Presence

Regia – Steven Soderbergh (2025)

Pur non avendo mai amato il cinema di Soderbergh, l’ho sempre trovato interessante, almeno per i primi dieci minuti di visione. Il suo film che preferisco è di sicuro Unsane, del 2018, di cui Presence è quasi una versione più ricca e sofisticata. Entrambi sono stati girati con un iPhone (e con ottiche abbastanza simili) ed entrambi sono film dell’orrore, dichiaratamente psicologico Unsane, nominalmente soprannaturale Presence. In Unsane era proprio la (ai tempi) bassa qualità delle immagini a rendere il film inquietante. La piattezza dell’aspetto di ogni scena ti sbatteva dritta sul muso una realtà orribile e inseriva la protagonista (straordinaria Claire Foy) in un ambiente squallido e tetro, che amplificava il suo disagio e, di conseguenza, il nostro.
Unsane era un esperimento valido perché aveva una storia valida alle spalle e perché lo stile attraverso cui era narrata andava a braccetto con essa. 
Il problema di Presence è che, non avendo un’ossatura narrativa forte, dopo un po’ il giochino estetico su cui si basa diventa stancante. C’è poi l’ulteriore penalizzazione dovuta al fatto che Presence esce quasi in contemporanea con un altro film sperimentale con cui condivide più o meno lo stesso assunto di base, ovvero In a Violent Nature. Un confronto dal quale Presence esce con tutte le ossa rotte. 

La sceneggiatura, di David Koepp (il vero motivo per cui ero curiosa del film) è infatti molto classica e anche un po’ generica, tanto che sembra che Koepp abbia preso un fondo di magazzino e lo abbia consegnato a Soderbergh per farlo divertire con il suo iPhone: c’è una famiglia che si trasferisce in una nuova casa. Mamma Lucy Liu, marito e due figli, il maggiore, giovane promessa del nuoto agonistico, coccolatissimo da sua madre e popolare a scuola, la minore, che ha da poco perso un’amica in un modo orribile, è traumatizzata, ma non viene quasi per niente calcolata dal resto della famiglia, padre escluso, che tuttavia non sa bene come prenderla e si accorge di quanto sia incasinata un pelo troppo tardi.
In questa nuova casa abita anche la presenza del titolo, con ogni probabilità un fantasma, anche se la cosa non viene mai chiarita. Ora, il trucchetto è che il film è girato tutto in soggettiva, e la soggettiva è quella della presenza. Avanguardia pura.

Da un punto di vista tecnico, Presence è spettacolare, e va dato atto a Soderbergh di aver portato avanti la sua idea con una coerenza ferrea, quindi è un film che vale la pena di vedere, se non altro per restare a bocca aperta di fronte a una serie di evoluzioni della macchina da presa (è un iPhone, ma ci siamo capiti) che strappano applausi a scena aperta e si incastrano alla perfezione con la splendida architettura della casa in cui Presence si svolge. Tuttavia, grattando questa superficie scintillante, dietro non c’è davvero niente. 
Come abbiamo già detto a proposito di In a Violent Nature, un film visto attraverso la prospettiva del cattivo di turno, sia esso assassino boschivo o creatura soprannaturale, non può suscitare alcun senso di paura e neanche di disagio, perché la paura deriva dalla nostra relazione con l’eventuale minaccia. Non la minaccia a essere spaventata dalla nostra presenza e, osservando la storia svolgersi tramite i suoi occhi, vediamo soltanto la vita quotidiana di una famiglia disfunzionale in un posto dove ogni tanto saltano le luci e cade qualche scaffale. 
Ma va benissimo, perché Presence non punta a spaventarci, e non sta scritto da nessuna parte che un film, per essere horror, debba fare paura. 

Quello che Presence vorrebbe fare, a mio avviso riuscendoci pochissimo, è proporci una profonda riflessione sul trauma e il lutto, sulle dinamiche familiari malate e financo sulla mascolinità tossica, gettando nel pentolone decine di temi diversi e pretendendo di fare tutto ciò con la ginnastica cinematografica della soggettiva perenne. Ma se non ci sono i personaggi e se la sceneggiatura è soltanto una serie di appuntamenti segnati sul manuale della casa infestata e, peggio ancora, dell’elevated horror anni ’10, il tutto risulta poco sincero, un paravento dietro cui nascondere la vera ragion d’essere di Presence: far divertire Soderbergh con un paio di milioncini. 
E devo dire che, se lo si prende in questo modo, Presence diventa efficace e anche ammirevole. Un gioco di prestigio di meno di 90 minuti che fila via rapido, senza alcun coinvolgimento da parte nostra. Insomma, Soderbergh puro. 

Dove In a Violent Nature faceva una riflessione teorica sul linguaggio dello slasher, su come sia di fatto il punto di vista a manipolare le nostre emozioni, Presence non offre alcuno spunto per discutere sul linguaggio delle ghost story o anche soltanto su come la prospettiva adottata modifichi la realtà che ci viene presentata. Qualcosa a cui aggrapparsi si trova nel modo in cui vengono dispensate le informazioni sulla famiglia protagonista: sappiamo di queste persone soltanto quello che sa l’entità che le spia e la nostra conoscenza delle loro relazioni e dei rapporti di forza interni è per forza di cose viziata da uno sguardo che non è neutrale: la prima ad accorgersi che qualcosa dentro quella casa non torna è Chloe, la figlia. La sua percezione è in un certo senso potenziata dal lutto e dal dolore per la perdita della sua amica e la presenza instaura con lei un rapporto privilegiato; all’interno della guerra civile tra genitori e figli e tra marito e moglie che costituisce il nucleo del racconto (e che dovrebbe esserne il fulcro emotivo non pervenuto), il fantasma, che chiamiamo così per comodità, si schiera subito dalla parte di Chloe.

Quest’occhio apertamente schierato e gettato dentro a un conflitto preesistente avrebbe potuto essere un elemento di grande interesse, se soltanto a Soderbergh fosse importato raccontare una storia. Essendo Presence un esercizio tecnico e nulla più, passa un po’ così, all’interno di un film che si rifiuta di approfondire alcunché e vola sulle nostre teste, leggero e impalpabile come la presenza che gli dà il titolo. 
E forse il senso di Presence sta proprio nella sua inconsistenza. Io l’ho visto due volte e ancora non capisco se mi sia piaciuto. Per ora sospendo il giudizio e vi chiedo cosa ne pensate voi. 

11 commenti

  1. Avatar di alessio

    Il ribaltamento finale di prospettiva di In a Violent Nature aveva lo scopo – riuscitissimo – di sbatterci in faccia i meccanismi della tensione dando senso alla semi soggettiva della prima parte; qui forse, facendo un paragone con Nickel Boys (visto che è giorno di Oscar), si sceglie la soggettiva per affidare la visione della realtà – le dinamiche familiari – attraverso un particolare (speciale) punto di vista. Ma lo sguardo in e dei Nickel Boys ci raccontava, attraverso gli occhi dei protagonisti, la dura vita (e non solo) del riformatorio e, partecipando dello sguardo, anzi essendolo, si comprendeva mentre qui, a parte la scelta che è sì desueta e originale, ogni cosa finisce (oltre che con un po’ di mal di testa) per avvicinarci a un peeping tom qualsiasi il quale si affida a un’entità spettrale anziché a delle telecamere nascoste. Più che un horror psicologico un dramma un po’ piatto ma, non so perché, c’era qualcosa di affascinante nel muoversi come testimoni silenziosi dentro la casa, tra queste mura private dove si consuma gran parte della vita di noi tutti.

    1. Avatar di Lucia

      Sì, è lo stesso tipo di fascinazione che ho subito anche io. Non riuscivo a staccare gli occhi dallo schermo. Non ho ancora visto Nickel Boys, quindi non posso fare il paragone.

      1. Avatar di alessio

        Ho voluto fare un paragone (un po’ azzardato) con Nickel Boys sebbene là la soggettiva passi da un protagonista a un altro (per poi andare in semi soggettiva) anche per dire come quella medesima scelta di ripresa possa avere finalità diverse (e che ho trovato più funzionali e solide – ma sempre impegnative per la visione, almeno per me – sia In a Violent Nature che in Nickel Boys sebbene anche qui abbia il suo perché se vogliamo spiegarla con quell’effetto fascinazione di cui parli e che ha intrigato entrambi). Ma poi anche perché questo espediente narrativo è funzionale al twist finale non poi così distante dal colpo di scena in chiusura di Nickel Boys.

  2. Avatar di giuseppe p
    giuseppe p · ·

    Ciao, grazie per la tua recensione. Tantissime volte mi trovo d’accordo con la tua valutazione, e ovviamente non l’ho scritto mai (…). Ti scrivo oggi per dire che stranamente non mi trovo del tutto d’accordo, “solo” in parte. Per coincidenza ho visto il film giusto ieri sera e stamattina trovo lo trovo nella tua newsletter, e così ce l’ho ancora fresco in testa. Effettivamente non è un capolavoro, non c’è chissà quale approfondimento di tematiche, e dopo i momenti iniziali la storia della soggettiva un po’ pesa, proprio dal punto di vista visivo “effetto mal di mare”. Però poi verso metà mi è scattato l’interesse di capire come la storia andasse a finire, con la commistione tra ciò che fanno i viventi e ciò che può fare la presenza.

    A me è sembrato effettivamente quasi un divertissement, e qui ancora una volta mi ritrovo con la tua recensione. C’è un motivo in più che me lo fa sembrare così, ed è una cosa di cui non ti ho visto accennare affatto, non so se per motivi di spoiler.

    AVVISO SPOILER PER I LETTORI

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    Secondo me il “divertissement” sta nel plot twist finale, dove si rivela che per – tutto il tempo della storia – quella presenza è stata sempre il fratello.

    Questo me l’ha fatto entrare un po’ più in simpatia, un po’ nello stile de Ai confini della realtà.

    A te no?

    1. Avatar di Lucia

      Non potevo scrivere niente per motivi di spoiler. Diciamo che si tratta di una sorpresa abbastanza grossa che arriva alla fine del film e che non era il caso di rivelarlo qui, dato che Presence è uscito da pochissimo, in Italia è ancora inedito e pareva brutto!

  3. Avatar di giuseppe p
    giuseppe p · ·

    ah ecco. Se vuoi rimuovi pure il mio commento.

    Grazie per la risposta!

    1. Avatar di Lucia

      No no, hai segnalato lo spoiler e quindi non c’è bisogno di rimuoverlo, ci mancherebbe!

  4. Avatar di L

    Sono abbastanza d’accordo… L’idea sulla carta perlomeno è diversa dal solito, ma poi c’è molto poco dietro, e quello che c’è è anche un po’ cheap. Che poi, di base, non è un horror, e forse neanche tenta di esserlo… Unsane, anche da quel punto di vista, era molto più riuscito…

    1. Avatar di Lucia

      Unsane stava per farmi rischiare di ricredermi su Soderbergh per quanto mi è piaciuto.

  5. Avatar di Giuseppe
    Giuseppe · ·

    Che Soderbergh non arrivasse ad osare quanto Chris Nash con il suo In a Violent Nature era prevedibile, direi, ma mi aspettavo che almeno riuscisse a mantenersi sui livelli di Unsane 😐 Dovrò darci un’occhiata anch’io per capire se, perlomeno come esercizio tecnico, riesca a trovarci qualcosa di salvabile…

  6. Avatar di Valerio
    Valerio · ·

    Il cinema di Soderbergh non mi dispiace, ma condivido l’osservazione sui primi dieci minuti. Oltre a Unsane, mi piace ricordare Haywire – ha anticipato il cinema d’azione della 87th North. Presence mi è piaciuto, pur con qualche riserva. Considero la trama l’elemento più prescindibile, a patto che un’impalcatura narrativa esile o anche soltanto aderente in modo pedissequo al genere di appartenenza sia sorretta da un uso coinvolgente del linguaggio o dall’approfondimento del mondo portato in scena. Oppure, ancora meglio, entrambe le cose. Qui abbiamo un accenno di una e dell’altra: la scelta formale è soltanto una – per quanto apprezzabile – e nessun tema è di fatto approfondito più di tanto, quindi si ferma un po’ a metà strada. Penso che la sensazione condivisa di incertezza su come valutarlo derivi da questo.