Tanti Auguri: 40 anni di A Nightmare on Elm Street

Regia – Wes Craven (1984)

Quando ancora qualcuno si azzarda a chiedermi come mai io sia così fissata con Wes Craven, se mi va di rispondere dico che il motivo è la sua capacità di capire sempre con qualche anno di anticipo la direzione che il genere stava per prendere. Da un regista mai davvero interessato di horror e che nell’horror ci si è trovato per caso, non ci si aspetta questa precisione. Ogni volta che ci si è messo d’impegno, ha creato un piccola rivoluzione: la più eclatante è di sicuro quella legata a Scream, anche perché Craven è riuscito a non farsi soffiare la saga da sotto al naso e a mantenerne il controllo per tutta la sua vita; ma la più significativa, anche se magari meno evidente, è quella che ha portato, con il complehorror di oggi, alla distruzione dello slasher così come aveva prosperato durante il suo primo ciclo produttivo, che per comodità facciamo cominciare nel 1978.
Dopo Wes Craven, Nancy Thompson e Fred Krueger, lo slasher si è dovuto adeguare, perché come fai a ignorare una cosa del genere? Persino l’inossidabile Jason, nel 1986, ci ha dovuto fare i conti con questo villain così nuovo, diverso, arrivato da chissà dove. 
È vero che esistono dei precedenti importanti, Phantasm su tutti, il cui collegamento concettuale con Nightmare non è ancora stato esplorato abbastanza, ma il lavoro di Coscarelli, per quanto magnifico, è un horror soprannaturale in purezza: Nightmare prende il filone più popolare, ancora ancorato a una pretesa di realismo, e lo trascina su un terreno diverso, mantenendone all’apparenza invariata la struttura. 

Nightmare on Elm Street ha infatti l’ossatura narrativa tipica dello slasher di inizio anni ’80: gruppo di adolescenti perseguitati da un assassino e fatti fuori uno dietro l’altro all’interno di un ambiente da loro percepito come sicuro. Mi annoio da sola a rimarcare sempre le solite cose, ma un elemento fondamentale dello slasher è proprio quello relativo alla percezione dello spazio in cui si muove il killer: un luogo in cui in teoria è garantita la protezione (derivata dagli adulti) e che in realtà è un territorio di caccia.
Craven porta questo falso senso di sicurezza all’esasperazione, inventando un villain che torna dalla tomba per punire i genitori attraverso il sacrificio dei loro figli.
La natura punitiva dello slasher implica sempre che i ragazzi uccisi dall’energumeno di turno abbiano, sotto sotto, fatto qualcosa di male, meritato la loro triste sorte. Di solito è perché si comportano, appunto, da persone della loro età: basta questo per finire sotto le varie armi da taglio impugnate dagli assassini che popolano il paesaggio dello slasher dei primi anni ’80 (Halloween compreso). 
Craven sposta la colpevolizzazione dai giovani al mondo degli adulti: sono loro ad aver ucciso Fred Krueger, sono loro ad aver nascosto la cosa ai figli. Ma sono sempre e comunque i figli a pagare. 

Di conseguenza, pur avendo la forma apparente di uno slasher classico, Nightmare si comporta in maniera opposta: Krueger è la perfetta incarnazione dell’uomo nero perché rappresenta il passato che si pensava sepolto e dimenticato e invece torna a mordere. Ma non i diretti responsabili, come accade per esempio in ai protagonisti di Terror Train o Happy Birthday to Me. Qui, e in quasi tutto il cinema di Wes Craven, a partire da L’Ultima Casa a Sinistra, le colpe dei padri ricadono sui figli. Gli adulti combinano disastri e poi a dover sistemare tutto sono i giovani, cresciuti nell’illusione di essere al sicuro, nutriti dalla falsa certezza di vivere in un mondo dove i più grandi, quelli responsabili, quelli consapevoli, li hanno protetti e fatto sempre quello che era meglio per loro, vissuti dell’ignoranza delle cause che ora li stanno facendo morire uno a uno. 
Questo è, in sintesi, A Nightmare on Elm Street: la sovversione del paradigma di fondo reazionario (anche perché mutuato dal giallo italiano) dello slasher. Per dirla in termini kinghiani, i veri mostri sono gli adulti.

Fred (che diventa l’amichevole Freddy di quartiere nei seguiti) colpisce nel sonno perché è il momento in cui siamo più vulnerabili, e perché quello dei sogni e degli incubi è un luogo privo di regole e manipolabile a seconda delle esigenze. La realtà perde i suoi connotati, diventa come gli scalini di casa di Nancy, materia gommosa in cui sprofondare.
Nessuno come Craven ha saputo raccontare così bene il labile confine tra sonno e veglia e la natura instabile e precaria del paesaggio onirico. Nessuno, anche con mezzi limitati e poco tempo a disposi, è stato così bravo a mettere in scena la vera sostanza dell’incubo. E infatti, seguiti di Nightmare esclusi, in pochi ci sono tornati a raccontarlo. Persino film che a Nightmare devono molto (come Smile o Talk to Me), tendono a preferire usare l’allucinazione invece dell’incubo vero e proprio, perché ormai la paternità del mondo dei sogni è tutta di Craven e del suo uomo nero ustionato. Eppure, le transizioni tra la realtà e qualsivoglia forma di altrove venga presa messa in campo sono rimaste invariate dai quarant’anni e sono ancora quelle che ha usato Wes Craven in questo film: il concetto è sempre quello di trattare le due dimensioni come vasi comunicanti e di affidare la salvezza dei protagonisti alla comprensione del meccanismo. 

Oltre che da un punto di vista narrativo e tematico, Nightmare ha impostato l’immaginario onirico da quello estetico. A parte le inquadrature più classiche del film che sono rimaste scolpite nella galleria della cultura popolare del XX secolo (Nancy nella vasca, la cornetta del telefono tramutata in lingua, le braccia di Fred nel vicolo), è ciò che Craven intuisce a livello visivo a rendere Nightmare una pietra miliare dell’horror soprannaturale: ciò che accade nei sogni di Nancy e degli altri ragazzi non è mai completamente surreale, ma resta in ogni istante ancorato al reale, è sempre in qualche modo riconoscibile e familiare; non si tratta di raccontare un universo alieno, ma una leggera distorsione del quotidiano, atta a confondere i personaggi e il pubblico e a tenerli sulla corda per tutta la durata del film: qualsiasi istante potrebbe essere un incubo, quindi si sta sulla corda e a ogni sequenza a cui assistiamo non siamo in grado di percepire cosa esattamente stiamo vedendo. 
Se ci pensate, è il meccanismo su cui si basa gran parte dell’horror soprannaturale contemporaneo. E arriva dritto da qui. 

Un altro aspetto (non l’ultimo, ma ci vorrebbe un libro) su cui Nightmare è arrivato così in anticipo da essere rivoluzionario, è quello legato alla sua protagonista, Nancy, interpretata da Heather Lagenkamp, e ancora adesso mia final girl preferita dell’intera storia dell’horror. Anche in questo caso, Nightmare finge di rispettare il classico stereotipo della sopravvissuta designata dello slasher anni ’80, mentre ne opera, allo stesso tempo e in maniera non plateale, un vero capovolgimento. Se Nancy appare come una giovanissima donna caratterizzata dall’innocenza (anche in contrapposizione col carattere più esuberante di Tina), si distingue dalle colleghe a lei precedenti di qualche anno per una totale mancanza di passività. La final girl è di solito brutalizzata per 80 minuti su 90 e reagisce soltanto quando è arrivata al limite estremo del tracollo nervoso. Come ci insegna Leslie Vernon, la final girl rinasce nell’ultimo rullo del film; Nancy è sempre attiva: progetta, pianifica, cerca di salvare Glen che non la ascolta e infatti finisce risucchiato dal materasso e risputato fuori in forma di purè, si ribella all’autorità del mondo adulto perché ha chiaro sin dall’inizio che la stanno fregando; per fermarla, la madre le deve mettere le sbarre alle finestre. 
A differenza della maggior parte delle fnal girl dei primi anni ’80, Nancy non subisce il film, ma porta lei avanti la storia, e lo fa alle sue condizioni. 

Chiudo, perché altrimenti mi arrestano, con un’ultima nota volante su Robert Englund e il suo Fred Krueger: Englund era un attore di seconda fascia con un ruolo minore nella serie V. Non aveva altri progetti all’epoca, era deluso e amareggiato. Craven non aveva un’idea chiara di come dovesse apparire sullo schermo Krueger. All’inizio il ruolo era andato a David Warner, ma poi non se ne era fatto più niente. Voleva un uomo alto e minaccioso; Englund era minuto e con l’aria simpatica. Craven rimase convinto dal provino e si prese il rischio di assumerlo. Englund appare sullo schermo, nel primo film di Nightmare, per circa 7 minuti. 7 minuti per entrare nella leggenda e diventare la più grande icona che il cinema horror ci abbia mai regalato. 
Quasi tutti i villain storici sono stati, col tempo, sostituiti da altri interpreti; quando ci hanno provato con lui è stato un disastro. Nessuno è indispensabile, tranne Robert Englund. E questo è un fatto. Quarant’anni esatti dopo l’arrivo di A Nightmare on Elm Street nelle sale americane (9 novembre 1984), ci restano tanto amore e tanta gratitudine per un film che ha davvero plasmato la nostra immaginazione come pochi altri al mondo. E tra altri quarant’anni, saremo ancora qui a celebrarlo.

7 commenti

  1. Avatar di marco

    Amen.

    Da ragazzo ero andato da Profondo Rosso a Roma, aveva aperto da poco, con l’intenzione di comprare il guanto. Trovai una cosa di plastica, piccola e imbarazzante. Tornai a casa e lo feci insieme a mio padre, usando pezzi di grondaia, rivetti e unghie di alluminio (innocue).

    Ha perso un’unghia ma è ancora qui

    PS Phantasm 🖤

    1. Avatar di Lucia

      Sempre desiderato e mai avuto, il guanto di Fred

  2. Avatar di Saraemmez

    Molto bella e sentita questa lettera d’amore a Nightmare e Wes Craven!

    Chiedo scusa in anticipo se dovessi risultare pedante, però avrei due piccole puntualizzazioni con una cosa che hai scritto. Commento perché mi sembra di intuire che la tua sia in minima parte una risposta al mio ultimo episodio del podcast Attraverso Lo Schermo su Smile 2, dove menzionavo proprio Nightmare parlando di surrealismo.

    Per prima cosa, secondo me quello che scrivi su Nightmare corrisponde esattamente a quello che vediamo in Smile 2: “Ciò che accade nei sogni di Nancy e degli altri ragazzi non è mai completamente surreale, ma resta in ogni istante ancorato al reale, è sempre in qualche modo riconoscibile e familiare; non si tratta di raccontare un universo alieno, ma una leggera distorsione del quotidiano, atta a confondere i personaggi e il pubblico e a tenerli sulla corda per tutta la durata del film”. 

    È lo stesso meccanismo di Smile 2, che poi crea quelle che definisci allucinazioni, ma che alla fine funzionano come gli incubi di Nightmare: non sai mai se sei davvero nella realtà, o se stai vivendo un’esperienza controllata dal mostro del caso. Non si capisce più dove inizia e dove finisce, la realtà.

    Un’altra cosa che mi preme evidenziare è legata all’uso del termine “surrealismo”. Il surrealismo si basa proprio sul creare distorsioni ancorate al reale, in cui ciò che è riconoscibile viene privato della sua dimensione confortante ed è calato in quella inquietante, che sì, a volte può essere anche aliena. Però non si tratta di creare mondi interamente nuovi e lontanissimi dall’umano: quella è una pratica che definirei lovecraftiana e legata all’orrore cosmico. 

    Faccio un esempio banale: i più famosi quadri di Dalì sono quelli con gli orologi che si sciolgono in paesaggi desertici. Il punto è proprio prendere quell’oggetto così comune, e alterarne la funzione abituale. Pensa ai quadri di Magritte: prendo la definizione più generale possibile di uomo borghese (bombetta, giacca e cravatta), e gli piazzo una mela davanti alla faccia; oppure faccio piovere lui e i suoi cloni sulla città. Il gioco è quello. Poi sì, nel surrealismo puoi avere anche visioni più fantasy come quelle di Max Ernst, però non è la norma della corrente. Insomma, a mio avviso ciò che vediamo nella saga di Nightmare È surrealismo, con Freddy Krueger come artista definitivo, totale.

    Precisazioni a parte, rinnovo i complimenti per questo bellissimo articolo che hai scritto su un film pietra miliare della storia del cinema tutto.

    1. Avatar di Lucia

      No, veramente confermava quello che hai detto tu nella puntata. Si sono tutti ispirati a Nightmare, Smile e Talk to me sono i primi che mi vengono in mente, proprio perché hanno usato lo stesso procedimento.

      Però non si sono andati a inserire nell’incubo vero e proprio, preferendo usare le allucinazioni, e questo perché il mondo dei sogni rimanda ormai soltanto a Fred Krueger, è roba sua, ed è difficile fare un film sugli incubi senza tornare per forza lì.

      Non è che Nightmare non sia surreale, perché lo è, assolutamente, è la quota di elementi surreali che Craven tiene benissimo sotto controllo (e anche i registi di Smile e Talk to me), mentre per esempio, nel remake di Nightmare che è tutto sbagliato, si va proprio a entrare in un altro mondo, e infatti la distinzione tra sogno e realtà è netta e il film non funziona mai.

  3. Avatar di loscalzo1979

    Rileggerti ogni volta che parli di Nightmare o di Craven è un piacere.

  4. Avatar di Giuseppe
    Giuseppe · ·

    Quarant’anni portati benissimo, e altrettanto bene da te appassionatamente celebrati: Craven approvebbe questo compleanno 😉👏👏👏 Del remake credo non valga nemmeno più la pena di parlarne (già con l’assenza di Englund si partiva molto male, comunque)…

  5. Avatar di Frank La Strega

    Ma buon compleanno!!!

    Come spesso racconto, l’horror (ma il cinema in generale, soprattutto quello “di genere” sul quale mi sono naturalmente assestato da molti anni, dopo una marea di tentativi di sentirmi “a casa” col cinema “elavato”, che va comunque benissimo) non è tanto intrattenimento per me, o meglio, non è “solo” intrattenimento. Non lo è mai stato. Spesso è anche un modo per sentirmi bene, per elaborare cose personali, per raccogliere stimoli che poi finiscono nella vita “reale” (in termini di umanità, non di appartenenza ad una cerchia, ad un club ecc…).
    Rivedere “Old” per la challenge, ad esempio, si è trasformato in alcuni pensieri che sono diventati “pratici” verso alcune persone anziane a cui voglio molto bene. Ma è solo un esempio. Non potrò probabilmente vedere Old con qualcuno per condividere quel linguaggio, quell’emozione in quel momento, ma posso portare con me delle domande sulla vita che sono importanti.

    Forse è andata così perché in parte sono cresciuto fin da ragazzino undicenne/dodicenne con il primo Dylan Dog, capace di dare un volto sentimentale all’orrore rielaborando in modo fantastico una montagna di iconografia pregressa allora a disposizione. Compreso Craven.Infatti il mio primo “vero” contatto con Craven credo sia avvenuto per ispirazione, attraverso gli albi di Dylan Dog con Mana Cerace.

    Questo ruolo lo svolge su di me, ovviamente, anche l’autore di Nightmare da più punti di vista. E direi che non è ancora “superato” nel mio caso: mi accompagna ancora.Mentre ho lasciato, ad esempio, Argento molti anni fa (non tutto, ma quasi e questo non è minimamente una critica all’autore), mentre Cronenberg mi è sempre stato “lontano” (tranne “M.Butterfly” e anche in questo caso nessuna critica all’autore)… Craven è ancora lì con dei film (non tutti) sui quali ritorno sempre (Scream 1,2,3,4, My Soul To Take, People Under the Stairs, Nightmare… sono quelli rimasti fortemente negli anni).
    C’è, anche in Nightmare, un modo forte di dipingere la solitudine, l’isolamento, i traumi da affrontare… che non smette mai di parlarmi. La morte c’è, incombe, come il male, la violenza… ma non sono definitivi al 100%: insieme a loro c’è anche il coraggio, la consapevolezza, la forza, la necessità di affrontarli e conviverci.In nightmare c’è anche un altro aspetto che vedo, magari secondario o marginale: l’inutilità della religione, delle illusioni, delle certezze cristallizzate in un mondo adulto che le usa per nascondersi o che ha perso il contatto con una parte della propria umanità… bisogna guardare i mostri in faccia e combatterli, insomma, sempre.
    Non a caso, ma questo riguarda un po’ tutta la mia esperienza con l’horror, quello che mi rimane maggiormente dentro non sono le “icone horror” (comunque intramontabili e micidiali nel loro ruolo, anche di “aplificatori” di quanto ho scritto sopra) ma i personaggi, le persone. Nightmare per me è Nancy, come Scream sono Sidney e Linus (non solo), come in My Soul to Take sono quasi tutti…
    Mi sembra che Craven sia molto “realistico”, “distaccato”, “sincero” anche “spietato” nel guardare il mondo “reale” (anche se usa un linguaggio fantastico) e al tempo stesso voglia molto bene ai suoi personaggi, alle “persone”.
    Questo… è proprio il mio.

    Infine, un aneddoto. Ho visto Nightmare per la prima volta da grande, “molto” grande rispetto al suo target. Lo stesso è capitato con Halloween. Il motivo è stato proprio che io non sono mai stato in fissa con “quelle” icone e mi aspettavo che questi film fossero altro. Invece sono bellissimi e sia Fred che Michael sono perfetti come ancor più perfette sono le persone che li devono affrontare e le storie in cui si muovono.

    Post bellissimo!

    Besos! 🙂