
Regia – Nia DaCosta (2026)
Devo essere sincera: dopo il trattamento Marvel, davo per spacciata la povera DaCosta, e invece eccola qui, agganciata a un progetto interessantissimo, senza contare il suo Hedda (che dovete vedere tutti: lo trovate su Prime, ma non è pertinente con il blog), e con altri due film in cantiere. Insomma, non è soltanto Chloé Zhao a essere uscita viva dalla casa del ratto, e noi celebriamo queste vittorie meglio che possiamo.
Nia DaCosta, di solito, è una che i film se li scrive e se li dirige. Ha scritto anche The Marvels (per quanto si possa parlare di processo di scrittura in quella fogna) o almeno, è accreditata come sceneggiatrice. Qui si inserisce in una saga che ormai dura da più di vent’anni, saldamente in mano ai suoi creatori, e si mette dietro la macchina da presa nella sua fase più complicata, ovvero il secondo film di un’annunciata trilogia. Lo abbiamo fatto un sacco di volte questo discorso, quindi lo sintetizzo al massimo: il film destinato a fare da ponte tra l’inizio e la fine è un passaggio delicato, in particolare quando non ne hai il controllo assoluto.
Da un punto di vista strettamente estetico, l’unica cosa che posso dire è che Nia DaCosta ha diretto con il fuoco al culo e il sangue agli occhi: Il Tempio delle Ossa è uno spettacolo di pura ferocia cinematografica, che abbandona i toni riflessivi del film precedente (e anche i vezzi da fighetto di Boyle) e si lancia in cento minuti di follia, sangue e urla. Quanto sei brava, Nia.
Da un punto di vista tonale, Il Tempio delle Ossa procede in scia con il finale di 28 Anni Dopo. Sì, proprio quella manciata di minuti così bizzarra e, all’apparenza fuori posto che tanto aveva fatto discutere l’anno scorso. Il viaggio iniziatico del giovane Spike (Alfie Williams) prosegue dopo aver incontrato il gruppo di buffi personaggi con la parrucca bionda, guidati da Lord Jimmy Crystal (Jack O’Connell). Trattasi di una piccola congrega di satanisti, convinti che l’epidemia che ha distrutto la Gran Bretagna sia dovuta all’intervento del demonio sulla terra. Il vecchio caprone, lo chiama Jimmy, affermando di essere suo figlio. Spike viene incluso nella mini setta, suo malgrado, e segue Jimmy e le sue “dita”, attraverso il paesaggio rurale punteggiato da comunità isolate.
Contemporaneamente, assistiamo ai tentativi del dottor Kelson (Ralph Fiennes) di instaurare una relazione umana con l’infetto alpha Samson, già visto nel primo capitolo.
Il Tempio delle Ossa è quasi un film a episodi: racconta due storie che si svolgono in parallelo e che sono destinate a entrare in conflitto, perché racconta di due visioni del mondo che non possono coesistere.
Da un lato c’è Jimmy con il suo fanatismo oscurantista forgiato nella violenza, dall’altro Kelson, con la sua pietas squisitamente razionale e di stampo umanista.
Spike, in questo secondo film, perde un po’ la centralità che aveva in 28 Anni Dopo, è un testimone attonito e silenzioso delle efferatezze compiute da Jimmy e dai suoi, in parte loro prigioniero, in parte futuro compagno da tenere sotto costante scrutinio. È un personaggio sul crinale, ancora fresco della lezione che Kelson gli ha impartito nel film precedente, ma inserito in un contesto in cui le parole del medico rischiano di perdere di senso.
Perennemente frastornato, Spike finisce in un incubo in cui individui grotteschi commettono una serie di atrocità difficili da sopportare, ma con una leggerezza ridanciana che fa da contrasto al sangue, al dolore, agli smembramenti e a tutto ciò che di orribile può subire il corpo di un altro essere umano. Messa in scena così, la violenza risulta ancora più efficace e repulsiva, soprattutto quando, a fare da contrappunto in montaggio alternato, c’è il profondo rispetto per i corpi dimostrato da Kelson.
Credo sia su questa dicotomia che si giochi tutta la potenza di un film come Il Tempio delle Ossa: la gravità con cui Kelson prosegue nel suo percorso di accudimento e recupero, e l’osceno divertimento con cui Lord Jimmy porta avanti il suo sistema irrazionale e disumano.
Insomma, il classico dualismo tra fede da un lato e scienza dall’altro. Con la seconda che rappresenta un flebile barlume di speranza, prima che il mondo sprofondi nelle tenebre.
Ora voi mi direte che ho rotto il cazzo, ed è assolutamente plausibile, perché tra un po’ me lo rompo da sola a mettere sempre in mezzo Romero. Ma come si fa a non metterlo in mezzo, quando Il Tempio delle Ossa riprende, uno per uno, tutti i temi di Day of the Dead (a partire da Bub) e li sviluppa adeguandoli alla sensibilità contemporanea?
Certo, c’è anche il filtro rappresentato dalla visione sempre più lucida e sempre più coerente di Garland, che va anche messa a fuoco nel contesto squisitamente britannico del film, per cui, al posto di un bunker sotterraneo, abbiamo la campagna inglese, e al posto dei militari, dei cattivi che sembrano usciti dritti da Blood on Satan’s Claw, ma passando attraverso i Teletubbies (e il pedofilo inglese più famoso di sempre).
Sono distinzioni sacrosante, perché Il Tempio delle Ossa ha una sua identità specifica, delle caratteristiche che appartengono solo a lui, ha la mente di uno scrittore che sta forgiando l’immaginario distopico contemporaneo, la visione di una regista che rivendica la proprio autonomia creativa. Però Romero non è passato per caso nella storia del cinema e ha lasciato un segno così profondo che, in un modo o nell’altro, sempre a lui siamo costretti a tornare, quando parliamo di zombie.
Non è soltanto la presenza di Samson e la sua evoluzione a rimandare al cinema di Romero, è un umanesimo profondamente laico che resiste nonostante tutto, ed è in questa resistenza che si trova la spinta per non cedere all’orrore, non farsi inghiottire da esso, non diventarne parte.
“Ci siamo solo noi”, dice a un certo punto Kelson, riferendosi alla presunta esistenza di un’entità superiore. Non c’è nessun altro, ci siamo solo noi. Un’affermazione spaventosa, non tanto per la solitudine che implica, quanto per la responsabilità che ci getta sulle spalle. Se ci siamo solo noi, se non c’è una mano invisibile a guidare il nostro destino, sono le nostre scelte a determinarlo. Non c’è quindi un ordine, anche perverso come quello di Lord Jimmy, e il discernimento tra bene e male è una faccenda che dobbiamo sbrigarci da soli.
L’acquisizione di questa responsabilità ci rende umani. La responsabilità di essere umani è la resistenza all’orrore.
Se il primo film metteva Spike di fronte alla cognizione della mortalità, di se stesso e degli altri, alla fallibilità dei suoi genitori, e lo spediva verso l’età adulta, questo lo mette di fronte alla scelta se resistere o no, se seguire Kelson o farsi trascinare nella spirale distruttiva di Lord Jimmy.
Come gli eventi de Il Tempio delle Ossa avranno influito su di lui, lo vedremo nel terzo e ultimo film, che speriamo la Sony produca il prima possibile, altrimenti pianto un casino che non finisce più.
Il Tempio delle Ossa è uscito da una manciata di giorni, ma già si sta cominciando a discutere di un parziale tonfo al box office. Forse distribuirlo a gennaio non è stata la migliore delle idee, forse un arrivo nelle sale a giugno, come il suo predecessore, poteva essere una strategia più congrua.
Oppure è un film troppo “sperimentale” per il pubblico a cui è rivolto, e allora qualsiasi mese va bene, tanto si va a infrangere contro un muro.
Voi, per cortesia, andate a vederlo se potete, perché si merita tutto il nostro amore.
E, per i metallari in ascolto, abbiamo già la scena poetic cinema del 2026, impossibile da eguagliare.












Hai scritto come meravigliose… Come faccio a non recuperare questo e anche il precedente? All’epoca non ero nel mood, ma adesso…🙂
Ma grazie! Intanto il primo sta su prime, comodo comodo
Purtroppo, per il momento, “soffro” di una mobilità assai limitata e i film in sala sono fra le prime cose ad andarci di mezzo (a maggior ragione avrei preferito giugno, come uscita), ma spero comunque di riuscire a recuperarlo… E comunque a Romero ci avevo pensato pure io, com’ è giusto che sia 😉
Rimettiti presto, mi raccomando!
visto ieri al cinema e ci sto pensando continuamente. A mente ancora calda posso dire che mi è piaciuto ancora di più del precedente e che chi non va a vederlo ha grossi problemi (un po’ come per furiosa qualche tempo fa). Credo che la differenza tra gli zombi di day of the dead e il rapporto kelson-sanson sia nei dettagli ma altresì importanti dettagli: i primi hanno un risveglio marxista, il secondo ha un rapporto maieutico e socratico. Almeno, in due righe, penso sia qui la differenza sostanziale, anche se in entrambi i casi abbiamo un risveglio dallo stato di incoscienza e non conoscenza di se.
Hai ragione, anche perché Bub non viene riportato a uno stadio semicosciente con intenti benevoli, quindi il suo risveglio è autonomo. Samson, invece, ha una relazione diversa con il suo creatore. Infatti Kelson non mi ricorda il dottore di Day of the Dead, ma Sarah