Mother of Flies

Regia – John Adams, Zelda Adams, Toby Poser (2025)

L’annata horror in sala è partita alla grande con Il Tempio delle Ossa, e ora dobbiamo cominciare a vedere come butta il 2026 indipendente. Ad aiutarci arriva la famiglia reale dell’horror a basso budget, ovvero gli Adams, che scaricano su Shudder la loro ultima fatica, esattamente un anno dopo quel giochino un po’ scemo, ma molto divertente, di Hell Hole.
Con Mother of Flies, gli Adams tornano innanzitutto a lavorare con Zelda e, di conseguenza, a riprendere il discorso lasciato in sospeso da Where the Devil Roams, del 2023. Mother of Flies va a comporre l’ultimo pezzo di una trilogia, chiamiamola così, spirituale, iniziata con Hellbender nel 2021. I tre film non sono connessi tra loro a livello di storia e personaggi, ma hanno tanti elementi in comune, e si potrebbe persino arrivare a definirli, presi nel loro insieme, un unico percorso di coming of age di Zelda, che in Hellbender imparava a vivere, in Where the Devil Roams imparava ad accettare la mortalità dei suoi genitori e, infine, in Mother of Flies la propria.
È un lavoro molto personale e molto sentito, Mother of Flies, per motivi legati ai trascorsi di John e Toby, ma anche perché, quando si fanno i film in famiglia, ricoprendo tutti i ruoli artistici e tecnici, è impossibile non andare sul personale.

La protagonista di Mother of Flies è la giovane Mickey (Zelda Adams), studentessa universitaria ammalata di cancro, alla quale i medici hanno dato ben poche speranze di sopravvivenza; insieme al padre (John Adams) si reca nei boschi per incontrare Solveig (Toby Poser), una strega che le ha promesso di poterla curare. Mickey dovrà rimanere nella catapecchia di Solveig tre giorni e sottoporsi a tutta una serie di rituali. Il padre è molto scettico e, per tutto il film, mantiene un atteggiamento di sfida nei confronti di Solveig, quando non di aperto scherno. Mickey, al contrario, un po’ per disperazione, un po’ per fede, è convinta che se ne andrà dai boschi in forma smagliante.
La trama del film è tutta qui: tre persone, molto diverse tra loro, costrette a coabitare per tre giorni lo stesso spazio, con padre e figlia consapevoli di quanto questa sia l’ultima spiaggia, e Solveig che accetta serenamente i continui rimbrotti del padre, ferma nelle proprie convinzioni e, forse, con degli obiettivi non del tutto puliti.

Cominciamo col dire che gli Adams migliorano a ogni film, e stanno anche sviluppando un linguaggio che ormai è altamente riconoscibile e appartiene soltanto al loro modo di fare cinema. Un cinema povero, quasi amatoriale e casalingo nel senso più letterale possibile, ma con un’estetica precisa e molto studiata.
Si tratta quasi sempre di folk horror, con protagoniste creature che vivono in mezzo agli esseri umani senza appartenere nel tutto alla nostra specie, esseri antichi e potenti con un legame forte e profondo con il territorio, e portatori di un tipo di conoscenza le cui diramazioni non vengono mai del tutto spiegate o illustrate nei vari film.
Lo stile, da rozzo e ruvido nei primi esperimenti come The Deeper You Dig e, in parte, Hellbender, si fa sempre più ricercato e contemplativo.
Se Hellbender stupiva per la sua vitalità, sconfinante spesso nella ferocia, Mother of Flies è un film quieto, silenzioso e, sembra una battuta di cattivo gusto, funereo.

Se quindi avete apprezzato molto Hellbender perché ritmato, a suo modo molto divertente e fresco, forse Mother of Flies potrebbe lasciarvi un po’ spiazzati. Messo però, come dicevamo prima, a chiudere questa trilogia dopo Where the Devil Roams, possiede una sua coerenza ferrea, perché rispecchia il processo di crescita di Zelda, ed è un fatto che diventando adulti ci si incupisce, si è obbligati a venire a patti con l’ineluttabilità della nostra morte e a gestire un carico di dolore che, in un’opera (mi si passi il termine) “adolescenziale” come Hellbender era ancora assente, lontano, al di là da venire.
Parliamo però sempre e comunque di cinema di genere, di horror soprannaturale, per essere precisi, e questo è un dettaglio che non bisogna mai dimenticare, perché è la natura più profonda e identitaria del cinema degli Adams, una famiglia appassionata di horror che ama fare film dell’orrore insieme. Lo sottolineo perché in questo modo cambia il punto di vista sulla mortalità, sulla malattia, sul nostro essere fatti di carne che si deteriora.
Solveig, la strega interpretata in maniera magnifica da Toby Poser, guarda agli affanni e alle preoccupazioni dei suoi due ospiti in maniera diversa da come li guarderebbe una persona normale.

Solveig conosce la morte e la vita a un livello che padre e figlia possono soltanto sfiorare, e in generale, il suo rapporto con la realtà si situa su un piano che non è il nostro; così, anche voler dare per forza una valenza benevola o malevola alle sue intenzioni diventa un esercizio sterile, come lo sarebbe l’attribuzione di un codice morale a un uragano o a un serpente.
Quando il padre chiede a Mickey quanto costeranno le miracolose cure della strega, la ragazza risponde che sono gratuite, e il padre, poco convinto, le fa notare che non esiste niente che sia gratis. Ha ragione, e in effetti MIckey pagherà un prezzo per i tre giorni passati nei boschi con Solveig, ma non nel senso inteso da suo papà: si tratta sempre di bilanciamento, di non compromettere il delicato equilibrio della natura, e per quanto possa apparire crudele, e sia anche molto doloroso, è giusto, almeno nella prospettiva di Solveig.
Mother of Flies (o Mother of Lies?) non è un film facilissimo da guardare, in parte per la materia di cui tratta, in parte perché gli Adams, forti della loro essere indipendenti e di non dover dare conto a nessuno, non scendono mai a compromessi, e se vogliono essere ostici o respingenti, non se ne preoccupano.
Dura poco, sta poco sopra ai 90 minuti (titoli di coda compresi), ed è prosciugato da tutto ciò che la famiglia di registi considera non necessario. Mi verrebbe da definirlo un film nudo, proprio perché è così essenziale e privo di orpelli, ma anche perché ci mostra tre persone spogliate dalla loro apparenza civile, persone di cui rimane soltanto il nucleo più profondo.

Non so se sia il miglior film degli Adams, dovrei rivederli tutti per dare un giudizio; di certo è quello più maturo, più compiuto, privato di quasi ogni altra presenza che non sia quella del terzetto più cinematografaro della famiglia. Vero che ogni tanto spunta la figlia maggiore in un piccolo ruolo, ma ormai è evidente che la giovane Adams col pallino della macchina da presa è Zelda, qui alla sua prova d’attrice più complessa e sfaccettata, e con un carico emotivo importante.
Resta il fatto che, all’interno di un panorama horror che ormai si muove tra budget medi e alti, ha conquistato le sale ed è arrivato ad attirare l’attenzione dei grandi premi e dei riflettori scintillanti (16 nomination a Sinners sono una cosa epocale), è comunque rincuorante che ci siano ancora personaggi come gli Adams. Non arriveranno al vasto pubblico generalista, resteranno sempre all’interno di una nicchia molto specifica e molto ristretta, ma sono tutti nostri, e arrivati a questo punto, ci sentiamo anche noi parte della loro famiglia.
Che restino così in eterno.

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