Predator: Killer of Killers

Regia – Dan Trachtenberg, Joshua Wassung (2025)

Vado a memoria, perché di mettermi a sfogliare quattordici anni di blog non ho molta voglia, ma mi sembra sia la prima volta in assoluto in cui qui si parla di un film d’animazione. E se mi avessero detto, soltanto quattro o cinque anni fa, che il miglior film nato della saga di Predator (escluso il primo, ovviamente) sarebbe stato un cartone animato uscito diretto in streaming su Hulu (da noi Disney Plus), mi sarei rotolata per terra dalle risate e sarei passata oltre. Invece il cinema è bello perché continua a sorprenderti, e questa è una lezione che non mi stanco mai di imparare.
Io di animazione non capisco niente. A parte il mio gusto estetico, personale e del tutto arbitrario, non so riconoscere se un film è davvero animato bene. È un linguaggio al quale non sono allenata e del quale non riesco mai a cogliere le sottigliezze, quindi non posso esprimermi sul versante tecnico, se non dire che a me il film è parso incantevole da un punto di vista estetico.
Però conosco bene Predator e non sono neppure una detrattrice dei film successivi al primo, a parte quello del 2018 che è un insulto all’intelligenza umana e aliena. Persino Predators del 2010, che ho rivisto da poco, mi ha divertito; è che a me il crostaceo coi rasta proprio non riesce a starmi antipatico, qualsiasi sia la forma in cui mi viene presentato.

Che Trachtenberg avesse capito perfettamente come affrontare una ristrutturazione della saga, era chiaro da qualche anno, ovvero dall’ottimo Prey, arrivato anche lui su Hulu nel 2022: al netto delle noiose lamentale di qualche appassionato dei maschi nerboruti (oddio, ci sono le femmine qui!), Prey ha riscosso consensi pressoché unanimi di pubblico e critica, tanto che la Fox ha affidato le chiavi del regno al regista, pronto a uscire a novembre, questa volta in sala, con Predator: Badlands. Considerate Killer of KIller un succulento antipasto alla portata principale che vi aspetta al cinema, anche se considerarlo antipasto forse è un po’ riduttivo. La parola chiave qui è succulento.
Per quanto non sia di certo economica, l’animazione permette di mettere in scena cose che, in un film girato dal vero, non sarebbero possibili, o lo sarebbero a dei costi insostenibili.
Killer of KIllers sembra il risultato di una serata tra amici nell’estate del 1987: cinque o sei ragazzini che tornano a casa dal cinema e si mettono a disquisire su chi uscirebbe vincitore in un’eventuale sfida tra un samurai e un predator, tra una vichinga e un predator; poi arriva il più scemo del gruppo e fa: “e se il predator avesse un caccia da combattimento e si mettesse a inseguire dei piloti della seconda guerra mondiale?”

Non che tutto questo non si possa fare in live action, per carità. Ma richiederebbe un budget astronomico: una sola delle situazioni prospettate costerebbe quanto un film della Marvel, e la saga di Predator non possiede i numeri per attrarre in sala il pubblico della Marvel. 
Se però queste fantasie da dodicenni impressionati dalla visione di Predator si traducono in un film antologico d’animazione, ecco che concretizzarle diventa più facile, ed ecco Killer of KIllers. In tutto il suo splendore. Un pezzo di cinema d’animazione pulp, violentissimo ed esaltante, nato dalle fantasie di un preadolescente probabilmente sbronzo e giunto a noi comodamente sugli schermi delle nostre case. 
Quando mi riferisco alle fantasie di un ragazzino sbronzo, non lo dico in senso denigratorio, affatto: gran parte del cinema fantastico che ci ha accompagnati lungo l’intero arco della nostra vita nasce da questo genere di fantasie. Si tratta spesso di spunti puerili, ingenui, a volte addirittura sciocchi. Poi tutto dipende dal modo in cui li si mette in pratica. 
Per come il personaggio dell’alieno con treccine è stato sviluppato nel corso degli anni, si presta magnificamente a un’operazione del genere: un guerriero alla perenne ricerca di avversari alla sua altezza, dotato anche di un codice morale, discutibile quanto volete, ma pur sempre un codice. 

Abbiamo così tre vicende separate e destinate poi a unirsi nell’epilogo del film: la prima è quella di una guerriera vichinga, Ursa, alla ricerca di vendetta per la morte del padre; la seconda è quella di due fratelli samurai separati da circostanze avverse; la terza è quella di un giovane pilota che deve dimostrare il proprio valore in una battaglia nei cieli della Francia occupata. Tre epoche, tre modi di combattere diversi, tre personaggi con nulla in comune se non l’abilità di uccidere e, di conseguenza, la sfiga di essere scelti dai predator per la loro caccia interstellare.
Il film è un tripudio di azione attraverso i secoli, con i predator che si adeguano alle tecniche di combattimento del momento storico in cui si trovano. Fatto salvo che barano, data la loro evidente superiorità tecnologica.
Nonostante questo, prendono gli schiaffi perché, come ci insegna McTiernan dal 1987, non è che con forza bruta e con i muscoli che possiamo sperare di sconfiggere queste perfette macchine da guerra: è con l’astuzia, caratteristica connaturata alla nostra specie, e della quale i predator tendono a difettare.
Astuzia e collaborazione, aggiunge 28 anni dopo Tatchenberg.
I predator sono infatti una razza di individualisti sfrenati: combattono da soli, muoiono da soli, conquistano gloria o ignominia da soli.
La differenza principale tra noi e loro è la nostra capacità di appianare le divergenze, di superare le barriere linguistiche e le distanti scale di valori per unirci contro il nemico comune.
Infine, di capire l’assurdità insita nella stessa idea del combattere. Non è un bruttissimo messaggio, per un film d’animazione a base di mazzate. 

Se per caso non doveste apprezzare il cinema d’azione, forse potreste annoiarvi un po’, guardando Killer of KIllers: i dialoghi sono ridotti al minimo indispensabile, il secondo dei tre episodi, quello giapponese, è praticamente muto, nel terzo si chiacchiera un po’ di più, ma nulla di rilevante. A parlare sono i gesti, la meccanica della lotta brutale per la propria sopravvivenza. Se forse i primi due sono più tradizionali in tal senso (i combattimenti sono tutti corpo a corpo), il terzo si distacca in parte perché si svolge in cielo. E qui, la fantasia della me dodicenne va in estasi, perché una battaglia aerea tra caccia della seconda guerra mondiale e un’astronave dei predator è la cosa più bella del 2025. 
Tuttavia, la mancanza di pause di riflessione e la totale assenza di tempi morti non deve farvi pensare che si tratti di un’opera vuota e senza alcun gancio emotivo: i tre personaggi che Killer of KIllers ci presenta sono molto ben scritti, hanno le loro motivazioni, un certo spessore, delle caratteristiche che li rendono unici e non c’è un solo istante in cui non si stia in pena per la loro sorte. 
Killer of KIllers è un fulgido esempio di horror d’azione che poggia il racconto tutto sulle spalle del movimento e del dinamismo. Ma appunto, il racconto c’è, è solo portato avanti a suon di decapitazioni. 

Per quanto riguarda invece la lore di Predator, Killer of Killers aggiunge tanti dettagli molto interessanti e la espande ulteriormente rispetto a quando già era stato fatto con Prey. A differenza di altre saghe cinematografiche, quella di Predator non ha un vero e proprio canone ed è sempre andata avanti un po’ alla come capitava: si tratta di costruire una mitologia a partire da pochissimi dati a disposizione, quindi c’è tanto spazio per improvvisare e per lasciare a briglia sciolta l’immaginazione.
Credo che quello che abbiamo visto qui ci tornerà molto utile in futuro, già a partire da Badlands e per ampliare ancora di più il raggio d’azione degli alieni nei progetti ancora da venire.
Devo ammettere che il passaggio in casa Disney ha fatto bene a Predator (ma ha fatto bene anche ad Alien, in realtà) e che, a partire da ora, mi aspetto grandissime cose. 
Correte a vederlo. 

2 commenti

  1. Avatar di @bluebabbler
    @bluebabbler · ·

    Visto, bello. Dopo tanti capitoli della saga con alti e bassi, è riuscito a spiazzarmi con tensione, azione e qualche trovata davvero inaspettata. Peccato forse per il finale, meno curato rispetto agli episodi preparatori.

    Lascio il mio cuore alla mamma vichinga.

  2. Avatar di Giuseppe
    Giuseppe · ·

    Diciamo più un anime, in questo caso, che non un cartone animato 😉 Per quanto io rimanga diffidente nei confronti di casa Disney credo che gli darò comunque un’occhiata (peccato però -gusto personale- non abbiano affidato l’intera operazione a qualcuno come Shinji Aramaki, per esempio)…