
Regia – Roberd Rodriguez (1996)
È il secondo anno di fila che cominciamo il giro dei complehorror dagli anni ’90, ma se nel 2025 abbiamo festeggiato un cult dimenticato, apriamo il 2026 con uno dei film più rappresentativi della sua epoca; sto per dire un’eresia, ma vi giuro che c’è una spiegazione: Dal Tramonto all’Alba incarna gli anni ’90 anche più di Scream. Questo perché il film di Craven, al netto di costumi e dialoghi che ne denunciano la provenienza temporale, è ancora attuale; quello di Rodriguez è cristallizzato nel ’96 e da lì non si sposta, nel bene e nel male.
Non credo sia un caso che Dal Tramonto all’Alba e Scream condividono l’anno di uscita nelle sale: il primo dà inizio al 1996 e il secondo arriva proprio alla fine; entrambi escono in un momento di stanca per l’horror, sia a livello globale che come collocazione nel corso dei 12 mesi: gennaio è il mese morto per i nuovi film; si è tutti troppi presi dalla stagione dei grandi premi e ci si deve riprendere dall’abbuffata di titoli natalizi. Dicembre non è, appunto, un momento considerato favorevole all’horror. Ma sono stati tutti e due dei grandi successi, certo, commisurati al pubblico cui erano rivolti. Credo anche che Dal Tramonto all’Alba sia stato il film che ha spinto la Dimension a investire di più sull’horror o se non altro a crederci e a non usare il marchio come centro di riciclo per fondi di magazzino.
Sappiamo tutti chi sia l’autore della sceneggiatura di Dal Tramonto all’Alba, ma non è una nozione così comune che l’idea del film non sia sua: Tarantino è stato pagato da Robert Kurtzman per dare forma a un suo soggetto, risalente alla fine degli anni ’80, proprio quando Kurtzman stava per fondare la KNB, che avrebbe curato gli effetti speciali de Le Iene (e di altri film di Tarantino e Rodriguez). Quando esce Pulp Fiction nelle sale, Tarantino può pretendere un po’ il cazzo che vuole, e quindi va alla Miramax e dice che il suo prossimo progetto sarà Dal Tramonto all’Alba, ma a dirigerlo vuole il suo amico Robert Rodriguez. La Miramax acconsente, scarica il film sulle spalle dell’affiliata Dimension e stanzia 19 milioni di dollari per far giocare i bambini. Dal Tramonto all’Alba finirà per incassarne 60 in tutto il mondo, una cifra considerevole per un B movie trucido, volgare e violentissimo, uscito con la categoria di censura Restricted, e pure un po’ bizzarro, data la sua natura ibrida e il suo cambiare genere in corsa, cosa che, ai tempi, non era affatto consueta.
Ovvio che, nel 1996, il nome di Tarantino sulla locandina fosse in grado di portare parecchia gente in sala, ma non bisogna mai dare niente per scontato e, soprattutto, non bisogna ragionare con la mentalità di trent’anni dopo, quando siamo abituati a sapere ogni cosa di ogni film in uscita con mesi di anticipo.
In ogni caso, piazzarsi al primo posto negli Stati Uniti appena arrivato in sala, seppure nel non affollatissimo gennaio, è sorprendente per un film di questo tipo.
La storia è quella di due fratelli, criminali incalliti, Seth e Richie Gecko, che devono passare il confine con il Messico dopo l’evasione dal carcere del primo. Si lasciano alle spalle la tipica scia di morti ammazzati, rapiscono la famiglia di un pastore (Harvey Keitel) in piena crisi mistica, e arrivano in uno strip club nel deserto, il Titty Twister, dove intendono passare la notte mentre aspettano che un loro contatto messicano li prelevi e li porti in un rifugio sicuro. L’unico problema è che il locale è in realtà un nido di vampiri e, questo non è affatto un problema, dopo una quarantina di minuti circa, Dal Tramonto all’Alba diventi un film di John Carpenter. E se non vi bastasse quello che vi dico io, guardate la maglietta che porta uno dei personaggi, così ci togliamo ogni dubbio: è quella di Distretto 13, che ha un sacco e una sporta di crediti aperti con Rodriguez e i suoi vampiri messicani.
Rodriguez è sicuramente poco carpenteriano nella messa in scena, perché gli mancano l’eleganza e l’essenzialità del Maestro, ma mutua da Carpenter la struttura e le relazioni tra i personaggi, anche se le contamina con la sua attitudine caciarona da regista di serie Z.
Voglio molto bene a questo film, ne voglio a Rodriguez perché è un cialtrone come me e tra cialtroni dobbiamo sostenerci a vicenda; non ne voglio a Tarantino per parecchi motivi, pur avendo amato il suo cinema in gioventù (e anche dopo, è inutile che faccio finta), e in effetti parlare di Dal Tramonto all’Alba un po’ mi mette in difficoltà. La sceneggiatura di Dal Tramonto all’Alba è il classico frappè citazionista che, arrivati nel 2026, conosciamo come le nostre tasche, tanto che, a rivederlo ora, viene pure un po’ a noia. Col senno di poi, e quindi non della diciassettenne entusiasta che è andata al cinema trent’anni fa, la prima parte, quella più chiaramente action, è la sezione debole del film. Non appena si entra nel Titty Twister, sale sul palco Santanico Pandemoniun (Salma Hayek, a oggi ancora la persona più sensuale mai apparsa su uno schermo), e Richie fa la fine che merita, Dal Tramonto all’Alba parte a razzo e rimane una delle esperienze cinematografiche più divertenti cui sottoporsi in una gelida sera di gennaio.
C’è da prendere in considerazione l’effetto amarcord nel vedere tante facce amiche: Tom Savini, Danny Trejo, Fred Williamson, John Saxon e, più di tutti, una giovanissima e meravigliosa Juliette Lewis, che se non eravate presenti all’epoca non potete capire la portata di Juliette Lewis negli anni ’90.
Eppure, non è solo una questione nostalgica: questo misto di horror, western d’assedio, violenza brutale e battute sboccate funziona come un meccanismo a orologeria, per quanto sguaiato e centinaia di chilometri sopra le righe.
George Clooney, che ai tempi era soltanto quello di ER (e dei pomodori assassini), avrebbe dovuto continuare a interpretare molti più personaggi come Seth, in carriera, sporcare il suo fascino, essere un po’ meno divo, perché qui, tra tic nervosi, improvvisi scoppi d’ira, atteggiamenti da smargiasso e un fondo di umanità tenuta sempre celata, regala un’interpretazione gigantesca. Aiuta tantissimo il fatto che sia un attore dotato di sufficiente autoironia e che si veda lontano un miglio quanto si sta divertendo, lui e l’intero cast, vampiri e umani.
È un film scanzonato, leggerissimo, che si ferma sempre un istante prima di diventare una commedia pura, riuscendo così a gestire con una certa gravità anche i momenti tragici, a non buttare ogni cosa in farsaccia. Ha quell’aria da gita scolastica tra adolescenti ubriachi che caratterizza molta filmografia di genere tra la seconda metà degli anni ’90 e l’inizio del XXI secolo, ma prende sul serio la situazione in cui i protagonisti si trovano, e prende sul serio il nucleo centrale di personaggi con cui ci ritroviamo a passare 100 minuti. Poi c’è tutto lo spazio del mondo per le macchiette come Savini, però Rodriguez ha il buon gusto di tenerle sullo sfondo e di dare tempo agli altri di vivere e respirare.
Forse, oggi, gli effetti digitali sono invecchiati malino, questo sì: le trasformazioni repentine delle vittime in vampiri risentono molto il peso degli anni passati, mentre tutto il reparto effetti pratici sta benissimo, vi saluta e vi insegna a suonare un torso umano come fosse una chitarra.
Lo splatter è abbondante, grottesco, esplosivo. C’è abbastanza sangue da riempire una piscina olimpionica, e tanti cadaveri, interi o a pezzi: il momento in cui Juliette Lewis viene aggredita da un vampiro senza gambe che si trascina con le braccia sul pavimento è la perfetta esibizione del talento di Kurtzman, Berger e Nicotero.
Esistono la bellezza di due sequel DTV e di una serie televisiva ispirata ai vampiri del Titty Twister, ma nessuno di essi è in grado di replicare il successo di questo grindhouse degli anni ’90. Se bisogna trovare una vera data di nascita al recupero di un cinema povero e miserabile, riproposto con più soldi, star e anima citazionista, è il gennaio del 1996.
Piccola postilla di carattere personale: ho visto per la prima volta Dal Tramonto all’Alba che ero più giovane di Juliette Lewis all’epoca. Ora lo rivedo che sono più vecchia di George Clooney all’epoca.
Brutta cosa il tempo che passa.












So che è banale ma Salma Hayek che balla sul tavolo all’ epoca mi esplose nel cervello più di tutte le VHS porno noleggiate in quegli anni di gioventù
Lo rivedo sempre volentieri e sì, il suo coetaneo di Wes Craven è invecchiato molto meglio e anche questo fa il fascino di sti vampiri anni 90 DEL SECOLO SCORSO
Salma Hayek che balla sul tavolo è un momento che ha fatto la storia del cinema. Consideriamo pure che quel ballo è il momento meno volgare del film
Sì , ci andava giù bello pesante
Ok, aspettavo il momento davvero “giusto” per dire “buon anno”.
Eccolo!🙂
Quanto ci siamo divertiti all’uscita di questa bomba…💓
Lo adoro ancora oggi e ancora oggi, tra amici, usiamo le battute del film, soprattutto se circondati da vampiri del cazzo (ogni tanto càpita, anche se non ci crediamo ai vampiri del cazzo…)😁
(ah, poi leggo con calma…😉)
È proprio un film generazionale questo. È davvero un figlio della sua epoca. Mi riempie di nostalgia
Credo che uno dei motivi per cui questo film è diventato un cult per tutti gli amanti del cinema della mia generazione (i nati tra l’inizio degli ottanta e la fine dei settanta), sia da ricercare nella totale assenza di social network e notizie di ogni tipo in giro per il web (che poi parliamone, internet al tempo con un modem 56K non era sicuramente alla portata di tutti come oggi). Arrivare in sala e ritrovarsi un film che proprio all’inizio del secondo tempo cambia completamente registro salvandoci dalla noia totale fu una vera e propria esperienza. Ricordo che con i compagni delle superiori uscimmo infervorati ed esaltati dalla visione in sala. Una bomba, che risente sempre di una prima parte incredibilmente prolissa, ma gli vogliamo bene lo stesso.
Quando l’internet non ti rovinava le sorprese con mesi e mesi di anticipo. E quando sapevano fare i trailer.
Sempre divertente da vedere,ma sono un estimatore anche dei suoi 2 sequel più piccini e sfigatelli.
Ma anche a me divertono, e mi piace pure la serie TV.
Io avevo QUASI la stessa età di Clooney quando l’ho visto la prima volta nel 1996 e, ovviamente, ho ancora QUASI la sua stessa età (ci separano quei quattro anni circa di differenza) oggi che si festeggia il trentennale 😉 Per quanto non possa dire di non aver trovato divertenti a sufficienza sia i sequel che la successiva serie TV, è chiarissimo che il primo “Dal tramonto all’alba” rimane unico e inimitabile (al netto del digitale obsoleto, che però viene ampiamente compensato da TUTTI gli altri aspetti del film)…
La serie tv, a mio parere, è deliziosa, rispetta perfettamente lo spirito del film. Ha i suoi alti e bassi, ma è molto piacevole da guardare.
Anche se non ho mai sopportato le commistioni di generi (horror/commedia poi meno che mai), questo film lo ho amato e lo amo.
e dirò di più, la prima parte la trovo fantastica, con quei dialoghi tarantiniani nella stanza del motel con la signora in ostaggio……
A rivederlo, devo dire che quella parte mi ha un po’ stancata, forse perché i dialoghi tarantiniani, col tempo, mi sono venuti a noia, ma la seconda parte regge benissimo i suoi 30 anni.
Per me resta un bel film, i suoi anni sullo schermo si sentono, ma quando hai Savini, Hayek, Trejo e la Lewis nello stesso film, diretti da Rodríguez, non puoi che amarlo un film così.