Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 28: The Cycle

Regia – Jordan Downey (2026)

Oggi tocca ai mutaforma e a questo film di cui si parla tanto e bene in giro. In teoria, inserirlo nella challenge in questa categoria equivale a uno spoiler, in pratica non è poi così importante, anche perché basta il titolo per capire dove va a parare, ma in ogni caso, se preferite vederlo senza avere la minima idea di cosa vi aspetta nel corso di questi centodieci minuti, il mio consiglio è di non leggere se ancora non lo avete visto, e tornare qui a cose fatte.
The Cycle è il secondo lungometraggio del regista dell’interessante The Head Hunter, uscito nel 2018. Downey ha poi partecipato a V/H/S Beyond con il segmento “Stork”, quello dei poliziotti che irrompono in una casa e vengono macellati. The Cycle è il suo biglietto d’ingresso in un cinema un po’ meno di nicchia. Se lo è giocato benissimo, questo biglietto, perché ha fatto un piccolo gioiello d’atmosfera, che cambia faccia e genere in corsa ed è sostenuto da un’interpretazione enorme di Deborah Ann Woll, mai così brava, intensa e piena di sfumature come in questa circostanza.

La nostra Deborah è Megan, un’antropologa forense che lavora in una “body farm” in cui le reclute dell’FBI vanno ad addestrarsi all’analisi dei cadaveri. Un giorno, arriva da lei un agente della polizia locale di una piccola città nelle vicinanze e le dice di aver trovato il corpo di suo padre, scomparso da anni, sulla scena di un crimine: una donna e suo figlio sono stati massacrati, probabilmente da un animale, ma il terzo cadavere, quello di suo padre, è intatto, anche se in stato di decomposizione, e nessuno capisce come sia finito lì e perché. Meg, che è stata abbandonata quando aveva quattro anni, e non ha più avuto notizie del padre da allora, si lascia convincere e comincia a collaborare con la polizia nelle indagini.
The Cycle è un falso procedural, che comincia come il più classico dei thriller investigativi e poi a un certo punto sbrocca e diventa un’altra cosa, buttando nel gabinetto con un ghigno selvaggio la sua intera struttura razionalista e precipitando lo spettatore in vecchio Universal, ma con tanto gore e degli effetti pratici da lacrime agli occhi per la loro inusitata bellezza.

Il passaggio non è repentino e selvaggio come, per esempio, accade in quel capolavoro assoluto di Malignant, che quasi ti viene il colpo di frusta per quanto è brusca la sterzata. Downey ci porta per gradi in una dimensione diversa da quella di una semplice indagine su degli omicidi, un passo per volta, tramite piccoli indizi e quasi impercettibili spostamenti dell’attenzione. Intendiamoci: che non si tratti di un attacco da parte di un animale feroce è evidente a chiunque abbia visto un paio di horror in vita sua, ma non è questo il cardine della questione. Che ci sia un qualche tipo di mutaforma di mezzo è dato per scontato, pure che si tratti del mutaforma per eccellenza, ovvero il licantropo, e tuttavia il vero colpo di scena del film è un altro, e di rado ne ho visto uno così ben riuscito e così ben preparato. Si interseca alla perfezione, inoltre, con il dramma umano della protagonista e con tutte le problematiche che si possono avere nel corso della propria vita adulta con la figura paterna. Sì, ci risiamo, li attiro come una calamita, che cosa ci posso fare.

Se non fosse un’espressione poco simpatica, dire che The Cycle è un film d’altri tempi, nello specifico uscito dritto da quel periodo nella seconda metà degli anni ’90 in cui tutti cercavano di avere il proprio Silenzio degli Innocenti, e ci siamo goduti un buon numero di perle del thriller investigativo. Ha quella maniera di procedere a lenta combustione, con un incremento improvviso del ritmo a partire dalla rivelazione, che mi ha ricordato il primo Shyamalan, anche per come gestisce l’atmosfera plumbea e malinconica della città portuale in cui il film si svolge e il generale stato di perenne angoscia che grava sui personaggi. È un film molto grigio, sepolcrale, in cui il dolore di tutti i protagonisti è trattenuto, composto, fatto di piccoli gesti e sguardi. La freddezza dell’ambiente, lo squallore degli interni e degli esterni riflettono gli stati d’animo segnati dal trauma, dalla tragedia, da ferite (in senso figurato e letterale del termine) che sono rimaste aperte per anni. È pesante, non nel senso di noioso, ma nel senso di denso, anche senza mai diventare melodrammatico, perché l’approccio di Megan è quello del distacco clinico, del raziocinio al di sopra di tutto, della scienziata che rimane tale persino di fronte all’inesplicabile, e lo analizza, cerca di spiegarlo e di trovare anche una soluzione.

Parlavo prima di effetti pratici: la creatura (ideata da Patrick McGee) è interamente meccanica e frutto del lavoro combinato tra trucco e animatronica. Per la maggior parte del tempo si tratta di uno stunt in costume, con i dettagli del muso, delle fauci, della lingua (indimenticabile, quella lingua), delle zampe affidati ai maestri dei pupazzoni. La sequenza della trasformazione, lunga e magnifica, è fatta proprio alla vecchia maniera, come quando un ragazzo americano veniva disturbato dalla luna piena a Londra, per intenderci, e funziona mille volte meglio di qualsiasi metamorfosi in digitale abbiamo visto negli ultimi vent’anni o giù di lì. Sentire la presenza del mostro lì, accanto agli attori, fisica, concreta e minacciosa, dentro la scena e non aggiunta in un secondo momento, rimane un’esperienza imparagonabile ai mostri realizzati in post produzione, per quanto possano essere belli e realistici. Le reazioni sono più spontanee, le interazioni risultano realistiche. È un qualcosa che deriva dall’esserci, dal poter toccare con mano il mostro, e risolve anche tanti problemi di sospensione dell’incredulità. Poi ovvio che sia complicato e richieda più soldi e più fatica, ma non c’è partita, mi dispiace. Il che mi fa cogliere l’occasione per scrivere vaffanculo all’AI e a chiunque ne faccia uso.

Mancava proprio, in questo 2026, un bel creature feature realizzato come nostro signore Rob Bottin comanda. È stata una sorpresa bellissima e una vera gioia da guardare. Spero che Downey giri parecchi altri film con questo passo e con questa atmosfera, perché ne abbiamo un disperato bisogno, ci serve riscoprire la dimensione artigianale del genere, anche all’interno di un film che somiglia più a una grossa produzione che a un piccolo progetto indipendente. È proprio questa commistione tra la sobrietà di un procedural anni ’90 e la furia scatenata di un film di mostri a renderlo un qualcosa di unico nel panorama dell’horror contemporaneo. Senza mai andare sopra le righe, senza mai strizzare l’occhio allo spettatore, senza alcun distacco ironico, The Cycle procede come un rullo compressore e vi lascia con un sorriso enorme sulla faccia, e la sensazione che non tutto sia risolto, che ci sia ancora tanto da scoprire.
Bellissimo.

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