Masters of Horror 4: Jenifer

Regia – Dario Argento (2005)

È abbastanza scontato, anzi, è proprio dovuto, che se produci una serie antologica e la chiami Masters of Horror, ci devi buttare in mezzo Argento, soprattutto se fai parte della generazione di Mick Garris, e quindi tutti noi ci siamo dovuti beccare Jenifer (con una enne sola), quarto episodio della prima stagione, andato in onda su Showtime il 18 novembre del 2005, e arrivato nel giugno del 2007 su Sky Cinema Max. Piccola curiosità accessoria: da noi, gli episodi furono trasmessi in ordine diverso rispetto agli Stati Uniti, e Jenifer è, ovviamente, il primo a essere dato in pasto agli spettatori italiani, perché il Darione Nazionale è sempre il Darione Nazionale, a prescindere da tutto.
Non voglio fare a tutti i costi la parte di quella che va a fare la punta al cazzo alle poche icone rimaste in piedi in questo paese, ma Jenifer è il primo, vero anello debole della catena di montaggio Masters of Horror.
Non avevo il piacere di rivederlo da parecchi anni, forse addirittura dalla prima tv, sapevo che se ne parla in giro abbastanza bene, e che per alcuni sta addirittura sul podio dei migliori episodi di tutta la serie, ma il sentimento che ha prevalso in me, alla fine dell’oretta scarsa della sua durata, è stato lo sconcerto.

Come molti degli episodi di Masters of Horror, anche Jenifer è un adattamento, questa volta però da un fumetto: una storia breve di Bruce Jones, apparsa nel 1974 sulla rivista Creepy. Infatti l’atmosfera generale è molto da Tales from the Crypt e lo spunto è davvero interessante.
La narrativa ci ha abituati a vedere l’attrazione, o anche l’innamoramento, delle donne nei confronti di personaggi mostruosi come una cosa del tutto normale, auspicabile, anche. È invece difficilissimo che accada il contrario, e le motivazioni sono davvero troppo ovvie perché debba spiegarvele io.
Jenifer racconta proprio di un uomo, un poliziotto (Steven Weber, anche autore della sceneggiatura), la cui ossessione nei confronti di una donna dalle fattezze repellenti lo porta alla rovina.
Frank si imbatte in Jenifer (Carrie Anne Fleming) perché qualcuno sta cercando di ucciderla. Lui la salva, spara al suo aggressore e se la porta addirittura a casa, insieme alla sua famiglia.
Jenifer ha il corpo (ma tu guarda) di una perfezione statuaria, ma la sua faccia è terribilmente sfigurata. Ciò non impedisce a Frank di provare nei suoi confronti un’attrazione irresistibile e, quando Jenifer comincia a rivelarsi un mostro non soltanto nel suo aspetto, ma anche nel suo comportamento (uccide il gatto, si mangia una bambina), Frank fugge con lei perché è incapace di mettere fine a questo rapporto.

Sulla carta è davvero materiale esplosivo, e come tutti i materiali esplosivi, avrebbe bisogno di essere maneggiato con una certa cura e con un briciolo di consapevolezza.
Mi domando se fosse proprio la storia adatta da dare ad Argento, se non l’avrebbe gestita meglio qualcun altro, anche lo stesso Hooper, per esempio, perché l’impressione è che il Darione Nazionale non abbia la più pallida idea di quello che sta facendo.
Se il concetto di fondo è la fascinazione per il mostruoso, declinata in psicosi sessuale, lo spunto si smarrisce quando diventa chiaro, dopo una manciata di minuti, che Frank è attratto da Jenifer non perché è mostruosa, ma nonostante lo sia. Ciò che viene sottolineato in continuazione è la bellezza del suo corpo, e quando sia sfigata, poverina, a dover portarci sopra una faccia simile. Non lo dico io, lo dicono i dialoghi, e lo ribadiscono in diverse circostanze, tanto perché non ci sfugga il nocciolo della questione.
La macchina da presa indugia costantemente sulle forme di Jenifer, che se ne sta mezza nuda per gran parte del film, e Frank se la immagina spesso con un volto “normale”, perché è, di fatto, vittima dell’incantesimo di una sirena terrestre.

Non si tratta quindi più di fascinazione per il mostruoso,  ma della mancata percezione di esso. Un bel salto.
Che mi starebbe pure bene, per carità, se almeno il film provasse a raccontarmi in maniera completamente sfrenata questa ossessione e questo desiderio che Frank non riesce a reprimere, che lo porta a nascondere cadaveri, perdere lavoro e affetti, cambiare città e vivere dentro a una catapecchia come un vagabondo, pur di tenersi accanto Jenifer.
A parte un paio di sequenze soft core, che poi sono una presenza fissa nella serie, una richiesta produttiva vera e propria, Jenifer non ha nulla che sia anche solo vagamente erotico, a meno che non si confonda l’erotismo col pecoreccio, e allora ci siamo.
È gore, e gli effetti speciali dei soliti Nicotero e Berger sono ottimi, considerando budget e limiti del piccolo schermo, ma non è mai davvero morboso, non è mai davvero perverso o oscuro. In estrema sintesi, non è mai gotico. È un festino splatter di corpi squartati e viscere prese a morsi, a cui fa sempre piacere assistere, ma che si trova un po’ in ogni puntata di Masters of Horror; è come se Argento volesse fuggire dalla natura stessa della storia che stava raccontando, forse perché la sente poco sua, forse perché la grammatica che di solito lui usa, in questo contesto particolare è poco efficace. E allora sta lì che tenta alla disperata di incastrare nelle sue corde una cosa che non può esserlo.

Poi, non voglio certo negarlo, all’epoca Argento aveva ancora una relazione intensa con la macchina da presa, e qualche scena di grande impatto riusciva a metterla insieme con disinvoltura: l’incipit con i due poliziotti che pranzano in macchina ripreso dall’alto è una piccola perla, come del resto il ritrovamento della prima vittima umana di Jenifer, nel sottoscala. Sono momenti in cui ci si risveglia dall’abbiocco e si scorge il talento che fu, ma sono pochi e annegano nella confusione di una vicenda impostata male sin dalle primissime battute.
Abbandonato senza neanche voltarsi indietro il discorso sulla repulsione come innesco del desiderio sessuale, rimane soltanto l’ennesima donna famelica, insaziabile da ogni punto di vista, e castratrice. Solo che questa volta non è una femme fatale, ma ha il volto sfigurato e sbava, mentre gli uomini cadono uno dietro l’altro vittime della sua malia, poveri cuccioli indifesi. Ammazza che audacia, signora mia.
Rimane comunque un’interessante testimonianza della misoginia di Argento, che qui diventa finalmente esplicita e ci possiamo tutti mettere l’anima in pace, perché più chiaro di così, neanche Tenebre.
Il trucco prostetico di Jenifer però è molto bello, almeno questo lo salviamo. Enorme trigger warning per la terribile fine del gattone rosso, che si sa sin da quando entra in campo la prima volta che è lì per morire, ma non me ne farò mai una ragione.

È curioso che il punto più basso (fino a ora) di Masters of Horror abbia una cosa in comune con uno dei punti più alti, ovvero Imprint: Jenifer ha infatti rischiato di non essere mai messo in onda. Poi Imprint non lo hanno cancellato davvero, ed è arrivato soltanto in DVD, mentre Jenifer i suoi passaggi televisivi li ha fatti, anche se con qualche taglio. Le cesoie della censura sono intervenute in due scene in particolare: la prima è quella della scopata in macchina, durante la quale si andava un po’ troppo nei dettagli del sesso orale, ed era troppo disdicevole; dell’altra mi dispiace un po’, perché si vedeva Jenifer sgranocchiare le parti intime di una delle sue vittime. Chissà che gran lavoro di Nicotero.
Alla fine, a me Jenifer sta simpatica, devo ammetterlo. Sono con te, ragazza mia. Continua a fare quello che fai, sei bravissima.

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