
Regia – Na Hong-jin (2016)
Non so cosa mi era preso dieci anni fa, ma non ho mai scritto niente su questo film pesantissimo, da qualunque punto di vista si voglia interpretare il termine, anche in accezione negativa. Ne approfitto dedicandogli il complehorror di maggio, perché The Wailing (o, se mi fate i filologi, Gokseong) è uscito in Corea del Sud il 12 maggio del 2016. Non so a voi, ma a me fa più impressione il fatto che siano passati dieci anni da The Wailing che venti da Silent Hill, per dire. Strana cosa il passare del tempo.
Che poi, io lo so esattamente cosa mi era preso, all’epoca: a me The Wailing non era poi piaciuto così tanto, sempre perché ormai ho un’età in cui del giudizio altrui me ne cale poco, e posso confessare i miei più luridi segreti. È un film che è cresciuto a ogni successiva visione, perché ci sono tornata parecchie volte, a volerlo capire, a volerlo conoscere. The Wailing ti fa un po’ l’effetto di un labirinto in cui desideri andarti a perdere, non so se mi spiego.
Come gli altri due film dello stesso regista, ha dei problemi di ritmo, in particolare nella prima parte. Soffre di una durata elefantiaca e scoraggiante, ed è terribilmente ripetitivo. Poi, a un certo punto, spicca il volo e ti rendi conto che tutto ciò che hai pensato fosse una perdita di tempo, aveva senso. Credo ancora che lo si potrebbe sfoltire di una trentina di minuti, perché la montatrice che è in me tende sempre a tagliare e tagliare, ma penso anche che la volontà dell’autore sia molto chiara e che il film abbia un suo equilibrio interno, e a quel punto diventa tutto un fatto di percezione individuale, e non solo: The Wailing ti dà un qualcosa di diverso a seconda di quando lo guardi, del momento che stai attraversando, dell’umore, della tua condizione psicologica transitoria. Sembra quasi un film mutevole e in perenne divenire.
È molto importante perché gran parte dell’horror soprannaturale arrivato dalla Corea negli ultimi anni ha un rapporto di filiazione diretta con The Wailing. Pensate, per esempio, al recente Exhuma, o anche a Dark Nuns, che del festeggiato di oggi sembrano quasi una versione commerciale, pensata per un pubblico più vasto possibile.
Se Exhuma e Dark Nuns sono opere complesse per uno spettatore occidentale, perché danno per scontati parecchi dettagli che a noi sfuggono se non ce li spiegano, il discorso si amplifica a dismisura con The Wailing: a tratti, è incomprensibile.
Poi, certo, le informazioni sono lì, alla portata di chiunque, ma non è la stessa cosa. The Wailing è una specie di film-mostro, che va preso come un giro su una delirante giostra, senza pretendere a tutti i costi di volerlo comprendere fino in fondo. Si tratta di uno degli horror più ambiziosi e di dimensioni fuori dalla norma della sua epoca, che ti inganna in ogni maniera in cui si può essere ingannati, convincendoti a più riprese di avere un’identità precisa, per poi cambiare pelle in corsa.
Comincia infatti come un poliziesco di campagna, con un agente di un piccolo paese sulle montagne che indaga su alcuni violenti omicidi senza movente. Le persone impazziscono e fanno fuori i loro amici e i loro parenti, per poi soccombere a una misteriosa malattia che si propaga tra gli abitanti del villaggio. Pare che questi atti efferati siano iniziati quanto è arrivato in città un uomo giapponese (Jun Kunimura), sul quale convergono tutti i principali sospetti. A un certo punto, la malattia (che è una forma di possessione demoniaca) infetta anche la figlia del poliziotto protagonista. Entrano in scena un prete cattolico e uno sciamano, succedono cose turpi e, comunque, anche alla fine delle oltre due ore e mezza di durata, la verità continua a sfuggirci, nonostante gli innumerevoli colpi di scena e ribaltamenti di campo che Na Hong-jin dispensa a piene mani in questo lungo e accidentato tragitto.
È sicuramente un folk horror, The Wailing, o almeno, la vulgata comune vuole che sia un folk horror, perché parla di mito, credenze e riti in un contesto rurale, e perché vede come protagonista un individuo, per quanto abbastanza inetto e non dotato di particolare acume, che si affida alla razionalità e alla logica nel corso delle indagini. Razionalità e logica che dapprima scricchiolano, e poi gli crollano addosso, travolgendolo. Strumenti che si rivelano inutili e inadeguati di fronte alle forze con cui abbiamo a che fare.
Il problema è che anche la religione si rivela inutile e inadeguata, quando non direttamente dannosa, a partire dallo sciamano, passando per il povero pretino, nessuno riesce davvero a venirne a capo. O se ci riesce, lo fa quando ormai è troppo tardi e ogni cosa è perduta.
Come in ogni folk horror che si rispetti, c’è qualcuno che viene “da fuori”, ma qui lo straniero non è l’oggetto dell’assimilazione o della sconfitta. Su cosa sia esattamente l’uomo giapponese, credo ci si potrebbe aprire un dibattito lungo almeno dodici ore, e per chi ancora non avesse visto il film (lo trovate a noleggio su Prime), non mi pare sia gentile mettersi a disquisirne ora. Quello che mi sento di poter dire, senza approfondire troppo la questione, è che si tratta sia un agente sia di un catalizzatore di forze così enormi, che qualunque forma di opposizione è risibile.
Da un punto di vista estetico, The Wailing è monumentale. Parte un po’ in affanno per impostare bene ambientazione e personaggi, che sono tanti e vanno conosciuti bene per poi vederli sbriciolarsi nel corso del film, ma una volta che riesce a ingranare, si inventa una sequenza spettacolare dietro l’altra. Soltanto la celeberrima sequenza del doppio rito sciamanico è da stropicciarsi gli occhi e raggiunge dei livelli di intensità che di rado di vedono nel cinema horror occidentale. Fa paura, perché la macchina da presa è sempre concentrata su ciò che non torna, sui dettagli destabilizzanti, sulla creazione di un’inquietudine via via più profonda. Alla fine, è il racconto di una comunità che viene spazzata via, è la messa in scena della nostra impotenza di fronte all’irruzione improvvisa dell’irrazionale. Entrando ancora più dentro al cuore del film, è la presa d’atto di come non sia possibile avere una fede, sia come concetto generale, sia nel particolare: è impossibile, quando si arriva a prendere delle decisioni dalle quali dipende la nostra vita, riporre la nostra fede in qualcosa o qualcuno.
Se la logica ci abbandona e se non possiamo neppure credere, restiamo soli. Non abbiamo appigli. Perdiamo tutto e ci lasciamo morire. O ci facciamo ammazzare.
Tutt’ora non penso che The Wailing sia il miglior horror coreano di sempre, non penso neppure che sia il miglior horror coreano del 2016, ma sono riuscita a farci pace, nel corso degli anni. So che è un concetto scontato e abusatissimo, ma The Wailing è un’esperienza che, almeno una volta nella vita, bisogna fare. Anzi, conviene farla più volte, perché lo si apprezza di più quando si ha la forza di sottoporsi alle sue interminabili due ore e mezza e ci si lascia ipnotizzare. Perché, appunto, è come un’ipnosi, questo film. Opporvi resistenza non ha senso e si rischia pure di farsi male.
Per quanto riguarda Na Hong-jin, dopo The Wailing è stato fermo per un bel po’. Ha sceneggiato e prodotto quel capolavoro di The Medium nel 2021, ha diretto un corto nel 2023, e adesso siamo tutti in attesa del debutto a Cannes del suo nuovo lungometraggio da regista, Hope, del quale si ignora ancora la durata, ma temo che supereremo in leggerezza le tre ore.











Che bomba!
Sono già dieci anni? 😳 Mi sa che tocca una ripassata di The Wailing pure al sottoscritto (visto una sola volta, senza afferrare bene il tutto: oggi magari reagirei in modo diverso)…