Masters of Horror 5: Chocolate

Regia – Mick Garris (2005)

Era scontato che l’ideatore della serie avesse anche un suo episodio. Garris, si sa, è persona deliziosa, raffinato conoscitore del genere, grande aggregatore di talenti, ma resta comunque un regista mediocre. Chocolate ne riflette la mediocrità, anche se si tratta, tutto sommato, di un’oretta abbastanza piacevole, graziata dalla presenza di Henry Thomas che, quando mette su il broncetto e l’aria affranta, torna sempre a essere Elliot, ed è comunque un attimo attore, a prescindere da questo, a scanso di equivoci.
A differenza di molti suoi colleghi spaesati, anche quelli che firmano gli episodi migliori, Garris nel formato televisivo si trova a suo agio, ne capisce il ritmo e i limiti intrinseci, almeno per quel che riguarda il piccolo schermo di vent’anni fa. Quindi sì, il suo mediometraggio è il più canonicamente televisivo di tutto il mucchio, nel senso che non ha picchi positivi o negativi e si limita a lasciarsi guardare, anche se si sta facendo altro.
Fino a ora, è anche quello meno horror. 

Racconta del recentemente divorziato Jamie che, mentre cerca di dare una virata alla sua vita sentimentale arida e vuota, comincia a soffrire di strane allucinazioni: è come se, di botto e senza senso, si ritrovasse a guardare il mondo con gli occhi di una donna sconosciuta, sentendo tutto quello che sente lei. Tutto comincia una notte, quando Jamie si sveglia con il sapore di cioccolato in bocca, anche se non ne ha mangiato (e così abbiamo chiarito anche il titolo), e da lì la cosa degenera: appurare l’esistenza di questa donna, e poi conoscerla, per lui diventano un’ossessione; si convince di amarla e parte alla volta del Canada per trovarla. Ovviamente andrà tutto malissimo, soprattutto dopo che l’ha vista sventrare un tizio.
Come vedete, l’idea è pure interessante, soltanto che Garris ci fa poco e niente. Anche a livello di psicosi sessuale, non c’è molto da segnalare, nonostante una delle regole principali della serie e, sospetto, quella che le ha dato il via libera alla Showtime, era spingere parecchio sull’erotismo. Roba che persino Carpenter, di solito castissimo, ci ha dovuto piazzare un nudo.
Qui Garris ci mette una simpatica sequenza di masturbazione in soggettiva nella vasca da bagno, ma non riesce mai a rendere davvero l’idea di trovarsi nella pelle di un’altra persona: è tutto molto meccanico, troppo sobrio, pure un po’ noioso.

Credo che il vero guizzo di originalità di Chocolate stia nella sua struttura, che è quella tipica di un noir, e nel tentativo di Garris di applicarla a un horror.
Come tanti noir classici, Chocolate comincia a cose fatte, con il protagonista che ha perso tutto e racconta a un interlocutore (in questo caso, un poliziotto) quello che gli è successo; Jamie è un uomo responsabile e “per bene”, fa un lavoro noioso e metodico, è un buon padre, sta persino attento a mangiare bene e a condurre uno stile di vita sano. Certo, si sente un po’ solo, da quando il suo matrimonio è finito, ma non è una persona rancorosa e, da qualche breve dialogo, si capisce che non è neppure in pessimi rapporti con l’ex moglie. Poi il soprannaturale, senza spiegazioni e senza motivi, irrompe nella sua vita e la distrugge, prendendo la forma di questa figura femminile misteriosa e affascinante, nonché omicida. Insomma, una femme fatale in tutto e per tutto, che però lui conosce a un livello di intimità impensabile: vive dentro di lei, anche se non sempre.
Non so in mano a un regista con una sensibilità diversa cosa poteva uscirne. Forse una discreta bomba nucleare, però ci tocca Garris e, che vi devo dire, ce lo dobbiamo tenere.

In un certo senso, è la versione pulita di Jenifer, e l’adagio è sempre il medesimo: queste femmine ci porteranno alla rovina, siano esse bellissime, e assassine, o mostruose, inspiegabilmente sexy, e comunque assassine e per di più cannibali.
Che poi, Jamie, è anche normale che se tu mi ti presenti sotto casa e te ne esci con una storia assurda a base di scambi di corpi e menti, io arrivi a pensare che tanto bene non stai e finisca per aggredirti. È legittima difesa, dopotutto. E pure qui, si poteva fare qualcosa di interessante, si poteva provare a costruire tra i due una relazione un minimo morbosa, e invece no.
E tutto così lineare e innocuo, nel suo svolgimento, che faccio davvero fatica ad aggiungere qualcosa di diverso da: passa e se ne va, come se non fosse mai accaduto.
Con un briciolo di mestizia, quindi, chiudo uno dei post più brevi e sconsolati della storia di questo blog, e vi do appuntamento al mese prossimo con Joe Dante.
E lì ne avremo di cose da dire.

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