Hatching

Regia – Hanna Bergholm (2022)

Il cinema horror del Nord Europa non avrà una filmografia quantitativamente sterminata (anche se comunque più ampia della nostra), ma se ne esce sempre con quel paio di titoli l’anno che turbano gli equilibri e si vanno a insinuare nell’egemonia anglofona, creando un certo scompiglio. Sono film provocatori e molto pensati, hanno spesso una patina fiabesca che è tuttavia ingannevole, una specie di trappola tesa nei confronti dell’ignaro spettatore, e funzionano come meccanismi a orologeria nel sottolineare delle paure collettive, dei disagi che, nonostante siano filtrati attraverso una cultura molto specifica, assumono una valenza universale. 
Di Hatching me ne aveva parlato benissimo una mia amica, ma io, come sapete, ho un problema molto serio con i film in cui succede qualcosa di brutto a qualsiasi bestia non umana. E qui ne succedono di diverse ad almeno un paio di bestie non umane. Lo sapevo in anticipo perché ormai consulto per ogni film che intendo vedere Does the dog die. E tuttavia, non c’è nulla di gratuitamente crudele in ciò che accade. Nel senso che ogni cosa è gestita con enorme eleganza e, soprattutto, è funzionale, anzi, necessaria al racconto. 

Hatching è una co-produzione di Finlandia e Svezia ed è l’esordio alla regia di Hanna Bergholm, che arriva da una serie televisiva e da diversi cortometraggi; è stato presentato al Sundance di quest’anno e da allora se ne parla in maniera entusiastica un po’ ovunque. Più che un horror vero e proprio è un dark fantasy, una fiaba nera, appunto, in cui una ragazza preadolescente intreccia un rapporto simbiotico con una creatura che per comodità potremmo definire aliena nel senso di altra. La creatura in questione è un bizzarro ibrido tra volatile ed essere umano nato dall’uovo di un corvo che entra in casa della protagonista Tinja. La povera bestia ha un’ala rotta e la madre di Tinja, in una scena che per ogni amante degli animali è agonia pura, le spezza il collo con noncuranza e dice alla figlia di buttare il cadavere nell’umido.
Solo che il corvo non è morto, non del tutto. E, prima di esalare gli ultimi respiri, affida il suo uovo a Tinja, che se lo porta in camera e lo cova. Nascerà Alli e cominceranno i guai. 

Come spesso accade in questi racconti dalla valenza profondamente simbolica, i guai ci sono anche prima di Alli, che è una delle creature più dolci e inquietanti della storia del cinema recente, e Alli, quasi fossimo in una versione non mammifera di The Brood, è la concretizzazione fisica e materiale di questi guai. È, per dirla con le parole di Cronenberg, The Shape of Rage. Siamo quindi di sicuro in zona body horror: la trasformazione del corpo è il veicolo estetico attraverso il quale Bergholm si esprime e fa passare la sua feroce e sistematica distruzione del concetto di famiglia. Lo fa in maniera quasi didascalica quando mostra il personaggio della madre di Tinja (che non ha nome) come una sorta di influencer che usa la sua famiglia perfetta come validazione di se stessa e del suo successo, dando al mondo un’immagine non corrispondente alla realtà. Marito remissivo e privo di potere decisionale, figlio minore talmente viziato da essere diventato quasi un sociopatico, e figlia maggiore sottoposta a una pressione schiacciante ventiquattro ore al giorno, che sia per vincere la gara di ginnastica a scuola o che sia per diventare quanto più possibile simile al modello irraggiungibile rappresentato dalla madre. Il minimo che può capitare è che Tinja trovi uno sfogo fisico alle proprie frustrazioni. 

E così Alli comincia ad agire seguendo gli impulsi rabbiosi di Tinja: uccide il cane dei vicini che l’ha morsa (faccio spoiler solo su queste cose per avvisare), aggredisce le persone che, in un modo o nell’altro, la mettono in difficoltà, in pericolo, o in competizione per l’affetto e la stima materni, e nel frattempo cresce e cambia, assumendo sembianze diverse da quelle con cui l’abbiamo vista appena uscita dall’uovo; se fino a un certo punto è Tinja ad allevare e accudire Alli, presto i ruoli si invertono e Alli si rivela una madre migliore di quanto quella di Tinja potrà mai essere: non per chissà quali mancanze o difetti, ma perché troppo presa a mettere in scena uno spettacolo basato su come la società vorrebbe che fosse una famiglia perfetta, per occuparsi davvero dei propri sentimenti reali e di quelli altrui.
Al contrario il rapporto con Alli è per Tinja epidermico e viscerale, ha la sua completa attenzione e viceversa, è un amore incondizionato, che non cala se lei non vince la gara di ginnastica o se mangia scomposta a tavola. Non è costretta a dimostrare continuamente, e con sforzi indicibili per una ragazza della sua età, di meritarselo. C’è e basta. 

Ma se la famiglia di Tinja è costruita sulle formalità e sulle costrizioni sociali, Alli è del tutto priva di struttura, in quanto animale e in quanto nuova arrivata in un mondo che non conosce, e che guarda solo attraverso gli occhi di Tinja. La creatura agisce solo spinta dagli impulsi di Tinja, dalla sua rabbia, in primo luogo. È l’elemento caotico che viene a turbare un ordine soltanto posticcio, e quindi, in fin dei conti, facilissimo da turbare. 
Non so come metterla senza rivelare troppo della trama, ma la struttura narrativa di Hatching è la stessa, più o meno, di E.T., con la differenza che E.T. in questo caso è un’assassina senza alcun vincolo di natura morale. Con E.T. ha anche in comune il tipo di relazione che Tinja stabilisce con Alli: se una si fa male, si fa male anche l’altra, per esempio, tanto che alla fine Alli diviene un doppio speculare di Tinja e sfugge al suo controllo.

In sintesi, Alli fa quello che Tinja non può fare con sua madre: ribellarsi e rivendicarsi, e il motivo è che Tinja, nel breve tempo in cui alleva questo strambo cucciolo, riesce a non commettere gli stessi errori di sua madre, persino quando Alli comincia seriamente a farle paura, persino quando arriva a pensare che non esista altra soluzione se non ucciderla.
Hatching è un racconto di formazione anomalo ed estremamente sentito, un saggio sull’esercizio del controllo, sugli altri e sulla propria vita, un inno alla trasformazione fisica e mentale e alla scoperta della propria specifica identità, separata da chi ci ha generato e vorrebbe costruirci a propria immagine.
Potreste apprezzarlo davvero, sia che siate fan del body horror classico sia che vi piacciano le sue deviazioni e filiazioni contemporanee, meno esplosive, ma di certo più sottili e poetiche. 
È anche molto bello da vedere, con un’estetica che si pone esattamente nel mezzo tra cinema indipendente d’autore e fantasy di matrice statunitense. 
Sempre grata per le perle che arrivano dal Nord Europa. Sempre felice di parlarne qui. 

2 commenti

  1. Gargaros · · Rispondi

    Presto nei migliori cinema americani.

    Sottoforma di remake, ovvio.

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Una sorta di incrocio nordico fra The Brood e E.T. (visivamente collocabile fra l’indie d’autore e il fantasy USA)… decisamente interessante! 👍

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