Best Wishes to All

Regia – Yûta Shimotsu (2023)

Questa settimana siamo partiti dall’India, abbiamo fatto una capatina in Messico e adesso ce ne andiamo in Giappone, perché il cinema horror ci fa girare intorno al mondo pure se stiamo con le pezze al culo, e noi gliene saremo sempre grati.
Su Letterboxd, ogni anno, si fa la Japanuary Challenge: consiste nel vedere, lungo tutto il mese di gennaio, almeno dieci film giapponesi. Nel 2025 l’ho portata a termine con successo, quindi ho deciso di riprovarci anche nel 2026, cominciando con un horror prodotto nel 2023, ma arrivato sul mercato occidentale soltanto l’anno scorso.
Ora ve lo ritrovate comodo sul canale della Midnight Factory, quindi non bisogna neppure fare le consuete acrobazie per reperirlo. Trattasi dell’esordio di un giovane regista, nonché l’espansione di un suo cortometraggio, omonimo, uscito nel 2022.
È una consuetudine molto diffusa quella di realizzare un corto avendo già in mente di trarne un lungo. Anzi, molto spesso i corti servono per dare un assaggio di quello che si vorrebbe fare, avendo a disposizione mezzi e tempi adeguati. È anche vero che, spesso, i cortometraggi che vengono gonfiati, risentono un po’ di questo passaggio, soprattutto quando si tratta di micro-storie fortemente allegoriche, come appunto Best Wishes to all. 

La storia è quella di una studentessa di infermieristica (Kotone Furukawa, vista di recente proprio in Cloud di Kurosawa) che approfitta di un periodo di vacanza per andare a passare qualche giorno dai nonni in campagna. Una volta lì, si accorge che i due simpatici vecchietti hanno dei comportamenti un po’ fuori del normale; attribuisce la cosa a un principio di demenza senile e comunica la sua preoccupazione ai genitori. Poi si accorge che la verità è un’altra ed è molto più orribile.
Era dai tempi di The Visit che andare a trovare i nonni non era un’esperienza così da incubo e, in effetti, Best Wishes to all ha delle cose in comune non con The Visit in particolare, ma con la filmografia del nostro Shyamalan in generale, e con quella di Kurosawa (Kiyoshi, non Akira), per una questione di ritmo, principalmente, dilatato, quasi letargico, e per un’atmosfera rarefatta che svela l’orrore poco poco, mettendone in luce il lato esistenziale; detta nel modo più brutale possibile, Best Wishes to all è un film lento come il treno regionale che prendo tutte le mattine per andare al lavoro dall’altra parte di Roma, che fa tutte le fermate e spesso si ferma per ore nella stessa stazione. Solo che tu sei legato ai binari e puoi solo aspettare che i vagoni ti passino sopra uno dopo l’altro. Più o meno, l’impressione che mi ha lasciato è questa: mi ha investito un treno, ma ci ha messo un sacco di tempo per farlo.

Bisogna quindi affrontarlo con la giusta disposizione d’animo, sapendo che si tratta di un film fatto quasi tutto di silenzi e di camminate in mezzo alle risaie, un dramma con al centro un mistero che si comincia a svelare a minutaggio già molto avanzato e che, potete lamentarvi e maledire il regista quanto volete, non vi sarà mai spiegato nei minimi dettagli, ma resterà sempre sul vago, perché non è il nodo centrale del film, rappresentato invece dalla reazione della protagonista alla sua scoperta. 
In Best Wish to all, la piccola porzione di società che vediamo nelle campagne dove abitano i nonni possiede una struttura di regole molto precisa e rigida, nota a tutti e da tutti data scontata, tranne che dalla povera ragazza, giunta lì ingenua e inconsapevole, e costretta a farsi un doloroso bagno di realtà. 
Lo scontro generazionale che ne scaturisce è tra i più interessanti io abbia visto in un film negli ultimi anni, per come viene rappresentata l’assoluta noncuranza degli adulti e dei vecchi e la rabbia sterile della giovane donna, posta di fronte al dilemma morale peggiore della sua intera vita. 
Sì, perché Best Wishes to all è, riducendolo ai minimi termini, una vicenda di scelte etiche impossibili che portano dritte al naufragio. 

Se ci soffermiamo a chiederci da cosa derivi veramente il nostro benessere, la nostra felicità, rischiamo di rimanere paralizzati. La dissonanza cognitiva ci salva la sanità mentale. La protagonista di Best Wishes to all perde il lusso di questa dissonanza quando comprende che la sua condizione di giovane donna benestante, virtuosa, corretta, votata al bene, che aiuta le vecchiette ad attraversare la strada e ha scelto di diventare infermiera per salvare le persone, esiste solo in virtù della sofferenza di qualcun altro. Che, sempre se si ha voglia di impazzire, è una banalità in questo scorcio di XXI secolo; facciamo solo finta che non lo sia, sempre perché in un modo o nell’altro, tocca continuare a campare.
Per quanto possiamo essere animati dalle migliori intenzioni, alla fine dobbiamo accettare questo compromesso atroce, e arrivare a capire che costituisce le fondamenta di quella che chiamiamo felicità. Almeno, questa è la tesi del film, terribilmente pessimista, cupa e nera come una notte senza stelle. 
Non offre vie d’uscita Best Wishes to all, non puoi rompere il sistema, non puoi spezzare la catena, non puoi fermare la macchina. O, meglio, alla fine scegli sempre di non farlo, mandando alle ortiche la tua umanità. In questo è curiosamente simile a un altro film che ho visto da pochi giorni, superiore a Best Wishes to All, ma stupirebbe il contrario, dato che si tratta dell’opera di un grandissimo maestro. Parlo di No Other Choice.

Starebbero benissimo in una double feature, a patto che abbiate una gran voglia di morire, ovvio.
Poi, Park Chan-wook è una vecchia volpe e di questa enorme tragedia ne fa quasi una commedia; Shimotsu è un giovane esordiente ed è incazzato col mondo intero, non è rassegnato a sardonico come il suo collega coreano, prende tutto maledettamente sul serio e giunge a delle conclusioni che non ci consolano affatto sulla sporcizia intrinseca nella nostra natura. 
Possiede un talento enorme, anche se un filo grezzo, e sono convinta che farà dei film molto importanti nel corso della sua carriera. Forse a Best Wishes to all avrebbe giovato qualche taglietto qua e là, non tanto, una decina di minuti in meno, perché ci si può perdere per strada qualcuno, e non so bene cosa mi abbia lasciato questa visione così sconfortante del mondo. Magari pure io preferisco rifugiarmi nella mia beata (finta) inconsapevolezza e simulare un’ingenuità che non possiedo. Sta di fatto che lo smarrimento, e poi l’ira impotente della protagonista mi hanno colpita nel profondo, e spero che colpiscano anche voi, perché Best Wishes to all, con tutte le avvertenze del caso, si merita di essere visto e celebrato come il grande debutto che è.

In Giappone, Shimotsu è già uscito con il suo secondo film, New Group, che mi pare vada in una direzione ancora più apertamente distopica di Best Wishes to all. Chi lo ha visto ai festival ne parla molto bene e io non vedo l’ora di metterci sopra le mani, magari per la Japanuary Challenge del 2026.
Se non vi spaventa un incidere molto lento, se vi accontentate di un’atmosfera sinistra e non pretendente che vi si spieghi ogni cosa per filo e per segno, se avete un debole per le allegorie del capitalismo in fase avanzata, io Best Wishes to all ve lo consiglio di cuore. Potete anche recuperare prima il corto, se vi va. 
Ma avvicinatevi al film come fareste con un rettile velenoso: morde.

3 commenti

  1. Avatar di Andrea Lipparini
    Andrea Lipparini · · Rispondi

    Una bellissima analisi di un film che mi ha letteralmente sconvolto, un’ opera potente e malsana che colpisce duro veramente.

  2. Avatar di Giuseppe
    Giuseppe · · Rispondi

    Da cultore di J-Horror ti dico che me l’hai venduto, decisamente. Adesso voglio provare a venderti qualcosa anch’io, sempre che tu questo nipponico adattamento lovecraftiano non lo conosca già… 😉 https://youtu.be/38fTinumkk0?si=Lbl0du9G3UxXODwt

  3. Avatar di Stefano

    Ciao , ti segnalo un film a tema gita dai nonni poco allegra di Charlie Kaufman: “sto pensando di finirla qui ” del 2020 😉

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