
Regia – Dusty Mancinelli, Madeleine Sims-Fewer (2025)
Se c’è una cosa che l’horror ci ha insegnato è che non bisogna mai fidarsi di chi dichiara di saperci guarire, a prescindere dalla natura e dall’entità del trauma che abbiamo subito: c’è sempre qualcosa sotto e c’è sempre un prezzo da pagare, posto che la presunta guarigione non peggiori addirittura le cose. Nell’horror, capita molto di rado che quello che è rotto si possa aggiustare.
E, a proposito di rotture, Mancinelli e Sims-Fewer mi hanno rotta, nel senso di disintegrata, fatta a brandelli, sminuzzata, nel 2021 con il loro esordio Violation, il rape & revenge più esistenziale e desolante della storia del cinema. Vederli tornare dietro la macchina da presa con questa opera seconda mi ha riempita di gioia, ma mi ha anche messo in uno stato di apprensione, e infatti ho aspettato un po’ per vederla: questi sanno come far male, e hanno uno stile molto peculiare, molto preciso, tutto loro, che può essere parecchio ostico. Sono canadesi, ma hanno come punto di riferimento il cinema europeo sperimentale degli anni ’70, e questa volta, ci ambientano addirittura il loro film, negli anni ’70.
Diana e Homer sono una coppia sposata e molto affiatata. A causa di un incidente, la cui natura non viene subito rivelata, Diana si ritrova con dei danni cerebrali e con le capacità motorie ridotte. Per curarla, Homer la porta in un centro, gestito da Kate Dickie (e già qui bisognava subodorare qualcosina), dove pare che sia stata sviluppata una cura costosissima per far riacquistare a Diana tutte le sue facoltà, farla tornare a camminare senza bastone, riportare il suo cervello alla condizione che precedeva l’incidente, risolvere quel fastidioso problema delle amnesie e via così. Diana, che non ricorda nulla degli ultimi mesi della sua vita, e la cui condizione si va deteriorando ogni giorno di più, accetta all’inizio di buon grado di sottoporsi al trattamento. Tuttavia, mentre i giorni passano, si accorge che ci sono parecchi dettagli bizzarri e inquietanti, nella splendida villa in cui è ricoverata e, nonostante stia di fatto migliorando, comincia a sospettare che, dietro la cura, si nasconda una verità difficile da accettare e digerire.
Honey Bunch, come molti altri horror prima di lui, si chiede cosa saremmo disposti a fare e, soprattutto, a sacrificare, per tenere accanto a noi la persona che amiamo; nel caso specifico, per ripristinarla, per evitare che scivoli via. È il dilemma Pet Sematary, ma reso in maniera un po’ più sofisticata, perché dopotutto sono passati quasi quarant’anni, e sono intervenuti dei nuovi fattori. Riducendo la questione all’osso, però, la sostanza resta invariata: il sacrificio di noi stessi fino a dove si può spingere, e quando questo sacrificio è soltanto uno schermo dietro cui nascondere un profondo egoismo, in particolare se la persona per la quale abbiamo scelto di sacrificarci ne è del tutto ignara, e viene messa in discussione la sua autonomia, togliendole la libertà di fare ciò che desidera con il proprio corpo, per quanto malandato e claudicante.
È difficilissimo parlarne senza fare troppi spoiler, ma credo abbiate capito il tema principale del film, anche se è il modo in cui i due registi lo declinano a essere davvero interessante.
Come dicevo prima, il punto di riferimento è l’horror più onirico e sperimentale degli anni ’70, da Let’s Scare Jessica to Death a Valerie and Her Week of Wonders, quella roba in cui non è possibile avere una presa solida sulla realtà, e tutto assume i confini di un sogno a occhi aperti. Honey Bunch funziona così: procede lento e un po’ sonnacchioso, tra una seduta di fisioterapia e un trattamento con luci lampeggianti, e poi piazza, quasi in maniera casuale, una serie di immagini partorite dritte da un girone dell’inferno. Ti blandisce, ti anestetizza, e poi ti stordisce, fino a che neanche tu spettatore riesci più a distinguere i sogni, le allucinazioni, le proiezioni dei ricordi e il qui e l’ora che Diana si trova a vivere. L’ambientazione aiuta moltissimo ad assicurare questo andamento da “ho preso gli allucinogeni e ora non so più chi sono”: interni gotici e un po’ polverosi, a metà tra residenza per anziani e convento di clausura, esterni verdi e lussureggianti, ma comunque chiusi; non è possibile allontanarsi, perché la nebbia rischia di portarti fuori strada e di farti precipitare dentro a un dirupo. È un luogo fiabesco, e allo stesso tempo, una prigione per il corpo e per la mente.
Ogni dialogo, ogni dettaglio su cui cade la macchina da presa, ogni scambio di sguardi tra Homer e il personale della struttura, sono messi lì apposta per accrescere un senso di paranoia che si fa più opprimente di minuto in minuto. L’impressione è quella di trovarsi dentro a una stanza in cui tutti stanno parlando di te, ma tu non sai di cosa stanno parlando, non sai cosa hai fatto e cosa ti hanno fatto.
L’orrore risiede in questa totale delega del controllo sul proprio corpo a chi ti sta accanto, un atto di fiducia cieco, che Diana è sempre meno disposta a compiere, mentre la sua salute migliora e lei torna gradualmente a essere presente a se stessa.
Ma è comunque malata, è comunque da accudire, è comunque qualcuno a cui bisogna nascondere la verità, è comunque costretta a lasciar fare a chi ne sa di più di lei, a chi dice di amarla, a chi dice che la potrà guarire.
Honey Bunch è un film di cui si potrebbe discutere per ore e ore e non venirne a capo. Impossibile stabilire da che parte si trovi la ragione, perché non c’è una ragione, c’è solo quella faccenda nebulosa, caricata di significati e aspettative, che chiamiamo amore, e a un certo punto tocca decidere se ci basta, chiederci se davvero in suo nome valga tutto.
La risposta del film, come piace a me, è ambigua, fino agli ultimi fotogrammi.
La differenza tra Honey Bunch e altri horror che trattano l’argomento “malattia di persona amata”, è che stavolta la prospettiva non è di chi si trova a dover gestire la malattia altrui, ma di chi sta male: è una lunga (quasi due ore) soggettiva di un corpo e di una mente malati, e quindi non sono panni confortevoli da vestire: Homer, il personale del centro, l’altra paziente (e suo padre) che vedremo arrivare a un certo punto, e persino chi ha ideato questa cura miracolosa, il dottor Trephine, sono tutte figure che si agitano sullo sfondo, importanti sì, ma viste attraverso lo sguardo di Diana, che non può essere lucido o distaccato o anche soltanto obiettivo.
È un film splendido, tra i migliori di questo inizio 2026, e la conferma di due talenti enormi, che piegano alle loro necessità il linguaggio del cinema di genere per dare vita a queste strane creature multiformi.
Con qualche soldino in più, rispetto a Violation, Mancinelli e Sims-Fewer si possono permettere un cast molto pesante. Se i due (bravissimi) protagonisti, Grace Glowicki e Ben Petrie, sono attori relativamente poco noti, oltre alla già citata Kate Dickie, qui abbiamo anche Jason Isaac e il nostro amatissimo Julian Richings, il prezzemolino dell’horror di ogni latitudine.
Il film lo trovate (che ve lo dico a fare) su Shudder. Sempre grazie di esistere.
Piccola curiosità: Glowicki e Petrie sono davvero sposati. Deve essere stato molto impegnativo.











Ai due film che hai citato come i più onirici e sperimentali degli anni ’70, aggiungerei anche ” Lemora” di Richard Blackburn. Riguardo gli altri due “Let’s scare Jessica to death” è bellissimo,ma il cecoslovacco” Valerie a tyden divu”( da noi con il titolo idiota ” Fantasie di una tredicenne”) è assolutamente sublime…