Pillole dall’Inferno

Non soltanto perché fa caldo (a me piace il caldo, lo sapete tutti), ma perché non è un periodo facile. Infatti mercoledì ho dovuto saltare un post. Vivo una situazione un po’ precaria, ho un trasloco pendente, ma sono letteralmente accampata fino (si spera) al primo agosto. E in tutto questo, almeno ho ripreso a lavorare, che è l’unica nota positiva del momento.
E tuttavia sono riuscita a collezionare qualche visione sparsa: udite udite, abbiamo persino due film italiani in questa carrellata, evento più unico che raro. Uno dei due film è persino diretto da una regista. Proprio vero che l’apocalisse riserva tante sorprese.

Cominciamo proprio col primo film italiano, Blood Bags, diretto da Emiliano Ranzani, dove due studentesse hanno la pessima idea di introdursi in una casa abbandonata a Torino per scattare delle fotografie, e si ritrovano chiuse dentro, con un mostro che le vuole fare a pezzi.
Presentato come un omaggio all’horror italiano che fu, e allo slasher degli anni ’80, io ci ho visto molto più lo Stuart Gordon di Castle Freak che Argento o Carpenter, e questo non è assolutamente un difetto. Blood Bags è un “filmaccio” nel senso più nobile del termine, sporco e cattivo, che ha i suoi punti di forza nella messa in scena misuratissima di Ranzani e nel trucco della creatura orrenda che vive nella casa. Scorre veloce, ha un bel ritmo e sfugge consapevolmente a ogni tentativo di intellettualizzare il genere. Se proprio devo trovarci un difettuccio, ho notato un po’ di freno a mano tirato sul versante gore, ma credo sia tutto imputabile a problemi di budget. Infatti, Blood Bags è un’opera prima indipendente, un horror puro e, da noi, una bestia rarissima.
Se vi va, potete approfittare di un’offerta sul noleggio in digitale di titoli dell’orrore, per usufruire della quale dovete soltanto andare qui. Direi che 2.99 è una cifra risibile per dare una possibilità a un regista italiano giovane e appassionato di horror.

Trasferiamoci negli Stati Uniti per dire due parole su uno strano oggetto piovuto su Shudder il mese scorso: Confessional, di Brad T. Gottfred è un esperimento in veste di thriller psicologico, tutto girato in cabine insonorizzate: otto personaggi sono obbligati sotto ricatto a confessare davanti alla telecamera i loro segreti più intimi, tutto al fine di svelare il mistero sulla morte di due studenti, un campione di nuoto e una giovane e talentuosa filmmaker. I protagonisti si incontrano soltanto in due occasioni, molto significative, e per il resto del tempo se ne stanno fermi nelle cabine, a parlare davanti all’obiettivo. I rari e brevi flashback sono soltanto riprese amatoriali proiettate su schermi all’interno delle cabine. Il che porta a un’esperienza intensamente claustrofobica e anche un po’ snervante.
Confessional è un film che cerca, a volte con successo, altre meno, di forzare e piegare i codici rigidi del linguaggio del mockumentary. È sì un film di attori e dialoghi (anzi, monologhi), ma abbonda di soluzioni visive di un certo interesse, soprattutto per spezzare la monotonia e moltiplicare i punti di vista. Gioca moltissimo sul concetto di narratori inaffidabili e di racconto non lineare. Secondo me non ha ricevuto l’attenzione che merita, quindi dategli un’occhiata.

E ora andiamocene in Irlanda per festeggiare la horror comedy più originale e teneramente squinternata del 2020: Extra Ordinary, co-diretto da Mike Ahern ed Enda Loughman, l’ho scoperto grazie a The Zombie Grrlz Horror Podcast, che vi consiglio di seguire senza ulteriori indugi, perché le ragazze sono bravissime, esperte, e vi aiutano a scovare delle piccole perle come questa, di cui altrimenti avrei continuato a ignorare l’esistenza.
Extra Ordinary racconta di Rose, un’istruttrice di guida di mezza età, di una dolcezza disarmante pari soltanto alla sua imbranataggine. Il problema principale di Rose è che vede la gente morta, un talento soprannaturale condiviso col suo defunto padre, la cui dipartita è stata indirettamente causata da lei. Da allora, Rose ha deciso di non utilizzare più i suoi poteri, ma quando un cantante in disgrazia fa un patto col diavolo e deve sacrificare una vergine per tornare sulla cresta dell’onda, a Rose non resta che farsi coraggio per salvare la ragazza, e conquistare, già che ci si trova, il vedovo padre di lei, con tanto di fantasma non proprio accomodante della moglie al seguito.
Se un certo tipo di comicità tra il surreale e lo stralunato fa facilmente breccia nel vostro cuore, se vi piacciono personaggi spezzati dalla solitudine ma che sono riusciti a mantenere la loro empatia e il loro calore umano, credo che vi prenderete una bella cotta per Extra Ordinary, Rose e per tutti gli improbabili soggetti che popolano il film.

Le notizie migliori si lasciano sempre per ultime, e io credo che vedere una regista italiana cimentarsi finalmente con un film di genere, e quindi seguire un andamento che è sempre più mondiale, con l’horror e affini come avanguardia di un gruppo sempre più nutrito di donne dietro la macchina da presa, sia una notizia bellissima.
Buio, di Emanuela Rossi, è una fiaba post-apocalittica, che però si basa tutta sul dubbio se questa apocalisse sia davvero avvenuta (e ancora in corso) o sia soltanto un modo per imprigionare tre sorelle in una casa e non farle uscire mai o far loro vedere il sole, perché la terra è stata sconvolta da un’eruzione solare e pare che le donne muoiano non appena mettono piede fuori, al contrario degli uomini, cui spetta uscire per procurarsi il cibo.
Ho usato la parola fiaba perché il contenuto di Buio è altamente metaforico e credo che si tratti del primo film nel nostro paese a usare il cinema fantastico per affrontare di petto la questione del patriarcato. La cosa meravigliosa, quasi commovente, è che lo fa in maniera sublime, imparagonabile a quella di tante cosiddette autrici nostrane; lo fa con coraggio, determinazione, un’incredibile forza espressiva. Emanuela Rossi, aiutata in questo da un’attrice protagonista giovanissima e straordinaria, è riuscita per 98 minuti a farmi sentire meno sola.
Io ho visto il film in streaming su MyMovies qualche tempo fa, ma adesso, con la parziale riapertura delle sale, lo trovate in qualche cinema. Tornerò a vederlo di sicuro, e spero che voi facciate altrettanto.

3 commenti

  1. Stefano69 · · Rispondi

    Grazie per gli ottimi consigli, sono particolarmente affezionato all’horror italiano e penso sia un imperativo morale supportare chi vi si cimenta, soprattutto se si parla di giovani e di donne!
    Molto interessanti anche i due titoli stranieri proposti, grazie ancora.

    1. L’horror italiano, purtroppo, è da decenni in debito d’ossigeno per mancanza di investimenti.
      Che poi è un genere che non necessita di grossi capitali, anzi, si può fare con poco e, in giro per il mondo, è il più profittevole.

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Mi ero accorto del post mancante, mercoledì (e un trasloco è sempre un discreto casino) 😉
    Proposte interessanti, direi, anche sul versante italiano: in special modo, il film di Emanuela Rossi sembra davvero riuscire trattare il tema patriarcale in maniera diretta e incisiva, senza velleità autoriali che rischierebbero di annacquare il tutto (il “dubbio” apocalittico, poi, mi rimanda echi di The Nest)…
    P.S. Sempre parlando di registe italiane che si cimentano nel genere, conoscevi la webserie a mini-episodi di Valentina Bertuzzi “Ghost Cam”?

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