
Regia – Christophe Gans (2006)
Dal 2006 a oggi sono cambiate tantissime cose per quanto riguarda la relazione tra media diversi, e la relativa cannibalizzazione tra un media e l’altro. È un discorso che qui abbiamo fatto spesso, quindi evito di ripetermi più di tanto. Mi limito solo a dire che, adesso, ci si approccia ai videogiochi come se fossero de testi sacri, e infatti si incorre nello sciagurato effetto cosplay che affligge, tanto per continuare a giocare in casa, proprio l’ultimo film tratto da Silent HIll. Prima che mi saltiate alla gola: vale per tutto, dai romanzi ai fumetti, passando per i reboot di serie e film già fatti. Mi riferisco nello specifico ai videogiochi soltanto perché si tratta di un atteggiamento radicalmente diverso rispetto a quello che dominava l’epoca in cui Silent HIll è stato prodotto e distribuito.
Avvicinarsi a un adattamento con il timore di andare a toccare un materiale religioso fa più danni delle cavallette, ma questo non significa che comprendere quanto ogni tipo di testo sia elastico e passibile di modifiche voglia dire non prenderlo sul serio.
E infatti, il festeggiato del complehorror di oggi è forse il primo film a prendere sul serio la sua controparte.
Nonostante tutti sappiano che io ho una relazione amorosa con Paul W. Anderson, con il suo Mortal Kombat e con i suoi Resident Evil, e comunque, se potessi scegliere con chi andare a mangiare una pizza tra Gans e Anderson sceglierei il secondo tutta la vita, è innegabile che Silent Hill appartenga a un’altra categoria; segna il momento in cui si passa dall’adattamento di un videgioco come una roba un po’ scemotta da ragazzini, al trasportare su schermo questa forma d’arte ancora esoterica (per i produttori hollywoodiani, sia chiaro) con rispetto e un pizzico di devozione. Ci voleva, questo è sicuro, un capolavoro inarrivabile come Silent HIll per causare lo smottamento, ma ci voleva anche un buon film, altrimenti si sarebbe tornati tutti di corsa a Street Fighter 1994.
Gans si avvicina al videogioco come un autore, e infatti tira fuori un horror d’autore. Le critiche ricevute all’epoca provenivano tutte da chi non prendeva il film sul serio. Poi sì, c’erano i soliti quattro nerd starnazzanti, ma ai tempi facevano meno rumore rispetto a oggi, e non li si teneva in considerazione più del necessario. In altre parole, l’accoglienza tiepida ricevuta da Silent Hill nel 2006 aveva più a che fare con una scarsa comprensione, da parte della critica, del linguaggio utilizzato qui da Gans che con una presunta mancanza di fedeltà al videogioco.
Silent Hill è fedelissimo al videogioco, e qui lo so che ho fatto un’affermazione ardita, perché in effetti la sceneggiatura di Roger Avary se ne va per conto suo, prende in prestito spunti qua e là dai vari capitoli della saga (il primo è del 1999, mentre l’ultimo a uscire prima del film è The Room del 2004), ma resta una storia in gran parte originale e autonoma, per scelta precisa di Avary, mentre Gans avrebbe preferito qualcosa di più vicino al gioco del ’99. Alla fine, il risultato è una trasposizione del capostipite della serie con tante libertà prese in corso d’opera ed elementi sparsi dal Silent Hill 2 e 3. Piccola nota buffa: la prima stesura della sceneggiatura risale al 2004, ma la Davis Films di Samuel Hadida la rimanda indietro a Gans e ad Avary imponendo una modifica strutturale. Non c’erano personaggi maschili ed era una cosa inammissibile. Avary dovette quindi inserire il personaggio di Sean Bean perché altrimenti i maschietti si impressionavano troppo.
A parte il senso del ridicolo smarrito per strada (anche se era una cosa molto comune, e lo è ancora adesso), alla fine questo cambiamento dell’ultimo minuto si è rivelato interessante, perché ha costretto Gans a fare i numeri da circo per rappresentare la diversa percezione della realtà della protagonista Rose (la divina Radha Mitchell) e suo marito Christopher, dando vita a una delle sequenze migliori del film. Certo, il resto del plot dedicato a Christopher, anche se è sempre un piacere vedere Sean Bean, è del tutto irrilevante e appiccicato con lo sputo.
Ma torniamo a parlare del concetto di fedeltà: Silent HIll è fedele al videogioco perché riesce a portare la sua atmosfera su un altro media lasciandola pressoché inalterata. Non ha importanza se non tutti gli snodi della trama corrispondono a quelli del gioco se, non appena Rose oltrepassa il celeberrimo cartello stradale, noi ci ritroviamo dentro Silent Hill ed è proprio quella lì, in tutto il suo marcescente splendore. Non una sua imitazione realizzata perché i giocatori possano riconoscere insegne e strade (c’è anche quello, ma non è preponderante), non un tentativo, che di solito va a vuoto (vedasi Return to Silent Hill, per l’appunto), di incastrare le peculiarità di un mezzo espressivo dentro a un altro facendo un pastrocchio; Gans, ed è uno dei pochissimi ad aver portato a casa l’impresa con successo, ci regala una versione puramente cinematografica di Silent Hill, strizzando l’occhio al videogioco, ma senza per forza sottomettersi a esso.
Vedere Silent Hill al cinema, nel 2006, è stata un’esperienza difficile da tradurre in parole: la sensazione di essere appena entrati in uno spazio privo di regole, un posto cattivo, che farà di tutto per ucciderti, una cittadina malata, un’infezione che ti si attacca addosso e non ti lascia andare via.
Anni dopo, lo feci vedere a delle mie amiche, e mi ricordo che una delle due lasciò la stanza a metà film e non volle rientrare fino alla fine. Capisco che possa fare questo effetto: a un certo punto diventa davvero troppo da gestire, è come essere intrappolati nell’incubo di un pazzo malvagio.
Eppure, non è neanche tutta questa cattiveria a darti la mazzata vera: è la malinconia, il disfacimento, la morte che permea ogni angolo, ogni strada, ogni interno della cittadina. Luoghi vuoti, privati della presenza umana, che hanno perso il senso di esistere e, come le mura di Hill House, sono diventati insani. Sì, torniamo ancora una volta a parlare di horror liminale, quando ancora non esisteva nemmeno un termine preciso per definirlo.
Credo che ancora oggi, SIlent Hill sia il miglior film su una città infestata, e questo anche a prescindere dal suo rapporto con il videogioco, e anche a prescindere da una struttura narrativa che, in alcuni punti, fa pure un po’ acqua. Come dicevo prima, è l’atmosfera che conta, è il modo in cui Gans ti tira dentro a questo inferno, che è poi l’inferno personale di una ragazzina bruciata viva, e ha quindi dei tratti chiaramente infantili. Una bambina che non è riuscita a crescere ed è furiosa, corrosa dall’odio, ma soprattutto triste.
Più forma che sostanza, dirà qualcuno, e io sarei anche parzialmente d’accordo. Parzialmente perché questa cognizione del dolore, questa capacità di mettere in scena il capolinea dell’umanità e della pietà, la disperazione che trasuda dalle pareti, non è un fatto soltanto formale, ma sostanziale.
E tuttavia, anche qualora si trattasse di un caso di style over substance, resterebbe un film meraviglioso, che ti riempie lo sguardo e del quale non ti stanchi mai. Mi capita spesso, quando mi annoio, di andare su YouTube e di guardare qualche clip di Silent Hill, anche soltanto per apprezzare il lavoro fatto in sede di color correction per rendere in maniera chiara le tre diverse Silent HIll che vediamo nel corso del film: quella abbandonata, con la nebbia e la cenere che cade dal cielo, dove è tutto grigio, quella corrotta, tutta marroncina, e quella “reale”, dai colori caldi e vibranti.
Aggiungeteci pure un cast pazzesco, dove, oltre ai già citati protagonisti, troviamo anche Laurie Holden (uno dei personaggi più queer code della storia del cinema tutto), Alice Krige in uno dei ruoli più spaventosi della sua intera carriera, e quel volto incredibile di Deborah Kara Unger.
E poi, come ultima nota volante, ha una delle colonne sonore più belle di sempre, ma questa è una nota volante che potrebbe essere applicata a tutta la saga di videogiochi, perché quando hai per le mani quel tema, puoi fare di me ciò che vuoi.
Non dico che questo sia il mio complehorror preferito del 2026, ma insomma, ci siamo molto vicini.










