
Regia – Maggie Gyllenhaal (2026)
Coltissimo, ferocissimo, violentissimo, femministissimo, pure un po’ futuristissimo, già che ci siamo, e rivoluzionarissimo.
Ecco, no.
The Bride (punto esclamativo) è un film interessante nel suo tentativo di imboccare un pubblico quanto più generico possibile con una serie di concetti, idee, posizionamenti politici che il cinema indipendente ha già elaborato da un paio di decenni. Va bene, per carità: è una grossa produzione con nomi importanti in cartellone, e io che mi ero aspettata di tornare ai fasti di Natural Born Killers (o almeno, cazzarola, Bonnie and Clyde), ero stata soltanto un’illusa: dai quaranta milioni di dollari in su, a meno che tu non sia un regista che ormai non deve più dimostrare niente a nessuno e può fare il cazzo che vuole, a un certo punto bisogna riportare ogni cosa nell’alveo della normatività, altrimenti la gente in sala non si riconosce e si impressiona. Ho avuto la stessa sensazione guardando Cime Tempestose, di cui non ho parlato, ma che, in comune con The Bride (punto esclamativo) ha questa buffa tendenza a voler, nella teoria, decostruire l’amore romantico, mentre lo riafferma nella pratica. Eterosessuale, sia chiaro.
Il che, se ci pensate, fa molto ridere, dato che il primo a portare in scena la Sposa è stato un cineasta dichiaratamente queer negli anni ’30.
Frank, la nostra creatura che dopo tanto tempo ha accettato di chiamarsi come il suo creatore, si aggira solo e disperato per le strade di Chicago negli anni ’30, e si presenta alla porta della dottoressa Euphronious (Annette Bening, meravigliosa), famosa per i suoi esperimenti di “rinvigorimento”, leggasi rianimazione tessuti morti. Qui c’è il primo momento topico del film, perché Euphronious è femmina, ma Frank non lo sa e rimane basito. Segue dialogo esplicativo sul fatto che lei sia proprio femmina.
Superata la faccenda che Euphronious sia femmina (ma proprio femmina), Frank procede a chiederle di creare per lui una compagna. Non so se ricordate che, nel romanzo, Frankenstein (Victor) all’inizio acconsentiva alla richiesta del mostro, ma poi, inorridito, distruggeva la donna che aveva creato, ancora prima di infonderle la scintilla vitale. James Whale, invece, grazie al provvidenziale intervento del dottor Pretorius, arrivava alla creazione della Sposa, ma la poveretta restava in scena 5 minuti, sopraffatta dalla repulsione, e poi crepava perché la creatura decideva così. Le è tuttavia bastata quella manciata di minuti per diventare un’icona della storia del cinema, segno che James Whale ci vedeva più lungo di chiunque altro.
Euphronious (che se non lo avete capito, è femmina), acconsente, anche se dopo qualche comprensibile reticenza, e i due se ne vanno a riesumare il cadavere di Ida, accompagnatrice impelagata con la malavita di Chicago, morta ammazzata di recente. Il corpo viene rianimato, e finalmente Frank può avere la sua compagna, che non ricorda nulla della sua vita precedente ed è convinta di essersi risvegliata dopo un incidente che le ha tolto la memoria.
La coppietta esce nel mondo, e subito combina un macello, con il risultato di essere ricercata dalla polizia e di dover mettersi in fuga.
A inseguirli, ci sono il detective Wiles (Peter Sarsgaard, caratterista sempre troppo sottovalutato) e la sua segretaria Myrna Malloy (Penélope Cruz, migliore attrice del mucchio, nonché migliore attrice vivente), che però ha doti investigative superiori a quelle del suo capo, solo che, indovinate? Già, è femmina. Seguono parecchi dialoghi esplicativi sul fatto che Myrna sia femmina.
Nel frattempo, Frank e Ida, che ora è diventata Penelope perché lui le ha dato questo nome, si amano e commettono crimini vari, quasi tutti, a dire la verità, involontari o dovuti a questioni di legittima difesa e sopravvivenza. Insomma, si deve capire che sono mostri, sì, ma mostri buoni.
Non vi ho detto che, a fare da contrappunto a questo poliziesco dall’oltretomba, c’è Mary Shelley in persona che commenta, parla spesso con Ida/Penelope/Sposa, perché lei è la sua creazione, e questa è la storia che avrebbe voluto narrare se il tumore al cervello non se la fosse portata via prematuramente. E io dico: fortuna che c’è Maggie Gyllenhall che arriva a raccontarci la vera storia della Sposa (punto esclamativo), perché noi non ci saremmo mai arrivati.
Sono una stronza senza cuore, lo so. E vi giuro, a me il film è piaciuto e mi sono anche molto divertita, e adesso ci arriviamo. Solo che tutti questi orpelli e sottolineature con l’evidenziatore (e sono solo quelle di cui posso parlare senza incorrere in spoiler, quindi sono una percentuale bassissima), a me sono sembrati ridondanti, eccessivi, inefficaci, e forse io non sono il pubblico adatto, perché si tratta di questioni che do per acquisite, ma fa bene ripeterli allo sfinimento a una tipologia di spettatori diversa da me.
Resta il fatto che a me, questo The Bride (punto esclamativo) ha fatto un po’ l’effetto di Joker: lo famo strano, ma senza che diventi mai davvero strano. Punk, ma addomesticato, quindi punk soltanto nell’estetica, con quello stile aggressivo, feroce, estremamente dinamico e ruvido che è sempre molto bello da vedere, però mai nella sostanza.
Poi Gyllenhall non è Phillips, e La Sposa (punto esclamativo) è un film superiore di sette o otto spanne a Joker, anche perché è divertente, cosa molto importante: dura un paio d’ore buone, e a parte un piccolo cedimento nella parte centrale, fila come un diretto, è pieno di sequenze sontuose, messe in scena in maniera impeccabile. Due su tutte: la prima coinvolge un tunnel e un marciapiede e mi ha fatto saltare sulla sedia esultando neanche fossi in Curva Sud; la seconda contiene una gigantesca citazione da Frankenstein Junior, ed è un numero da musical davvero entusiasmante; quando vuole essere violento, e purtroppo non sempre, il film decolla proprio e ti schiaccia contro la poltrona, quindi le intenzioni sono quelle giuste. Se ci rassegna al fatto che non morde mai sul serio, e anzi, si tira sempre indietro quella frazione di secondo prima di affondare i denti, ci si gode il viaggio e si torna a casa soddisfatti.
Non credo abbia senso fare il paragone con del Toro, perché il suo è un adattamento, e non vuole decostruire un mito, ne vuole riaffermare la validità ai giorni nostri. L’intento di Gyllenhall è, al contrario, quello di dare voce a una figura che è sempre stata muta ed è sempre rimasta nell’ombra, darle agenda e autonomia, e farne un’icona pop contemporanea. Il problema è che non so quanto ci sia riuscita con un film che, alla fine, è più didascalico che radicale. Vedremo in futuro che succede.
Battute di dubbio gusto a parte, La Sposa (punto esclamativo) è davvero un’opera colta, cinefila e non solo, in quanto piena di riferimenti di natura letteraria, tra cui quello a Bartleby e al suo “Preferirei di no”, che mi ha fatto sorridere da un orecchio all’altro la prima volta in cui viene menzionato nel film. E poi mi ha fracassato le palle alla settecentocinquantesima menzione. ABBIAMO CAPITO, MAGGIE, BASTA, TI PREGO. Abbiamo capito che stai parlando di libertà di rifiutare un destino già scritto e fissato dalla notte dei tempi, ma non è necessario che ce lo ripeti ancora, e ancora e ancora, e lo fai dire a ogni femmina che entra in campo.
Però, anche qui, io che cazzo ne so se non è questo il metodo giusto per inculcare un messaggio che resta importante, e non vorrei affatto dare l’impressione di sminuirlo o di ridicolizzarlo. Mi sento solo un po’ acciaccata perché questo film, sulla carta, contiene tutti gli elementi che amo nel cinema contemporaneo, ma è come se fosse spaventato da se stesso e dalla sua potenzialità distruttiva, quindi si intimidisce e, invece di metterti il pepe al culo e il terrore di Dio addosso, va a finire che ti dà le carezzine sulla testa e ti rassicura che tanto l’amore romantico (eterosessuale) vince su tutto, e noi femmine viviamo e agiamo soltanto in sua funzione.
Sono lo stesso contenta che esista, come sono contenta che esista Cime Tempestose: mi pare un piccolo miracolo che ci siano in giro due grosse produzioni, entrambe dal costo considerevole di ottanta milioni dollari l’una, con due donne dietro la macchina da presa. Se poi ci aggiungiamo anche Hamnet, che tecnicamente è dell’anno scorso, abbiamo una tripletta niente male.
Quindi, se ce la fate e ne avete la possibilità, andatelo a vedere in sala, che è una bella esperienza. Si poteva fare qualcosa di più interessante? Forse sì, e forse non è possibile con questi budget, con queste star e con questi studios.
Ultima postilla e poi chiudo: la vera decostruzione radicale ed estrema di Frankenstein l’ha fatta Larry Fessenden nel 2019, con sei lire e i trucchi di cartapesta. Si chiama Depraved e la trovate solo su Shudder. La migliore versione de La Sposa (senza punto esclamativo) è invece del ’90, ancora imbattuta, ed è Frankenhooker. Questa la trovate su Tubi. Mi raccomando.










