Sapete che questa è una rubrica ballerina e fattibile soltanto quando mi ritrovo con un discreto accumulo di film da smaltire, e che pare anche piacervi un sacco, perché siete come me: andate a ravanare nei meandri del cinema piccino per scovare film imperfetti, ma con qualcosa che vi spinge a voler bene loro lo stesso, che poi è l’essenza stessa delle Pillole. È quindi normale che una piattaforma come Shudder sia sempre dominante, e anche oggi due film su quattro provengono da lì. Vi avviso subito che toccheremo gli abissi dell’infimo e del rivoltante, ma parleremo anche di una delle commedie più divertenti di questo inizio anno, di guardie che fanno la fine che si meritano, e di un’impresa di onoranze funebri dove i cadaveri non sembrano voler restare troppo morti. Andiamo, quindi, a rovistare in quel che ci propone il cestone delle offerte speciali, come se fosse il 1999.
Cominciamo con Bodycam, perché l’angolo del found footage non può mancare. A dirigerlo, troviamo il veterano dell’horror indipendente Brendon Christensen, che è apparso in questa rubrica decine di volte, l’ultima a novembre con il suo slasher Night of the Reaper. Il ragazzo è un vero e proprio stakanovista del genere, sforna un paio di film all’anno, e si tratta sempre di piccoli horror molto piacevoli da guardare. Niente che ti cambi la vita, ma costante, coerente, affidabile.
Bodycam è la sua prima incursione nei meandri del found footage e, come da titolo, trattasi di un film interamente girato con le bodycam (e le dashcam, e alcune telecamere di sicurezza) di due poliziotti di pattuglia. Gli agenti ricevono una chiamata per un caso di presunta violenza domestica, entrano in una casa in una zona periferica e abbandonata a se stessa, si separano per perlustrare l’ambiente e uno dei due spara a un sospettato, convinto che l’uomo lo stesse aggredendo con un’arma da fuoco. Ovviamente non è così, e non solo: nella sparatoria ci rimette la vita anche un neonato. Invece di fare rapporto alla centrale, l’agente decide di coprire il fatto, e il suo collega acconsente ad aiutarlo, anche se un po’ riluttante. Finirà malissimo, perché c’è di mezzo qualcosa di antico, malvagio e soprannaturale, che si è insediato nel quartiere e ha preso possesso dei suoi abitanti.
Bodycam è un film interessante, anche se non del tutto riuscito, soprattutto per qualche problema di ritmo, nonostante la breve durata. Usa al meglio i mezzi limitati a disposizione, e la regia di Christensen mostra di possedere una grande padronanza del linguaggio scelto per mettere in scena questa storia. C’è sicuramente un nobile e lodevole intento politico dietro tutta l’operazione, a partire dal fatto che uno dei due poliziotti è nero, e il collega dal grilletto facile è bianco (tra l’altro è la vecchia conoscenza Sean Rogerson), ma forse non si amalgama alla perfezione con la struttura da film di genere demoniaco. Resta comunque un film molto spaventoso, con una sequenza in auto, verso la fine, che è fatta della materia di cui sono fatti gli incubi.
ACAB.
Passiamo ora al film per stomaci delicati del mese: Pig Hill arriva da Screambox, il servizio streaming di Bloody-Disgusting, ed è diretto da Kevi Lewis, già regista del delizioso Willy’s Wonderland. Se pensate di trovare qui le stesse atmosfere della horror-comedy con pupazzoni assassini e Nic Cage, vi sbagliate di grosso e vi avviso che Pig Hill è un film da maneggiare con estrema cura. Avete presente quando fanno l’elenco dei trigger warning? Ecco, Pig Hill è tutto un trigger warning, e non sto scherzando, neanche sto cercando di fare la gara a chi regge più nefandezze, traumi e argomenti tabù. Ne sono uscita abbastanza scossa io stessa.
Ambientato nella ridente (non c’è un cazzo da ridere) cittadina di Meadville, in Pennsylvania, racconta della locale leggenda di una razza ibrida suina e umana che rapisce e uccide donne sulla collina che dà il titolo al film. La nostra protagonista (interpretata da Rainey Qualley, sorella di Margaret) sta scrivendo un libro su questa storia che la tormenta sin dall’infanzia e, come nella migliore tradizione di ogni horror che si rispetti, scoprirà a proprie spese quanto c’è di vero.
Pig Hill ha sovvertito le mie aspettative: l’ho messo su perché pensavo di trovarmi di fronte a una trashata molto scema coi bifolchi (gli uomini-maiale, dai, per cortesia), e invece sono stata imprigionata per un centinaio di minuti in una storia atroce di segreti familiari, incesto e abusi, con una scena, purtroppo proprio all’inizio del film, che mi ha quasi fatto rimettere la cena. Dico purtroppo perché, passata un’ottima prima metà, Pig Hill diventa un po’ un casino e un mezzo disastro, e ha delle gravi mancanze nel montaggio, nella gestione interna delle scene, e in alcuni dialoghi che ti fanno rimpiangere di essere nata. Ecco perché Willy’s Wonderland era praticamente un film muto. Si spiega tutto.
Possiede, tuttavia, un cuore nerissimo, selvaggio, grezzo e incattivito che, nonostante tutto, mi spinge a consigliarlo a chi se la sente di passare dentro a un tritacarne.
Per quelli che, che bella la provincia.
Arriviamo ora a quello che è il titolo più famoso tra quelli presenti nell’odierna edizione delle Pillole: The Mortuary Assistant, tratto dall’omonimo videogioco del 2022, e uscito su Shudder, dopo un breve passaggio in sala, per la regia di Jeremiah Kipp.
Non sono mai stata una grande giocatrice, quindi di sicuro sto per dire una cosa che farà sorridere chi è più esperto della materia rispetto a me, ma The Mortuary Assistant è stato uno dei giochi che più mi ha messo addosso il sacro terrore di Dio, del diavolo e pure della Madonna in concorso di colpa. Me la sono fatta addosso per tutta la sua breve durata, e non so se ringraziare o maledire la mia amica e compagna di malefatte Marika per avermelo consigliato. Quando ho saputo che ne avrebbero tratto un film, sono stata un po’ preda del facile entusiasmo, e non mi sono soffermata a pensare quanto sia difficile che un’operazione del genere riesca pienamente: The Mortuary Assistant è tutto atmosfera e poca storia; portarlo sullo schermo richiede una capacità di scrittura non comune, e purtroppo, ci si è accontentati di quell’effetto cosplay di cui abbiamo spesso parlato negli ultimi mesi. Passato l’effetto iniziale che ti lascia ammirata perché pare di vedere il gioco riportato paro paro, ci si rende conto che, in sé, il film piuttosto cheap, fatto con tre lire, e anche recitato in maniera piuttosto discutibile.
Poi funziona pure, per carità, e c’è persino John Adams in un piccolo ruolo. Le presenze demoniache che tormentano la protagonista al suo primo giorno di lavoro nel magico mondo dell’imbalsamazione cadaveri fanno la loro figura, e ci sono un paio di momenti in cui la paura e la tensione sono genuine e ben gestite.
Si poteva fare molto meglio, anche con i mezzi scarsini a disposizione? Secondo me sì, purtroppo non è andata benissimo, ma ci accontentiamo, perché a un film così non si riesce a volere male.
Per aspiranti beccamorti.
Il film migliore è anche quello con il cast più ricco, il budget più alto e un nome molto importante alla sceneggiatura, ovvero quello di David Koepp.
Cold Storage è una horror comedy fantascientifica diretta dal regista televisivo Jonny Campbell, che può vantare la presenza di Georgina Campbell e Joe Keery come coppia di protagonisti alle prese con un fungo alieno chiuso in un magazzino che affitta al pubblico i container per stipare la roba che non si ha più spazio per tenere. Ma, a parte questi due attori abituati al genere, abbiamo anche Liam Neeson, Lesley Manville, addirittura Vanessa Redgrave in carne e ossa, e la star emergente Sosie Bacon in un piccolo ruolo all’inizio. Come potete vedere, c’è un sacco di blasone, da queste parti, perché David Koepp ha tanti amici altolocati da chiamare alla bisogna, anche in un progetto tutto sommato piccolo come questo.
In estrema sintesi, è la storia di due disadattati, incastrati in un lavoro di merda, a cui tocca prevenire un’apocalisse che rischia di scatenarsi per l’incapacità e la pigrizia del governo americano. Si svolge quasi tutto all’interno del labirinto di container, con qualche breve sortita all’esterno, è violento, splatter (attenzione che c’è un povero gatto che non fa una bella fine), pieno di fluidi appiccicosi e poltiglie verdi che ti corrodono le carni e ti fanno esplodere la testa, e fa un sacco ridere.
Parte veloce come un proiettile, poi si siede per una ventina di minuti per introdurci i due sfigatissimi personaggi principali, per accelerare di nuovo nella seconda parte e non fermarsi mai più, diventando tarantolato nei minuti finali. Consigliatissimo se vi va di passare un centinaio di minuti spensierati a scommettere sul futuro incerto della nostra specie, e a chiedervi se, dopotutto, metterlo nelle mani di due poveri disgraziati non sia davvero la cosa migliore e più sana da fare.
I duetti tra Neeson e Manville sono irresistibili, e Joe Keery è uno dei migliori in circolazione quando si tratta di ricoprire questo tipo di ruoli.
Per chi odia il suo lavoro e ha ragione a odiarne ogni minuto.












