La città proibita

Regia – Gabriele Mainetti (2025)

“Da noi non si può fare”.
Quante volte l’avete sentita questa frase applicata a qualsiasi genere cinematografico, che non fosse la commedia o il dramma camera e cucina, nel corso degli ultimi quarant’anni?
Da noi non si può fare perché non ci sono i soldi. Ma in Lettonia fanno un film d’animazione dal costo di tre milioni e sconfiggono la Disney.
Da noi non si può fare perché il pubblico non ci va a vedere certe cose. Ma Terrifier 3 esce inaspettatamente al cinema in Italia e incassa il suo intero budget (2 milioni di dollari) in un fine settimana.
Da noi non si può fare perché non siamo capaci. E qui c’è una parte di ragione: è vero che gran parte dei registi cui si è deciso di affidare soldi e potere non è in grado neanche di concepirlo, un cinema con delle connotazioni differenti o, se qualcuno è in grado, se ne va a lavorare altrove.
La verità è che da noi non si può fare perché, nella stragrande maggioranza dei casi, ci viene impedito di farlo, per ragioni imperscrutabili. Mainetti, che per la terza volta di fila dimostra che da noi tutto si può fare, è e resterà sempre un caso isolato e a questa cosa ci tocca rassegnarci, ma pur nella rassegnazione, possiamo almeno gioire ogni volta che un suo film porta una boccata d’aria nelle sale del nostro paese. 

Ciò detto, La Città Proibita è un capolavoro ed è il miglior film del 2025, che lo so, siamo soltanto a marzo e la strada è lunga e costellata di titoli interessanti, ma siete liberi di segnarvi le mie parole e rinfacciarmele a dicembre.
Mainetti è un’eccezione, ma non è un fuoco di paglia, anzi: possiede coerenza, continuità e anche la capacità di correggersi e migliorarsi di film in film. È andato sempre in crescendo (sì, Freaks Out è superiore a Lo Chiamavano Jeeg Robot, è solo stato sfortunato con l’anno di uscita) e a questo punto mi chiedo cosa potrà combinare in futuro, se il botteghino lo assiste. Con il suo terzo film ha raggiunto un grado di maturazione artistica e di padronanza del linguaggio, anzi, dei linguaggi, impressionante, realizzando un progetto difficilissimo, un unicum nel panorama cinematografico non soltanto italiano, perché a essere unici qui ci vuole davvero poco.
È infatti un’ovvietà dire che qui da noi le cose arrivano vent’anni dopo. Come tutte le ovvietà è anche vero. Il cinema d’azione occidentale ha cominciato a mutuare elementi da quello orientale da un pezzo. A voler essere del tutto onesti, è dagli anni ’70 che mutua. Ma è altrettanto risaputo che al cinema di serie A questo scambio proficuo (o scopiazzatura coloniale, a seconda) ci è arrivato in tempi relativamente recenti.

Portare il cinema di kung fu a Roma non in sé una novità, lo è soltanto se ci si relaziona al contesto italiano, che è piccino e un po’ gretto. Ciò che rende La Città Proibita un film unico è il modo in cui Mainetti affronta il problema di far convivere e amalgamare tra loro due anime, anzi, proprio due film diversi nello spazio di una sola pellicola, e farli anche funzionare entrambi alla perfezione; dare il giusto e doveroso spazio alle botte, che sono tante, pirotecniche, coreografate alla grande e girate pure meglio, ma allo stesso tempo scrivere dei personaggi per cui sentire qualcosa, dando loro un contesto solido e credibile.
In altre parole, fare cinema di genere come va fatto. Che pare banale, ma non lo è per niente, soprattutto se si pensa all’abisso in cui sta rischiando di precipitare l’action americano dopo i danni apocalittici commessi dai vari epigoni di John Wick.
Il tutto, si capisce, va riportato entro i confini (che, ripetiamolo, sono ristretti, piccini e un po’ gretti) dell’ambientazione romana del film, importantissima, sia per quanto riguarda l’uso dei luoghi e delle atmosfere, sia per quanto riguarda il contenuto simbolico de La Città Proibita. 

Non so quante volte l’ho detto nel corso della mia vita, e vi assicuro che mi vengo a noia da sola, però è una roba che ci dobbiamo stampare in testa a ogni costo, se vogliamo soltanto sperare di combinare qualcosa di decente: non è scimmiottando gli altri che si ottengono dei risultati. Vale per l’horror, per la fantascienza, per l’action e per il noir. Vale per il cinema e per la narrativa. Logico che esistano tutta una serie di regole specifiche per ogni genere cinematografico e che queste regole vadano rispettate, se si prende sul serio il concetto stesso d genere. Mainetti conosce ogni singola regola del film d’arti marziali e la applica, ma capisce anche che esistono delle specificità che sono solo nostre, italiane in generale e romane in particolare, e non ne fa a meno, non se ne vergogna; al contrario le usa a suo vantaggio, dimostrando, per tornare a bomba in testa al post, che sì, da noi si può fare, e si può fare restando comunque noi stessi.
Non si tratta di provincialismo, nonostante sia vero che siamo provinciali e la dimensione provinciale va in un certo senso anche abbracciata e rivendicata, ma sempre di rendere credibile la geografia dove far svolgere le nostre storie. Geografia anche mentale e, perdonatemi il termine, sentimentale.

In questo senso, La Città Proibita riesce a mettere insieme una classica struttura di sacrosante furia vendicatrice (L’Urlo di Chen, insomma) e la piccolissima vicenda di quotidiana criminalità romana, con il miserabile strozzino interpretato da Marco Giallini, la trattoria a Piazza Vittorio gestita da Sabrina Ferilli e dal figlio Marcello (Enrico Borello) e la paura atavica che tutto questo venga inglobato e digerito da un mondo che ti si sta trasformando intorno e farà di te una reliquia, un dinosauro di un’epoca tramontata. 
La Roma messa in scena da Mainetti è una città in corso di metamorfosi, bellissima e vitale proprio per questo motivo. Una città che racchiude nel suo ventre l’intera umanità con tutte le sue facce.
Ora, è vero che Roma al cinema avrebbe anche rotto un po’ le palle (e lo dico da romana innamorata persa della propria città), ma è anche vero che non è la Roma raccontata da Mainetti quella di cui siamo stufi, perché una Roma così l’abbiamo vista davvero di rado.
Nel film, la divisione tra buoni e cattivi è la divisione tra chi abbraccia questa metamorfosi e tra chi la rifiuta. In questo senso, La Città Proibita, senza calcarci troppo la mano e senza mettersi lì a farti il sermone, ha anche una radicale natura politica. 

Ma io lo so che siete qui per parlare di mazzate, e allora parliamo un po’ anche di quelle, altrimenti pare che Mainetti non abbia diretto un film di arti marziali.
La protagonista Mei è interpretata dalla stunt Yaxi Liu, che è molto in gamba quando deve recitare, ma è un portento e una forza della natura quando deve menare le mani.
Dopo un prologo ambientato in Cina in cui la vediamo bambina, la ritroviamo adulta nella vera sequenza d’apertura del film, una lunga rissa che comincia in un sotterraneo, per poi salire di piano in piano come in The Raid e arrivare alle cucine di un ristorante, dove la nostra Mei utilizza grattugie e altri utensili come armi improprie, combattendo con energumeni grossi sei volte lei. La scena è così bella che non volevo credere ai miei occhi, l’azione è sempre chiara, precisa, non ci sono troppi tagli, ogni elemento scorre fluido e le coreografie (curate da Liang Yang) ti fanno letteralmente commuovere.
Mai vista una roba così in un film italiano. Mai. 
Ed è solo l’inizio. Poi migliora pure. 
Non lo so, ragazzi, io a questo film non trovo un difetto che è uno. Sono così felice che esista che quasi stento a crederci. Forse pecco di eccessivo entusiasmo, forse l’articolo è troppo sbilanciato, pure scritto male, ma non me ne frega niente. 
Vi chiedo di andare in sala, di andarci in massa, di far capire a produttori e distributori che questo tipo di cinema ha un pubblico e ha una dignità e che va incentivato e preservato. Altrimenti poi non abbiamo il diritto di lamentarci.

17 commenti

  1. Avatar di cinelibricorner
    cinelibricorner · ·

    Bellissimissimo. L’ho visto in anteprima e sto divulgando il verbo a tutti quelli che conosco. Speriamo abbia un successo strepitoso

    1. Avatar di Lucia

      Speriamo davvero. Intanto aspettiamo fiduciose i risultati del box office del fine settimana e incrociamo le dita

  2. Avatar di Moreno Pavanello
    Moreno Pavanello · ·

    E’ da quando ho iniziato a sentirne parlare che voglio andare a vederlo… e prova a indovinare in quanti cinema che siano a meno di 45 minuti di macchina da me lo danno? esatto, nessuno.

    1. Avatar di Lucia

      Non avevo dubbi, mannaggia tutto

    2. Avatar di cinelibricorner
      cinelibricorner · ·

      Non so dove abiti (scusa l’intromissione) ma a Bologna e vicinanze lo programmano in un sacco di sale…

      1. Avatar di Moreno Pavanello
        Moreno Pavanello · ·

        In città si trova facilmente, ma io non abito in città e 45 minuti è il tempo che ci vuole da casa mia per andare al cinema più vicino in cui lo danno, a Torino.

  3. Avatar di Giuseppe
    Giuseppe · ·

    La mia paura, e non certo da oggi, è che uno in gamba come Mainetti arrivi -legittimamente- a rompersi i coglioni di continuare a essere una delle poche felici eccezioni di genere (qui di nuovo riconfermata) nel monotono panorama italico, finendo per andarsene a propria volta a lavorare all’estero… 😓

    1. Avatar di Lucia

      Ma io credo che il suo futuro sarà quello. Considerando anche che questo film non sta andando benissimo

  4. Avatar di gipo

    io vado domani, sono fiducioso! Certo, esce praticamente gettato in qualche sala senza grande battage, speriamo che funzioni il passaparola perché la distribuzione sembra non crederci molto.l..

    Ps ma che belle queste deviazioni del blog in terre meno orrorifiche e di genere vari!

    1. Avatar di Lucia

      Quando ci sono film così importanti in giro, cerco di parlarne anche se non rientrano proprio nell’horror. Ma sempre cinema basso e bastardo è

      1. Avatar di gipo

        visto ora, fai bene a parlarne perché è proprio un gran film. Mainetti l’ha proprio indovinata a questo giro.

        ma poi finalmente una roma non banale, multietnica e non retorica.

        e quante mazzate! Godimento puro

        1. Avatar di Lucia

          Una gioia per gli occhi e per il nostro stanco cuore

  5. Avatar di @bluebabbler
    @bluebabbler · ·

    Mi hai convinto. Ci vado.

    (ti dovrebbero pagare una percentuale)

    1. Avatar di Lucia

      E infatti, diciamoglielo di darmi un po’ di soldi!

  6. Avatar di @bluebabbler
    @bluebabbler · ·

    Mi hai convinto. Ci vado.

    (ti dovrebbero pagare una percentuale)

  7. Avatar di Sconosciuto

    […] invece trovate le recensioni del buon Cassidy, del Doc Manhattan, di Lucia e del buon […]

  8. Avatar di loscalzo1979

    Per me il miglior film di Mainetti finora.

    Combattimenti come cristo comanda, dialoghi ottimi, cast all’altezza, una roma multietnica e brulicante di mondi dentro altri mondi.

    Spero veramente sbanchi all’estero, qua spero replichi almeno il successo di Jeeg Robot, la sala quasi piena dove ero fa ben sperare.