
Regia – Curtis David Harder (2025)
Il primo film non mi aveva fatto impazzire, e infatti non ce n’è traccia qui sul blog: era un po’ un Ripley adeguato all’era dei social, con delle buone idee e un’antagonista, la CW interpretata da Cassandra Naud, davvero azzeccata. Solo che mi era parso un po’ povero di contenuti, seppur divertente, quindi non avevo molto da dire e l’ho lasciato perdere. Tre anni dopo, Harder torna con un sequel che fa il salto di categoria e si piazza tra gli horror migliori del 2025.
Per chi non sapesse di cosa sto parlando, faccio un rapido sunto di Influencer, e vi introduco al personaggio di CW, assassina e ladra di identità, alla quale si vuole comunque un gran bene, perché il bersaglio principale delle sue attività criminali sono gli influencer, e il suo mestiere è quello di levarli dal mondo, facendo un grosso favore all’umanità tutta.
Nel primo film, CW faceva amicizia con Madison, una influencer americana in vacanza in Thailandia, la lasciava a crepare su un’isola deserta, ne assumeva l’identità online e le ammazzava il fidanzato (oltre a un paio di altre persone che passavano di lì), facendola franca.
Madison in qualche modo riusciva a sfuggire a CW e il film finiva lasciandoci in sospeso sul destino di entrambe le protagoniste.
Influencers (che mette al plurale il titolo come Aliens) comincia un anno dopo i fatti del primo film; ritroviamo CW, che si chiama Catherine Warwick, in Francia, sistemata e felice con la sua fidanzata Diane. Le due partono per un fine settimana nel Sud del paese per festeggiare il loro primo anniversario e, una volta arrivate in albergo, scoprono che una influencer inglese, Charlotte (Georgina Campbell) ha soffiato loro la suite che CW aveva prenotato.
La presenza di Charlotte nel suo stesso hotel riporta subito CW agli antichi fasti, solo che stavolta la situazione è complicata dalla presenza di Diane, che inizia a sospettare qualcosa.
Questo è, più o meno, l’antefatto di un film che compie così tante giravolte e cambi di tono e registro da rendere delittuoso aggiungere altro.
Ci sposteremo dalla Francia e viaggeremo fino a Bali seguendo CW e Madison, che è stata accusata di aver commesso lei i delitti del primo film e si è messa in testa di dare la caccia a CW per conto suo, conosceremo altri esseri sgradevoli, pieni di sé, tronfi e bugiardi, che popolano la fauna dei social e intossicano l’aria che respiriamo online tutti i giorni, approfondiremo il carattere e le motivazioni di CW, che si spoglierà del suo ruolo da “giustiziera di influencer” per diventare qualcosa di più interessante, più sfaccettato, più ambiguo e conflittuale.
Per questo secondo film si è, com’è ovvio, gonfiato il budget, ma è anche aumentata la sicurezza del regista, insieme alla sua capacità di mettere in scena sequenze lunghe e complesse, con movimenti di macchina studiati, stunt elaborati e un senso dello spazio e della geografia dei luoghi molto più sviluppato rispetto a quanto avevamo visto in Influencer. Qui lasciamo perdere le cartoline e ci concentriamo su come i personaggi vivono i luoghi, come li sfruttano a proprio vantaggio, neanche fossero vampiri, come si sentono accolti e respinti da essi, mettendo in evidenza soprattutto la discrepanza tra ciò che appare nei profili dei vari influencer vittime di CW e la realtà.
Il film è visivamente splendido, tutto colori accesi e vibranti, quasi sempre girato in esterni e di giorno, proprio per raccontare un mondo posticcio, in cui arriva CW a portare quel pezzettino di verità che manda ogni cosa in frantumi nello spazio di un secondo.
Non è tanto che CW ti ammazza, è che prima di farlo si impadronisce metodicamente della tua vita e porta a galla tutti i tuoi segreti, e una volta che ti ha cancellato dalla faccia della terra, prosegue nel proporre un simulacro di esistenza vestendo i tuoi panni.
Questi elementi c’erano anche in Influencer, ma qui Harder lavora a espanderli, a inserirli in contesti differenti e, infine, a rivoltarli contro la stessa CW nella mezz’ora finale del film.
Harder, da sceneggiatore, è molto bravo a fornirci nuovi spunti per dare respiro a CW, ma senza spiegare mai troppe cose, continuando a mantenere inalterato il suo mistero. Non ho idea se sia in programma un terzo film, ma c’è sicuramente altro materiale su questa villain così atipica e combattuta tra il desiderio di stare tranquilla con la sua fidanzata e il bisogno di uccidere e poi sostituirsi alle personalità più vanesie e arroganti del web.
In questa dicotomia risiede anche il cuore emotivo di un film che non pensavo mi avrebbe colpita così tanto, fin quasi a commuovermi per la storia d’amore di un’assassina e per la sua dolorosa, tragica e attualissima fine.
La stessa CW è schiava dei meccanismi che crede di combattere, e qui Harder ci piazza in mezzo anche una stoccata all’AI, integrandola tuttavia perfettamente nel tessuto narrativo del suo film, con una grande coerenza e una profonda comprensione dello strumento in sé e di ciò che porta le persone a utilizzarla.
Cassandra Naud, anche produttrice e costumista, è un portento, indossa questo personaggio come fosse una seconda pelle, ne trasmette la rabbia a stento trattenuta, la brillante intelligenza, la personalità ossessiva e, soprattutto, la furia omicida che è sempre sul punto di esplodere e non fare prigionieri. Il problema con CW è che è simpatica, fascinosa, socievole, manipolatrice ed è anche immensamente triste, ma le motivazioni più profonde della sua tristezza restano una cosa che conosce soltanto lei.
È scontato dire che gli horror sui social media e sulla tecnologia in generale sono ormai da considerarsi quasi un genere a sé stante e sono anche destinati ad aumentare e a declinarsi in varie diramazioni. Già adesso sono tantissimi, anche se, e spiace dirlo, di rado sono davvero buoni. È come se, nell’ansia di voler cogliere il momento presente, si dimenticassero di raccontare storie valide e si limitassero a un’istantanea un po’ sbiadita: usano il linguaggio giusto, hanno l’attrezzatura giusta e pure le idee giuste, ma gli manca di costruirci qualcosa di vero intorno per non apparire artefatti. Il primo Influencer soffriva, pur se parzialmente, di questi stessi difetti, mentre il suo sequel pare aver compreso che tutta l’impalcatura tecnologica e social deve essere uno sfondo, ovviamente ben delineato, ma non può prendersi lo spazio del film nella sua interezza, altrimenti nel giro di sei mesi è già vecchio.
Le dinamiche proposte da Influencers sono universali e senza tempo, e il fatto che vengano raccontate tramite dei meccanismi sociali contemporanei non toglie loro la caratteristica di essere comprensibili a chiunque, di poter creare una connessione con chiunque, anche con chi non ha mai seguito un influencer in vita sua.
Alla fine, Influencers non è un film sui social media, è un film sulle relazioni disfunzionali, sulla percezione del sé, sulla discrepanza tra pubblico e privato: tutte queste cose sono sempre esistite, i social media ne hanno soltanto esasperato l’esternazione, ma sono parte della natura umana.
Non me lo aspettavo e l’ho visto solo per mancanza di alternative, ma Influencers è davvero una grossa sorpresa, il classico film che ti arriva addosso a fine anno e ti manda all’aria tutti piani di classifica che avevi diligentemente composto, tra sacrifici strazianti e decisioni difficilissime.
È un’opera che alza la posta di continuo, che va in crescendo dall’inizio alla fine e, quando pensi abbia raggiunto l’apice, sale ancora. Tra gli altri pregi, vanta la più bella scazzottata dell’anno, a bordo piscina, con palle da biliardo usate come corpi contundenti e tante ossa rotte.
È una giostra, Influencers, ma è anche molto intelligente e consapevole. Ennesima prova di forza di Shudder, che sta conquistando la scena e non pare avere intenzione di arretrare di un millimetro.












Il finale del primo Influencer mi era parso lasciare il tutto un po’ troppo in sospeso, in effetti. Un seguito ci doveva per forza essere, e mi fa piacere constatare che sia di un livello anche superiore al capostipite…
Ho recuperato anche il primo, che non conoscevo.✌️
Niente da dire: belli e molto interessanti. Però, rispetto a come li ho vissuti, non so, ci devo pensare…
O rivederli. Credo che una delle difficoltà che ho avuto (e che magari è proprio una delle forze del racconto), da persona molto empatica, è che in modi diversi ho provato, appunto, empatia sia per chi uccide, sia per chi muore. Sia per chi sopravvive. Una empatia anche più generale rispetto all’influenza (appunto) di un mondo che rende carnefici e vittime. Ci sono personaggi molto umani in realtà e quasi quasi in (almeno) un momento si piange pure. Sono strani questi film, respingenti e affascinanti al tempo stesso.
Comunque, killer da aggiungere alle icone del passato e sequenza finale di Influencers (con la “s”) che per me è già storia!😁
Besos😘