1987: Il Buio si Avvicina

 Regia – Kathryn Bigelow

“Let’s put it this way: I fought for the South. We lost.”

Il miglior film di vampiri degli anni ’80 è in realtà un western e un road movie dove la parola vampiro non viene mai pronunciata, non si vede l’ombra di un canino appuntito, non c’è un crocifisso neanche a pagarlo e l’unica cosa che i succhiasangue temono è la luce del sole.
Non è propriamente l’esordio della Bigelow, perché la grande signora del cinema americano aveva già in curriculum una co-regia con Monty Montgomery per The Loveless, ma è comunque il suo primo film da sola e l’inizio di una carriera unica e straordinaria, cominciata con un flop commerciale mica da ridere.
Già, perché Near Dark al botteghino è andato malissimo, letteralmente surclassato da Ragazzi Perduti, uscito un mese prima e campione d’incassi. Oggi nessuno ha il minimo dubbio (con tutto il rispetto per Ragazzi Perduti, che io adoro) su quale sia il film più importante e più valido. Ma all’epoca era ovvio che la storia di un gruppo di ragazzini belli e dannati, declinata in commedia sulla falsa riga di Ammazzavampiri, dovesse avere la meglio su quella di un mucchio selvaggio di banditi a spasso per il Midwest.

Uno dei termini più abusati nel linguaggio della critica cinematografica è rielaborazione. Una bella rielaborazione (o riscrittura) dei codici di un genere non si nega a nessuno, tanto che ormai si ha quasi paura di coprirsi di ridicolo adoperandola. Ma per un film uscito trent’anni esatti or sono, mi riservo il diritto di essere ridicola, perché Il Buio si Avvicina ha rielaborato, anzi, ha proprio scardinato, nel profondo i codici del genere vampiresco. Lo ha fatto in parte inserendosi in un filone che, negli anni ’80 e grazie alla narrativa, stava andando forte, quello dei vampiri inseriti in un contesto urbano e non più gotico; in parte liberandosi di alcune convenzioni tipiche del genere e inventandosene altre di sana pianta; in parte andando a pescare nell’immaginario tipicamente americano del western, dei film di motociclisti (The Loveless parlava, appunto, d motociclisti) e del road movie.
Sceneggiatore insieme alla stessa Bigelow di Near Dark è Eric Red, uno che di road movie se ne intendeva un bel po’, dato che aveva diretto The Hitcher l’anno prima. Qualcosa del cult movie di Red è in effetti rimasta anche in Near Dark, e soprattutto nel personaggi di Jesse (Lance Henriksen) e nel senso di solitudine estrema legato alla strada, alla notte e al vagabondare in eterno e senza una meta.

Ma in Near Dark c’è di più, ed è un tratto distintivo di tutta la filmografia successiva della Bigelow: l’analisi delle dinamiche di gruppo e del concetto di dipendenza.
I vampiri del film possono essere considerati alla stregua di una famiglia. Ci sono infatti due genitori, i due vampiri più anziani, Jess e Diamondback (Jenette Goldstein), e tre figli rappresentati dall’eterno bambino Homer, dalla dolce Mae e dal completamente fuori di testa Severen (Bill Paxton, quanto ci manchi).
Una sera, Mae conosce un ragazzo, Caleb, e lo morde, causandone la trasformazione. Caleb è l’outsider, il nuovo arrivato che per provare la propria fedeltà al gruppo dovrà sottoporsi a dei riti di passaggio e, se non li dovesse superare, verrà eliminato. Come se non bastasse, Caleb vive un conflitto tra il richiamo di questa nuova famiglia (è innamorato di Mae) e il desiderio di tornare dal padre a dalla sorellina.
Se tutto questo non vi sembra portare impresso il marchio a fuoco Kathryn Bigelow su ogni riga, significa che non la conoscete.

È sempre una bella esperienza guardare gli inizi di carriera dei nostri registi preferiti e rendersi conto che era già tutto lì, magari confuso, magari appena abbozzato, non ancora affinato dall’esperienza, ma presente ed espresso con quella potenza un po’ ingenua che di solito hanno gli esordi, in particolar modo, quelli che portano alla luce un talento cristallino, che sono grande cinema in partenza, che cambiano le cose. Near Dark ha cambiato le cose per i vampiri al cinema, anche se all’inizio è sembrato un fallimento; si è sedimentato nell’immaginario collettivo. Quei vampiri brutti, sporchi e cattivi, eppure capaci di un cameratismo e di un’unità fuori del comune, discendono sì da tanti pessimi ceffi del western e da diversi biker rappresentati nel cinema da drive-in degli anni ’60 e ’70, ma sono anche una creazione originale della Bigelow, che li trasforma in esseri notturni e soprannaturali, drogati di sangue e adrenalina.

L’attrazione e repulsione di Caleb nei loro confronti sarà poi la stessa che proverà Johnny Utah in Point Break per i criminali a cui dovrebbe dare la caccia. La Bigelow non giudica i suoi personaggi, ce li presenta per ciò che sono, ne sottolinea la perdita di umanità e la disperazione, la loro condizione perenne di fuggiaschi, il bisogno di nutrirsi e il modo orribile in cui lo fanno, ma anche la fragilità dei loro corpi, pronti a bruciare come dei ciocchi di legno una volta a contatto con la luce del sole.
Il romanticismo gotico della figura del vampiro così come la conoscevamo viene gettato definitivamente nella spazzatura. Gli omicidi sono fulminei, brutali, violenti. Manca anche la seduzione di solito legata a doppio filo con i vampiri classici. Jesse e il resto della famiglia cacciano in branco e quando li vediamo in azione, le dinamiche sono quelle di una rissa da bar. Usano armi da fuoco e da taglio, nel caso di Severen, addirittura degli speroni attaccati agli stivali. Sono delle belve scatenate, dei mostri privi di qualsiasi sentimento di pietà.
Eppure è davvero difficile non provare per loro quella stessa pietà che alle loro vittime è negata, tanto bene la Bigelow ha costruito i personaggi, tanto forte è il legame tra loro, la lealtà, il senso di appartenenza.

Non sono belli, non sono neanche “fighi” come potevano esserlo Jason Patrick e Kiefer Sutherland in The Lost Boys. Sono degli straccioni, sono luridi e disgustosi, se si esclude Mae che, essendo ancora giovane (in un dialogo dice di essere stata trasformata quattro anni prima), non ha ancora reciso del tutto la connessione con la sua parte umana ed è ancora capace di provare amore.
Ma siamo sicuri che i vampiri non ne siano capaci? Non è forse amore quello che spinge Homer a rincorrere la piccola Sarah sotto la luce del sole a morire bruciato perché non gli venga portata via? E non è forse amore quello tra Jesse e Diamondback, che finiscono insieme in una macchina lanciata come una palla di fuoco lungo la desolazione di una strada isolata, in una scena che poi Rob Zombie avrebbe ripreso per i suoi Reietti del Diavolo?
Mancando una distinzione netta tra buoni e cattivi, è difficile da stabilire se l’amore puro è quello rappresentato dal rapporto tra Mae e Caleb o dagli esempi che ho fatto poco sopra. Di sicuro è una concezione di amore molto ruvida, com’è ruvido tutto il cinema della Bigelow.

Ruvido nei concetti, elegantissimo nell’esecuzione, però. La Bigelow, che prima di mettersi dietro la macchina da presa, è stata un’artista, si porta dietro un bagaglio estetico e culturale di tutto rispetto da inserire nei suoi film, compiendo tutta una serie di scelte molto stilistiche molto ardite applicate al cinema di genere. C’è, prima di tutto, un lavoro enorme fatto insieme al direttore della fotografia Adam Greenberg (che arrivava da Terminator), per rendere sullo schermo il fascino della notte che, se ci fate caso, è sempre caldissima e sempre molto illuminata. Ottima soluzione per un film dove, a fare paura, deve essere la luce del giorno. Il che ci riporta a una delle sequenze più belle del film, quella dove i nostri vampiri sono assediati dalla polizia in una camera d’albergo e il confortevole buio viene spezzato dalle pallottole che forano le pareti della stanza facendo entrare lame di luce solare come tanti laser. Lì viene fuori tutta la bravura della Bigelow come regista d’azione e anche la grande modernità del linguaggio adottato, con tagli rapidissimi, e tuttavia una precisione chirurgica nel far capire allo spettatore tutto ciò che accade ai sei personaggi in campo, nonché a tutti gli agenti all’esterno.
Da qualunque punto di vista lo si guardi, Near Dark è un film che si merita lo status di mito assegnatogli dagli appassionati nel corso degli anni. Ed è anche l’inizio di una storia bellissima, che dalle strade deserte della provincia americana avrebbe portato la Bigelow dritta in cima al mondo, nella notte degli Oscar del 2009, quando sarebbe stata la prima (e per il momento unica) donna mai premiata con la statuetta come miglior regista.

Per il 1997 ho selezionato tre titoli. Che poi selezionato è una parola grossa, dato che in quell’anno c’è molto poco e, quel poco che c’era, è già stato affrontato qui sul blog in altre circostanze. Si comincia con il sottovalutatissimo Relic di Peter Hyams, si prosegue con Cube di Vincenzo Natali, per poi terminare alla grande con Event Horizon del mio Paul W.
E pensate a quanto sono democratica che vi lascio persino scegliere.

 

 

9 commenti

  1. dinogargano · ·

    Bel post , al solito , film visto di sfuggita ma in effetti mi era piaciuto molto per le atmosfere , poi adoro Lance H. , per me potrebbe recitare Madama Dorè e lo guarderei comunque …votato per Relic non tanto per il film in realtà ma perchè segna l’inizio di una saga che ho amato molto , e il Tenente D’agosta è un perfetto loser …

    1. Ma la serie di Pendergast al cinema non è stata mai portata, o sbaglio? Relic è l’unico film in cui compare il detective. Correggimi se dico una fesseria.

      1. No Lucia, nel film tratto da Relic Pendergast non compare proprio, infatti l’eroe diventa D’Agosta…

        1. E infatti non vedo il film da quindici anni e non me lo ricordavo. Però non esistono film di alcun tipo in cui compare Pendergast, giusto?

          1. Daniele "Nemo" Volpi · ·

            No.Uno dei personaggi incredibilmente trascurati da Hollywood…

            Pace profonda nell’onda che corre

  2. E comunque dissento, Bill Paxton era un figo della madonna 😁😁😁

  3. Punto su Relic, m’incuriosisce sapere che ne pensi

  4. Giuseppe · ·

    “Noi beviamo direttamente dalla fonte”…
    Oltre a tutto quello che hai giustamente scritto su questo indiscusso e magnifico cult vampirico della nostra Kathryn mi sento di aggiungere un’altra cosa da ricordare: la splendida colonna sonora dei Tangerine Dream 😉

    Vedo che nel terzetto c’è la possibilità di votare per Event Horizon, ragion per cui mi spiace molto per Hyams e Natali (entrambi degni del massimo rispetto) ma dovranno aspettare tempi migliori 😉

  5. Alberto · ·

    Non so che effetto possa fare a uno spettatore smaliziato di oggi, ma trent’anni fa era una bomba. Lo rivedo.

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