai abbastanza compianto Nigel Kneale (a cui regista, protagonisti e la Hammer tutta rendono un degno servizio).
    P.S. Parecchi anni fa si vociferava di un possibile remake ambientato a New York…

    1. Sì, sono anni che si parla di riesumare il personaggio di Quatermass per una serie tv o per un film.
      Io sto qui che prego in un crossover con il Doctor Who 😀

      1. Giuseppe · ·

        Beh, se teniamo conto che -come riportato anche dagli approfondimenti pubblicati nei fumetti Whoviani editi in Italia dalla Titan- nel serial “Remembrance of the Daleks” del 1988, con Sylvester McCoy nei panni del Dottore, Quatermass e il British Rocket Group (il cui logo appare di sfuggita NON a caso pure nel primo speciale natalizio del 2005 con David Tennant) sono citati in pratica come realmente esistenti in quello stesso universo narrativo e, ciliegina sulla torta, in un romanzo di Gary Russel del 2009 (Beautiful Chaos) si afferma che Professor e Doctor sono stati legati da una grande amicizia… ma cosa diavolo aspettano ancora a farlo, questo crossover da noi ATTESISSIMO? 😉

  3. […] my friend Lucy did a great post about Quatermass and the Pit (the article is in Italian, but you can use Google Translate) so I decided I’d like to watch it […]

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