
Regia – Robert Harmon (1986)
So che da queste parti ne abbiamo parlato diverse volte, del sinistro autostoppista interpretato da Rutger Hauer, ma l’occasione del suo quarantesimo anniversario era troppo ghiotta per non tornare sul luogo del delitto, quindi il Complehorror di febbraio tocca a lui, uscito nelle sale statunitensi il 21 febbraio del 1986 e accolto con freddezza da pubblico e critica. Anzi, la critica lo trattò proprio come se fosse uno dei tanti slasher spazzatura che, ai tempi, arrivavano al cinema a scadenza regolare. Come spesso accade, The Hitcher divenne un cult in seguito, quando entrò nel circuito dell’home video e cominciò a essere trasmesso in televisione, rappresentando quasi un rito di passaggio nelle “notti horror” di un’intera generazione di ragazzini. Hauer, nel ruolo di John Ryder, è ormai un’icona indimenticabile. Se penso a lui, penso sempre prima a The Hitcher, e soltanto dopo una manciata di secondi a Blade Runner, perché John Ryder è uno degli spauracchi più riusciti e spaventosi della storia del cinema: sfida la nostra razionalità, mette in discussione la nostra ricerca ossessiva di dare una motivazione logica agli eventi e resta un mistero insolubile, anche dopo i titoli di coda.
Il regista Robert Harmon era un esordiente quando fu scelto dai produttori della HBO Pictures per dirigere il film. La ragione è che cercavano qualcuno che costasse poco e fosse anche disposto a mettere in scena un copione complicato e con parecchi temi scabrosi.
Il che ci porta al signor Eric Red, l’autore della sceneggiatura. Red aveva realizzato un cortometraggio nei primi anni ’80 e lo aveva inviato a diverse case di produzione, sperando che qualcuno lo chiamasse e lo facesse esordire dietro la macchina da presa. Nessuno aveva risposto, e lui aveva preso una macchina da consegnare ad Austin e aveva guidato sin lì da New York. L’idea per il film gli era venuta durante il tragitto, ascoltando Riders on the Storm dei Doors (There’s a killer on the road…). Red era rimasto ad Austin per parecchi mesi, lavorando a quella che poi sarebbe diventata la prima stesura di The Hitcher, che era molto più violenta ed esplicita rispetto al risultato finale, ed era anche molto più lunga, circa 190 pagine (approssimativamente, la durata prevista di un film si calcola sul minuto a pagina).
Questa volta, i produttori rispondono e, dopo parecchie revisioni e qualche alleggerimento, si va a girare nel febbraio del 1985.
The Hitcher è un film che vive di spazi aperti e ore di confine: albe e tramonti, notti interminabili passate al volante immersi in una solitudine che è propria soltanto di un lungo viaggio in macchina col sedile del passeggero vuoto. Nulla riesce a incarnare l’isolamento meglio delle strade deserte del Texas, e se l’esperienza del protagonista Jim (C. Thomas Howell) è legata in maniera indissolubile a un paesaggio e a un’atmosfera che sono tipicamente statunitensi, a molte persone sarà capitato di guidare per parecchio tempo senza nessuno a tenere loro compagnia, magari col buio o mentre fa buio, o ancora, in quei minuti spartiacque tra la notte e il giorno che sembrano eterni, quando la stanchezza prende il sopravvento, e la linea bianca della strada è come un nastro che si perde nel nulla.
Si parla tanto di liminal horror negli ultimi anni, ma The Hitcher era liminale nel 1986, perché è in quello spazio limite che Red e Harmon fanno insinuare il male: quando la realtà perde di consistenza, ecco che arrivano i mostri, ecco che John Ryder sale in macchina e, senza un motivo, senza una ragione, sceglie proprio noi per perseguitarci.
O meglio, è Jim che lo sceglie, accostando e aprendo lo sportello. Il male bisogna invitarlo, in qualche modo, anche se inconsapevoli di farlo, come il povero Jim, che doveva soltanto portare una macchina a San Diego, e si ritrova nel peggiore incubo della sua vita.
Lungi dall’essere uno slasher, come è stato erroneamente etichettato dalla critica all’epoca, The Hitcher è un horror esistenziale in piena regola, che segue una logica tutta sua, quella dei sogni indotti da uno stato di ansia o di stress. La sequenza in cui Jim si sveglia in cella, la trova aperta, e attraversa la piccola stazione di polizia disseminata di cadaveri, incontrando un pastore tedesco, somiglia più a uno degli incubi scatenati sulle proprie vittime da Fred Krueger che alla scena di un thriller on the road. La regia di Harmon spinge molto sul lato onirico, facendo apparire e scomparire Ryder come se fosse un agente del soprannaturale, nascondendolo negli angoli delle stanze buie dei motel, mostrando la sua sagoma che si staglia nella luce del crepuscolo, proprio quando credi di esserti liberato di lui.
Ryder abita una dimensione altra, in cui Jim precipita quando commette l’errore di fermarsi sul ciglio della strada. Credo sia questa la prospettiva da cui bisogna guardare lo sviluppo non del tutto coerente della vicenda: non è Ryder a sconfinare nella nostra dimensione, siamo noi ad aver invaso la sua.
In questo senso, The Hitcher è esistenziale e liminale, perché si svolge in uno spazio che è come un gigantesco e dispersivo specchio: le stazioni di servizio prive di presenza umana, se non quella di Jim e Ryder, investite da una tempesta di sabbia improvvisa o che esplodono nel sole del primo mattino, questi monoliti nel deserto, rovine, memorie di civiltà perdute, che hanno chiuso da poco, devono ancora aprire, forse non apriranno mai. Dove passa Ryder, la vita si prosciuga, ma lui in quegli angoli moribondi prospera e attende che arrivi la sua prossima preda, un viandante che insegue il miraggio di una terra di abbondanza e prosperità: San Diego, la California, un futuro diverso, migliore, una fuga impossibile, il sogno americano sempre più distante e inaccessibile.
The Hitcher è un’astrazione, alla fine, quasi una fiaba narrata con il linguaggio del western on the road. Le splendide sequenze d’azione con il profluvio di macchine sfasciate, con gli elicotteri che si vanno a schiantare sulle rocce, con gli inseguimenti in mezzo al deserto, non devono trarre in inganno: sono una parte determinante dell’estetica del film, ma The Hitcher non è un action, è un rarefatto e violentissimo ingresso nell’età adulta, il momento in cui vieni a scoprire la tua parte peggiore, ti guardi allo specchio e dall’altra parte c’è John Ryder.
Quando, nel 1986, The Hitcher ha incassato poco ed è stato sommerso di critiche negative, non era la violenza (quasi sempre suggerita e mai mostrata) che dava fastidio, non era il sotto testo da gay panic che permea la relazione tra Ryder e Jim a scandalizzare, era il nichilismo assoluto del film che non poteva essere gestito quarant’anni fa. Un po’ lo stesso destino, anche se in tono minore, de La Cosa di Carpenter.
Se Ryder è uno spauracchio orribile, una figura tanto carismatica quando ripugnante (e Hauer è bravissimo a non renderlo mai simpatico o piacevole), è la trasformazione di Jim a inquietare: da ragazzotto un po’ ingenuo a sopravvissuto segnato per sempre dall’esperienza, quasi del tutto svuotato dal vitalismo con cui era riuscito a spingere fuori dall’auto Ryder all’inizio del film.
Ryder fa paura perché anela e desidera la morte, oltre a portala su chiunque posi il suo sguardo, e incontrarlo significa o dargli quello che vuole o finire nel tritacarne.
Film magnifico anche a quarant’anni di distanza, The Hitcher fa parte di quella ristretta schiera di opere degli anni ’80 che remano contro l’estetica e l’ideologia del periodo, e per questo non sono state accolte come avrebbero dovuto quando sono state presentate al pubblico.
Poi il tempo passa e film come The Hitcher emergono in tutta la loro bellezza.
Dedico l’articolo a Davide, che amava moltissimo questo horror atipico.












Buon compleanno a questo mito di film,sempre bellissimo da vedere e rivedere “The Hitcher”.Dei pochi film di Robert Harmon,consiglio sempre di cuore il suo “Highwaymen”(2004),un piccolo gioiello dimenticato,con Jim Caviezel e Rhona Mitra.