The Devil’s Doorway

 Regia – Aislinn Clarke (2018)

Sto invecchiando e, mentre invecchio, mi rammollisco. È evidente perché, fino a un paio di anni fa, mai avrei dimostrato grande entusiasmo per un found footage (nonostante lo strillo di locanida faccia intendere il contrario). Non un falso documentario come poteva essere, per restare in tema di possessioni, The Atticus Institute, ma proprio un classico filmato perduto (o nascosto) e ritrovato.
Certo, quando è stato ritrovato, qualcuno ci ha aggiunto musica ed effetti sonori, riuscendo persino a effettuare un editing molto rudimentale ma efficace. A differenza di parecchi film della sua stessa razza, questo The Devil’s Doorway esibisce quindi un lavoro di post-produzione che ne rivela la natura di opera di finzione, il che è interessante per chi, come me, è un po’ fissata nell’analizzare i vari found footage e mockumentary soprattutto da un punto di vista linguistico.
In questo caso, possiamo definire il film di oggi un ibrido tra la pretesa di realismo e la decisione, contrastante con esso, di narrare gli eventi in maniera tale da fare una selezione delle cose ritenute più importanti (tagliare le parti inutili), e di inserire tutta una serie di elementi dichiaratamente cinematografici, come montaggio (inesistente, per esempio, in Rec) e musica non diegetica.

The Devil’s Doorway si svolte nel 1960, in una Casa Magdalene, uno di quegli istituti (resi famosi dal film di Peter Mullan) dove vivevano da recluse le ragazze ritenute peccatrici o macchiatesi di comportamenti immorali secondo i precetti cristiani. Gestite da suore, e aperte a partire dal XVIII secolo fino alla fine del XX, le Case Magdalene erano degli ambienti da incubo, ed era anche ora che a qualcuno venisse in mente di usarle come scenario per un film dell’orrore. La regista irlandese Clarke, qui al suo secondo film, ha la sensibilità giusta per avvicinarsi a una materia simile, senza ridurla a mera exploitation di un dramma che ha coinvolto, nel corso di quasi due secoli e mezzo, migliaia di giovani donne in Europa, negli Stati Uniti e in Australia.
Sceglie quindi di non caricare a testa bassa contro gli orrori reali delle Case Magdalene, ma di raccontare una storia di possessioni dal punto di vista di due preti, uno scettico e l’altro alla disperata ricerca di un qualunque segnale divino, cui il vescovo ordina di indagare su un presunto miracolo, avvenuto proprio in un istituto Magdalene. Pare infatti che una statua della Madonna abbia cominciato a piangere sangue.

La premessa, lo so anche io, è abbastanza banale, ma in film di questo tipo è l’atmosfera che conta e Clarke fa, sin dalle prime inquadrature dentro la struttura, precipitare in un ambiente da incubo, dove la vita quotidiana delle ragazze resta sullo sfondo, certo, ma contribuisce a creare un perenne senso di angoscia e una tensione continua. Non ci si rilassa mai, in The Devil’s Doorway, anche quando gli eventi soprannaturali appaiono come un miracolo, c’è sempre qualcosa che stona, che non funziona: dall’atteggiamento della madre superiora al silenzio delle altre suore. È evidente l’ostilità, non solo delle persone, ma del luogo in sé, nei confronti dei due preti e, quando il più giovane dei due comincia a sentire delle voci infantili durante la notte, quando si scopre nei sotterranei una ragazzina incinta e incatenata al muro, quando tutte le statue dell’istituto piangono contemporaneamente il sangue di quella stessa ragazzina, allora ci accorgiamo che di miracoloso non c’è proprio niente, e tuttavia è troppo tardi.

Pur facendo parte della tradizione discendente da L’Esorcista, The Devil’s Doorway mantiene una sua identità precisa, politica, se vogliamo: è un film fitto di dialoghi, e non solo quelli più prevedibili a proposito di fede e scetticismo tra i due sacerdoti, ma anche quelli, carichi di sottigliezze e doppi sensi, della madre superiora quando si accanisce beffarda proprio contro i visitatori, evidentemente indesiderati. Il sospetto è che queste suore abbiano un’impunità concessa dai piani alti perché il loro compito è quello di coprirne i misfatti, di sbarazzarsi di tutto ciò che è indesiderato, peccaminoso, da nascondere alla vista del prossimo.
Siamo a un livello di bugia istituzionalizzata che neanche è possibile bollare con il termine ipocrisia, perché il livello di sofisticazione è troppo alto.
E così, l’anziano padre Thomas, scettico fino all’ultimo quarto d’ora di film, non acquisirà fede in Dio e perderà quella nella bontà del proprio ruolo, ma dovrà essere comunque messo di fronte all’evidenza del Male.
Un Male che è sì soprannaturale, ovviamente di carattere demoniaco, ma che affonda le proprie radici in un’umanità che gli ha permesso di crescere e di instaurare il suo dominio, un Male che si basa su donne il cui scopo è tenere segregate altre donne perché agli uomini sia consentito non avere fastidi o preoccupazioni.
E in effetti, qualora si dovesse credere a Satanasso e affini, non credo potrebbe esistere un luogo più adatto alla loro manifestazione di una Casa Magdalene.

Se The Devil’s Doorway ha un problema, questo risiede nei suoi ultimi 10 minuti o giù di lì, quando Clarke si fa un po’ prendere la mano dall’idea del found footage e gira una passeggiata traballante nelle gallerie sottostanti la Casa Magdalene che, purtroppo, sono piene di ogni singolo cliché che siamo abituati a vedere in questa particolare tipologia di film. È abbastanza spiacevole, perché fino a quel momento, li aveva evitati più o meno tutti ed era anche riuscita a dare al suo film una certa estetica ricercata, dovuta non solo alla sporcatura vintage della (finta) pellicola, per simulare un 16mm d’epoca, ma anche all’eleganza di alcune inquadrature, a delle scelte precise per quanto riguarda le angolazioni. Insomma, non era la solita solfa del ragazzino affetto da tremori con una telecamera per le mani.
Però, lo sappiamo tutti, la cosa più difficile in un horror è un finale che riesca a sostenere il climax creato sino a quel momento. The Devil’s Doorway un po’ rischia di essere ridotto in briciole dal climax, ma poi ne esce con classe, chiudendo proprio al momento giusto e, con una durata di appena un’ora e sedici minuti, senza avere neanche un secondo di troppo.

 

4 commenti

  1. The Butcher · ·

    Mi interessa molto. Il fatto che in seguito sia stato montato e che siano state aggiunte delle musiche in seguito mi fa venire in mente Diary of the Dead di Romero (che meraviglia di film!). Spero che lo portino in Italia.

  2. Questo lo voglio vedere e se dici che ne vale la pena mi fido di te ^_^

  3. Film molto simpatico. Rivela, se mai fosse ancora necessario dirlo, che non è tanto il tema a fare la differenza, o il genere, o la trama, ma l’autore. Anche l’argomento più visto e rivisto riesce a essere efficace se raccontato con cura. O, in questo caso, con angoscia, paura, dolore, terrore, orrore.
    Imperfetto ma bello!

    1. Sì, assolutamente. Ormai l’horror vive sull’inventiva degli autori nel rielaborare tematiche e storie vecchie come il genere stesso. E va benissimo così.
      Se questo non mollasse un po’ sul finale, credo che sarebbe stato davvero un gioiello.

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