
Regia – Dutch Marich (2025)
È arrivato un po’ a sorpresa questo nuovo capitolo della saga mockumentary di Marich. Il regista ha annunciato sui social la sua uscita il 5 dicembre, e da lì è partita la caccia, durata quasi due settimane, perché da noi tutta Horror in the High Desert è inedita, ed essendo anche una serie di film molto piccola, per trovarla tocca fare i salti mortali.
Partita in sordina nel 2021, grazie a importanti testate specializzate come Fangoria e Bloody-Disgusting, la serie di Horror in the High Desert è diventata, sempre facendo le debite proporzioni, un micro fenomeno da culto. Ha un seguito agguerrito, che ha generato diverse discussioni online su una lore che si fa più complessa a ogni film, ma resta sempre coerente.
C’è un progetto, dietro a Horror in the High Desert: il suo creatore sta seguendo un disegno ben preciso e credo abbia in mente una conclusione destinata dare un senso a tutto. È un piacere, e un privilegio, seguire questa storia passo dopo passo, assistere alla sua crescita nel cuore degli appassionati, vedere come Marich è riuscito a dare vita a un qualcosa che, ne sono certa, lascerà il segno nella storia del mockumentary.
Premettendo che, se non avete visto tutti i film, e anche più volte, difficilmente riuscirete a capire qualcosa di Majesty, vi faccio un brevissimo riassunto delle puntate precedenti, ricordandovi anche che esiste un episodio di Nuovi Incubi interamente dedicato a Horror in the High Desert: nel 2017, l’escursionista e youtuber Gary Hinge scompare nel deserto del Nevada, lasciandosi dietro una telecamera; nel 2018, Minerva Sound viene trovata morta nel container dove era andata ad abitare, alle porte del deserto e vicino quella che viene definita la “strada più solitaria del mondo”. Nello stesso anno e nella stessa zona, scompare anche Ameliana Brasher. Il collegamento tra la misteriosa fine di queste tre persone potrebbe essere rappresentato da delle creature, di forma vagamente umanoide, che dimorano nelle propaggini più remote del deserto, e ogni tanto si avvicinano alla civiltà, per portarsi via qualcuno.
Nel 2023, lo youtuber Oscar Mendoza parte sulle tracce di Gary Hinge, affermando di avere delle informazioni cui neanche la polizia ha mai avuto accesso. C’entrano i tunnel minerari che sono diffusi ovunque nell’area e la rete ferroviaria che li collega.
Majesty è il nome di un ranch, comprensivo di parecchi ettari di terreno, che si trova alle pendici del deserto. Abbiamo già incontrato il Majesty nel corso dei tre film, come abbiamo conosciuto la figlia dei suoi proprietari, entrambi defunti, Dolly.
Horror in the High Desert 4 si occupa dei fatti avvenuti al ranch tra gli anni ’70 e gli anni ’90, attraverso il ritrovamento di una valigetta contenente nastri, foto e videocassette, tutte prove raccolte dal padre di Dolly, prima che il ranch prendesse fuoco.
Tecnicamente, Majesty è quindi un prequel, e ha molto più a che fare con Minerva che con il primo e il terzo film. Anzi, è proprio una sua diretta filiazione, e risponde a qualche domanda relativa ad altro bizzarro materiale video ritrovato nel container in cui Minerva ha trovato la sua fine. Non so se vi ricordate quei V/H/S sgranati e capaci di togliere il sonno a chiunque per decenni: in Majesty conosciamo il loro autore.
Il linguaggio di Horror in the High Desert è sempre stato quello del falso documentario true crime, sulla falsariga di Lake Mungo, per essere il più pedante possibile, e questo quarto capitolo non fa eccezione: le indagini della giornalista Gal Roberts proseguono nel tentativo di dare una spiegazione agli avvenimenti che sembrano ricorrere in quella zona sperduta del Nevada, e ogni volta, lungi dal venirne a capo, il mistero si espande e si aggiungono nuovi tasselli a un mosaico che non prende mai davvero una forma compiuta.
È, allo stesso tempo, un’esperienza frustrante e appassionante, perché il tutto è raccontato e messo in scena dandoti l’impressione ti manchi giusto un dettaglio per mettere al proprio posto ogni cosa, e quel dettaglio, film dopo film, continua a sfuggirti.
Stavolta si torna indietro nel tempo e si va dritti ad assistere alla discesa di un uomo nella follia, con filmati sempre più sgradevoli, sempre più inquietanti, e immagini che sono la quintessenza dell’incubo a mezzo telecamera traballante, poco definita, spesso fuori fuoco.
A differenza dei tre film precedenti, tuttavia, Majesty relega sullo sfondo la sezione investigativa, le congetture di Gal e delle persone da lei intervistate, le speculazioni varie, e si limita a far parlare i filmati, che sono quasi sempre muti. Credo sia l’Horror in High Desert più sperimentale e anche quello che si avvicina di più al concetto di spazio liminale, perché manca un protagonista vero e proprio (non vediamo mai in faccia il padre di Dolly) e sono le infinite soggettive a farla da padrone.
Luoghi che non hanno quasi nulla di familiare, paesaggi brulli, alieni, con oggetti fuori posto e del tutto incongrui, lunghe gallerie, case abbandonate, orizzonti vuoti, con i suoni della natura come unico accompagnamento musicale o, ancora peggio, i rumori prodotti dalle creature, mai così minacciose e così invisibili come in Majesty.
L’idea, forte e chiara, è che una volta appresa l’esistenza degli altri abitanti del deserto, si entra in una dimensione che non è la nostra. Sentirli che si aggirano di notte nei pressi della tua casa, intravederli tra i cespugli, scorgerne le sagome in fondo a un tunnel scavato nella roccia o sulla soglia di una delle varie catapecchie che sorgono in mezzo agli sterpi, ti fa attraversare un confine dal quale non si torna indietro.
Il senso di isolamento, già palpabile nei film precedenti, trova qui la sua forma compiuta, mentre il terrore aleggia in ogni singolo fotogramma, anche quando non accade niente, anche quando l’obiettivo si limita ad attraversare uno spazio privo di vita. Ci sono un paio di sequenze in grado di far rizzare i capelli in testa e, devo ammetterlo, in una in particolare ho lanciato pure uno strillo da vera scream queen. Marich conosce in maniera profonda i luoghi che riprende ed è bravissimo a metterne in luce l’aspetto più spaventoso, l’enormità di una zona in cui puoi camminare per giorni senza incontrare nessuno, e forse è meglio non incontrare nessuno. Fa paura essere soli, lì in mezzo, ma fa ancora più paura pensare di non esserlo. È un concetto così paralizzante che basta davvero pochissimo per rendere efficace una scena notturna, magari illuminata soltanto dal fascio di luce di una torcia. Limitando in questo modo i confini del visibile, Marich ti spinge a chiederti cosa si annidi nel buio, a far correre il tuo sguardo dentro l’inquadratura cercando di anticipare l’apparizione di una minaccia.
Horror in the High Desert 4 è faticoso da vedere, perché non ti molla un istante, concede pochissimo spazio alle parentesi distensive e se ne sta concentrato sulle riprese ossessive del padre di Dolly.
Insomma, fa una paura senza senso e non vi consiglio di vederlo la sera da soli.
Se il mio preferito della saga continua a essere Minerva, Majesty gli sta subito dietro ed è un enorme passo avanti rispetto al terzo film, che era un po’ di passaggio e aveva il compito di fare da ponte. Anche se all’apparenza Majesty potrebbe non far avanzare di un millimetro la storia, ci riempie di informazioni utili per il suo proseguimento. Ormai ci troviamo a tanto così dallo scoprire le origini e la natura delle creature che abitano nel deserto del Nevada, i suoi veri padroni, e lo scopriremo presto, nell’ultimo film, intitolato Mantis e già in lavorazione.
È incredibile cosa Marich è stato in grado di fare da solo, con un paio di attori che avranno cinque pose a testa, e soltanto l’ambiente naturale a fungere da protagonista; l’inventiva, l’arte di creare dal nulla e con il nulla, la cognizione perfetta di cosa sia l’horror d’atmosfera e la padronanza assoluta del linguaggio del mockumentary e del found footage fanno di Horror in the High Desert uno dei più interessanti esperimenti del cinema horror contemporaneo. Dopo la mezza debacle di Hell House LLC, sono felice che Marich non stia sbagliando un colpo.
Aspettiamo Mantis, per un’ultima passeggiata nel deserto, e ringraziamo che esistano cineasti con questa determinazione, questo coraggio, questa chiarezza di visione.












Quella di High Desert la annovero senza dubbio alcuno fra le migliori serie di genere “ibrido” mockumentary/found footage. Ad ogni capitolo sa bene come metterti addosso una paura fottuta… Noi diventiamo sempre più degli intrusi, incompatibili con una realtà altra e ostile che nulla ha di terreno -come chi la popola- e, di conseguenza, non segue nessuna regola a noi conosciuta.
P.S. Ecco, stavo giusto per chiederti un parere sull’ultimo Hell House LLC (che ancora non ho visto)…