Di cosa parliamo quando parliamo di orrore

In questi giorni, su Facebook, sta girando un giochino che consiste nel postare, senza ulteriori spiegazioni, le locandine dei film della nostra vita. Com’è ovvio, io ho postato subito quella di Martyrs e ne è nata una discussione interessante con un amico (che ringrazio per lo spunto scatenante del post che state leggendo), perché dal film di Laugier siamo passati a parlare della seconda stagione di The Handmaid’s Tale ed è uscito fuori che entrambi abbiamo pensato a delle forti similitudini tra le due opere.
Mentre è assodata l’appartenenza di Martyrs al genere horror, diventa invece difficile stabilire una categoria precisa in cui inserire The Handmaid’s Tale, anche se, a prima vista, viene naturale quella di fantascienza distopica. E il romanzo di Atwood, da cui tutto ha avuto inizio, è certamente fantascienza, solo che il suo adattamento televisivo, e soprattutto nella seconda stagione che inizia dove il romanzo finisce e quindi procede da sola, senza il supporto dell’autrice del testo originale entra in territori, sempre di genere, differenti.
Infatti, ha una vaga ambientazione in un futuro più o meno prossimo, ma non ha alcun segno futurista, e non solo nella Repubblica di Gilead, per ovvi motivi regredita a uno stato, non dico medievale, ma dove il progresso tecnologico e scientifico non è proprio preso in considerazione; nelle brevi sequenze ambientate in Canada, la società che si intravede è identica alla nostra, quindi è evidente che The Handmaid’s Tale parli del presente. Ci sarebbe poi tutto un lungo discorso da fare sull’uso della tecnologia a Gilead, ma non è questa la sede.
Qui parliamo di etichette, che lo so, sono una roba molto noiosa, ma utile in alcune circostanze.
E se vi dicessi che The Handmaid’s Tale non è fantascienza distopica, ma horror distopico? E se aggiungessi che, senza Martyrs e l’ondata estrema francese di inizio secolo, The Handmaid’s Tale non sarebbe mai esistita? Non nelle modalità e non col linguaggio tramite cui si esprime.

Facciamo un passo indietro e torniamo per un istante al 2003, anno di uscita di Alta Tensione, il film che ha dato inizio al tutto. A parte la furia splatter, la violenza esibita degli omicidi e le secchiate di sangue, tutte cose graditissime e arrivate anche in un momento in cui l’horror languiva in un limbo deprivato dalle sue caratteristiche più viscerali, la grande novità del film di Aja sta nell’uso del personaggio femminile. Basta paragonarlo al coevo remake di Non Aprite quella Porta, a firma di Marcus Nispel, per rendersi conto delle differenze abissali tra gli sguardi dei due registi sul corpo delle donne.
Questo non lo dico solo io perché mi sono svegliata una mattina più femminista del solito. E anzi, vi consiglio di leggere Films of the New French Extremity di Alexandra West, un saggio sul cinema tra i migliori su cui io abbia mai avuto la fortuna di mettere le mani, che analizza il cinema estremo francese partendo da prima di Alta Tensione (Trouble Every Day è del 2001), da diversi punti di vista.
Qualunque cosa pensiate di quel breve ma molto intenso momento, è innegabile che l’horror francese abbia sempre messo la donna al centro della scena, anche quando non c’era neanche un personaggio femminile in campo, come nel caso di Calvaire (che non è francese, ma ci siamo capiti lo stesso, giusto?); e non è soltanto un fatto di avere protagoniste donne, perché quelle nell’horror non sono mai mancate. Si tratta di una delicata transizione da final girl o vittima a personaggio complesso, in grado di procedere oltre la caratterizzazione un po’ schematica dell’horror americano. Ne abbiamo già diffusamente parlato ai tempi della recensione di A’L’Interieur e non è il caso di ripetersi.

L’horror, anche quando non eccede in gore o non ne usa affatto, è sempre una faccenda legata al corpo, è il genere più fisico che ci sia, perché è quello che ha l’ingrato compito di metterci di fronte all’evidenza della nostra mortalità. Tanto per fare un esempio, ancora una volta, orientato al femminile, non c’è horror più “viscerale” de Il Bacio della Pantera (quello degli anni ’40), anche se in tutto il film non scorre neanche una goccia di sangue. E Cat People è un film che, nonostante io non abbia alcuna nozione in merito ai suoi gusti cinematografici, Laugier secondo me apprezza parecchio.
C’è un filo diretto che lega Cat People, Martyrs e The Handmaid’s Tale, fatti i dovuti distinguo: il primo è un film a bassissimo costo di un’epoca che ormai ci pare preistorica; il secondo un’opera di nicchia, riservata solo a chi ha lo stomaco per reggerla; la terza una serie tv seguita da milioni di persone con ambizioni molto elevate. Ma il filo è sempre e comunque il corpo femminile, che viene represso, brutalizzato, torturato, smembrato, ridotto a mera cosa di cui disporre a proprio piacimento.
Corpo che però non viene narrato solo come tale, in quanto sede di personaggi femminili che godono di una scrittura estremamente approfondita. Ed è nel contrasto tra la forza del personaggio e ciò che il corpo del personaggio subisce che si trova la peculiarità di queste opere.

Ma Martyrs ha anche modificato il linguaggio attraverso cui narrare la violenza; spesso lo si confonde con il torture porn, che è invece genere tipicamente americano e anche molto maschile, perché dà l’impressione di avvalersi di codici simili, di aderire agli stessi schermi; va detto che anche alcune sequenze ai limiti dell’insostenibile di The Handmaid’s Tale richiamano, in un certo senso, al torture porn, reo di aver sdoganato la violenza estrema in un contesto mainstream. E forse è vero che è grazie a una saga milionaria come quella di Saw che possiamo vedere in televisione cose inconcepibili fino a solo una decina di anni fa.
Tuttavia non va fatta confusione tra il cinema estremo francese e il suo omologo un po’ fighetto americano, perché l’orrore messo in campo dai francesi è sempre stato un orrore di natura politica, tradotto in immagini tramite l’adesione ai codici del cinema di genere, ma con un piede sempre oltre il confine di quello d’autore.
Ed è esattamente ciò che sta facendo in tv The Handmaid’s Tale: fa grandissima televisione d’autore (cinema, quasi, in certi episodi) e, soprattutto in questa seconda stagione, non si tira mai indietro davanti all’idea di inzaccherarsi nella fanghiglia del genere.

Che poi, è una cosa molto comune, oggi.
È normale che l’horror sia diventato un genere dominato dalle donne, e non solo perché molte registe si sono affacciate al cinema dell’orrore, ma anche perché ormai i personaggi femminili hanno staccato in numero e qualità quelli maschili.
È quasi definitivo l’abbattimento del muro che separava l’horror dal cinema nobile, nonostante resistenze varie e tentativi da parte di certa critica di rassicurare il pubblico dicendo che no, non è horror, è post-horror, è smart horror, è supernatural drama.
È assodato che l’horror non sia quasi più un genere identificabile, quando una modalità applicabile a svariati generi.
Questo genera tanta confusione ed è per questo che diventa molto difficile dire di cosa parliamo quando parliamo di orrore. Non che gli horror “intelligenti” o autoriali non fossero mai esistiti, solo che prima il genere tutto era riconoscibile. Oggi è horror The Babadook, è horror Get Out, è horror Thelma, e sono horror tanto quanto un Terrifier a caso.

Tutto questo casino è cominciato proprio all’epoca di Martyrs. E qui mi contraddico, come spesso mi piace fare: siete sicuri che Martyrs sia un film dell’orrore? Non pensate agli scorticamenti da vivi e alle fucilate in faccia, pensate alla struttura narrativa del film e poi datevi una risposta, e datela anche a me, già che ci siete, perché io non la conosco. O almeno, io ho un’idea estremamente elastica dell’horror e credo che nel recito ci sia posto per un sacco di gente: più siamo, meglio stiamo. Quindi sì, per me Martyrs è un film dell’orrore, la cui influenza sugli horror arrivati dopo di lui, a ogni latitudine, ancora non è stata quantificata a sufficienza; figuriamoci quella su prodotti che la gente per bene mai si azzarderebbe a definire horror, film per cui si usano complicatissime parafrasi pur di non ammettere che sempre di horror si tratta, quel genere che persino nelle videoteche anni ’90 se ne stava in un angolino, proprio lì in fondo, vicino alla sezione porno, e che oggi è arrivato a rompere le scatole nei salotti buoni, fino ad arrivare ad affacciarsi e, a partire dalla seconda stagione, a impadronirsi di quella che è considerata la serie tv più importante degli ultimi anni.
Da Martyrs a The Handmaid’s Tale il passo è molto più breve di quanto si pensi e, anzi, l’una è figlia dell’altro persino nella scelta di alcune inquadrature e nell’algida perfezione della messa in scena che, in entrambi i casi, non ci consente di distogliere lo sguardo di fronte all’orrore.
Allora forse l’orrore è una questione di sguardo obbligato a sostenere l’insostenibile; si tratta di premere l’acceleratore e vedere fin dove riusciamo ad arrivare prima di dire basta. Qual è il limite?
The Handmaid’s Tale ne sta superando parecchi, di limiti, alzando l’asticella di puntata in puntata e diventando sempre più uno splendido racconto dell’orrore.

10 commenti

  1. Federico · ·

    Ogni volta che sento parlare di Martyrs mi sento in colpa per non averlo mai visto, ma ho proprio paura di non reggerlo! Come successe per A Serbian Film, che vidi anni dopo…

    Dai devo provarci..

    1. Però A Serbian Film e Martyrs sono due cose diversissime.

      1. Federico · ·

        Sì sì, li ho accomunati semplicemente perché sono entrambi film che avevo voglia di vedere, ma allo stesso tempo non mi sentivo mai “pronto”.

  2. Che dio ce ne scampi, tutto fuorché fantascienza, mi raccomando.
    Un libro di cucina. Ecco, sì, The Handmaid’s Tale è anche un bel libro di cucina.
    È un libro che parla di donne, dopotutto, qualche ricetta dev’esserci per forza, no?

    Scusami, lo sai che io divento cattivo quando prendono una storia di fantascienza e mi dicono che è “non solo… ma anche…”

    Credo sia stato Bob Heinlein (e il fatto che io arrivi a citare Heinlein è un chiaro segnale di quanto io sia infuriato) a dire che una storia di fantascienza può essere costruita sulla premessa “cosa succederebbe se…?” (… se ci fosse vita su Marte, ad esempio, o se una mente aliena avesse guidato l’evoluzione umana e avesse lasciato unmonolito sulla luna), ma anche sulla premessa “Se va avanti così…”
    Se va avanti così finiremo sovrappopolati, col clima a gambe all’aria, a mangiarci a vicenda – che è poi Soylent Green, di Harry Harrison, che è fantascienza.
    Se va avanti così, vista la piega che sta prendendo la politica e il peso che hanno i mezzi di comunicazione di massa, e una generale tendenza di certi elementi della nostra società, esiste il rischio che la destra ultracattolica (o ultraprotestante, fa poca differenza) prenda il potere e ci riporti tutti al medioevo, però coi telefoni cellulari.
    Che è poi la premessa di “If this goes on”, che Heinlein pubblicò nel 1940.
    Quando si poteva dire fantascienza senza che qualche intellettuale svenisse.
    È anche la premessa del lavoro della Atwood – ed è per questo che è così legato al presente.
    Perché se va avanti così…

    Che poi la forma dell’adattamento televisivo vada a premere sull’orrore, questo è indubbio.
    Che la serie debba parte della propria estetica ad opere precedenti ascrivibili al genere horror è altrettanto indubbio.
    Ma la Atwood non aveva visto Martyrs.
    E tematicamente e contenutisticamente, la storia è una storia di fantascienza, ed è stata scritta come tale.
    E infatti la si potrebbe raccontare eliminando completamente le componenti “horror”, e il messaggio, l’idea centrale, il nucleo di The Handmaid’s Tale resterebbe inalterato.
    Meno efficace in video? Probabilmente.
    Ma il nucleo concettuale rimane il vecchio, classico “Se va avanti così…”

    E naturalmente qui torniamo al nostro solito punto del dibattere – io parlo di storie, tu parli di come le storie vengono presentate visivamente. Ci focalizziamo su elementi diversi.
    Quindi è estremamente ingiusto da parte mia fare il teppista nei commenti al tuo eccellente post.
    Però no, fantascienza no, mio dio, The Handmaid’s Tale, che poi ci ritroviamo sepolti sotto ai trekkies.
    Un bel testo di giardinaggio, ecco. Ci mettiamo un gambo di sedano in copertina.

    1. Ma io il romanzo neanche l’ho nominato.

  3. Salvatore · ·

    Chiedo venia, mai visto questa serie…mi metto in linea subito. A parere personale Martyrs e A serbian film secondo me non si possono paragonare.il secondo non l’ho mai visto. Ad ogni modo trovo bellissimi i tuoi post e il tuo blog.aspetto con ansia L uscita di Ghostland…

    1. Sono d’accordo con te: si tratta di due film molto distanti; A Serbian Film è un torture porn a tutti gli effetti, Martyrs no.
      Ti ringrazio 🙂
      Ho molta paura che qui da noi Ghostland non arrivi tanto presto.

    2. Federico · ·

      Ma se ti riferisci al mio commento, non era mia intenzione paragonarli (anche perché appunto Martyrs non l’ho ancora visto).
      Dicevo solo che, nonostante la voglia di vederli ci fosse per entrambi, ho sempre avuto una sorta di timore nell’affrontarli, pensando di non avere lo stomaco abbastanza forte. Cosa che, per quanto riguarda A Serbian Film, si è rivelata una paura non poi così fondata. Vedremo per Martyrs..
      Dato che questa cosa mi è successa solo con questi due film, mi è venuto naturale inserirli nella stessa frase, tutto quì.

  4. Blissard · ·

    L’articolo è scritto molto bene, ma non sono sicuro di avere capito esattamente a cosa voglia portare la tua dissertazione.
    L’horror è come un virus che infetta vari generi? Beh, sì, ma almeno da un trentennio a questa parte. Catalogare qualcosa come horror è sempre più difficile, i manuali fanno scelte di campo (quello di Rudy Salvagnini, peraltro buono, ne fa una che non condivido, per cui Il labirinto del fauno, L’uccello dalle piume di cristallo o Funny games ad esempio non sono horror), che come gran parte delle scelte sono opinabili. Potremmo inserire nell’horror tutto e il contrario di tutto, ma – come dire… – a che pro? Catalogare The Handmaid’s Tale tra gli horror cambierebbe in qualche modo il tuo giudizio nei suoi riguardi?
    Ancora più perplessità mi suscita l’idea di indicare Martyrs quale progenitore di un nuovo modo di raffigurare la violenza; la grandezza di Martyrs, un capolavoro, secondo me non risiede tanto nel modo di mostrare la violenza, quanto in quello di inserire tale “mostra delle atrocità” all’interno di un discorso coerente e financo filosofico; mi sembra un tantino forzato additarlo come modello, Martyrs fa un po’ storia a sè, e se il suo valore stesse soltanto nella rappresentazione di un “orrore di natura politica, tradotto in immagini tramite l’adesione ai codici del cinema di genere, ma con un piede sempre oltre il confine di quello d’autore”, allora bisognerebbe ricordare vari esempi di film che fecero la stessa cosa ben prima del film di Laugier e dell’esplosione dell’ultragore francese (il primo nome che mi viene in mente: I Diavoli di Russell).
    Pur comprendendo cosa tu abbia voluto dire, non sono così convinto che la tua tesi sia così condivisibile, che non sia per molti versi una forzatura interpretativa.

  5. […] e con Revolt in 2100. Non facendo leva sul ridicolo, ma sull’orrore. E su questo concordo con la mia amica Lucia – l’orrore è reale. L’idea stessa che il conseguire una educazione, raggiungere […]

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