
Regia – Joko Anwar (2024)
Qualche giorno fa mi baloccavo su Twitter in pausa e pranzo e sono capitata sul profilo di Anwar (ragazzo simpaticissimo) che, tutto entusiasta, annunciava l’arrivo del suo ultimo film su Netflix per il 16 settembre.
Ho fatto un salto sulla sedia e mi sono precipitata a controllare se mi fosse arrivata qualche comunicazione dal colosso dello streaming, che di solito mi bombarda di spam per convincermi di essere interessata a Emily in Paris.
Niente.
Dopo una decina di minuti di ricerche affannose, scopro che Grave Torture sarebbe sì arrivato su Netflix, ma non in Italia. Dovessero giocarsi la reputazione inserendo ogni tanto un bel film. Figuriamoci se mi faccio intimidire da un intoppo di così lieve portata e mi perdo la nuova fatica del principino dell’horror indonesiano solo perché Netflix Italia ha deciso di passarci gli scarti degli scarti.
Grave Torture racconta di due fratellini che perdono i genitori in un attentato suicida. Il terrorista e autore della strage è convinto di avere le prove dell’esistenza della cosiddetta tortura nella tomba e, per dimostrare di essere puro e di morire secondo i dettami di Allah, si fa saltare per aria in mezzo a una strada.
Ora, cos’è la tortura nella tomba? Subito dopo essere stata sepolta, ogni persona viene interrogata da due angeli che, a seconda di come questa persona si è comportata nel corso della sua vita, assumono sembianze differenti. Se il defunto dimostra di avere fede e di non aver commesso peccati, lo lasciano tranquillo al suo riposo in attesa della resurrezione; se, invece, è stato un peccatore e un miscredente, procedono a torturarlo causandogli sofferenze indicibili. Chiedo scusa per eventuali imprecisioni: è sicuramente più complicato di così e di come lo spiegano nel film, ma ci serve giusto per avere un minimo di contesto atto a comprendere la storia narrata.
L’attentatore infatti, prima di farsi saltare per aria, lascia al fratello maggiore, Adil, una cassetta destinata a diventare per la sorella minore, Sita, la più grande ossessione della sua vita: la registrazione contiene delle urla strazianti che dovrebbero appartenere proprio a un’anima torturata nella tomba. Sita è convinta di poter dimostrare che la cassetta è falsa, che non esiste alcuna torture grave e che il responsabile della morte dei suoi genitori era solo un povero scemo. In ultimo, che il concetto stesso di fede è basato sul nulla ed è una gigantesca presa in giro.
Passano gli anni, Sita e Adil diventano adulti; la prima lavora come infermiera in una casa di riposo, mentre il secondo in un’impresa di onoranze funebri. Sita trova, tra i pazienti della struttura, una vecchia conoscenza del loro passato, un uomo davvero cattivo e, quando finalmente tira le cuoia, si fa seppellire insieme a lui con la complicità del fratello e, armata di telecamera, si appresta a registrare ciò che accade nella tomba.
Come era accaduto già in Impetigore, Grave Torture ha un incipit che ti lascia in ginocchio e senza fiato, diretto con la precisione di un cronometro e con un senso della suspense e dello spazio che hanno del miracoloso. Anwar diventa sempre più bravo con la macchina da presa e, se forse questo suo ultimo lavoro non ha la stessa impressionante coesione narrativa di Impetigore, qui fa delle cose da stropicciarsi gli occhi, così belle da non risultare neanche troppo evidenti, perché naturali come respirare. La capacità che ha di guidare il nostro sguardo proprio dove decide lui, di celare gli indizi più evidenti, di mandarci fuori strada, solo tramite oculati ed elegantissimi movimenti di macchina, è una di quelle cose che rinnovano costantemente il mio amore per il cinema.
Dopo l’inizio, Anwar si siede una ventina di minuti e ci dà la possibilità di fare la conoscenza di questi due bambini, e in seguito di queste due persone adulte, prima di tornare a scatenarsi come solo lui sa fare.
Grave Torture è un film molto spaventoso, con un paio di picchi di violenza estrema che io non lo so come gli siano venuti in mente; c’è una sequenza con protagonista una lavatrice, congegnata come un meccanismo a orologeria (la sequenza, non la lavatrice), e io non credo riuscirò mai più a fare un bucato tranquilla e serena; è brutale, spietato e terribilmente oscuro.
Lo si potrebbe liquidare come il corrispettivo non occidentale dell’horror religioso, ma è privo della patina rassicurante dei vari The Conjuring ed epigoni: in Grave Torture, la fede parte dalle viscere, è una questione niente affatto salvifica, nel suo intimo è draconiana, vendicativa. Non esistono sfumature, non esiste una possibilità di sfuggire alle punizioni che ci attendono. E senza staremmo anche peggio.
Da un punto di vista narrativo è un po’ sconnesso e, mi duole ammetterlo, ha un paio di svolte abbastanza banali o, se preferite, prevedibili. Se Impetigore, Satan Slaves e The Queen of Black Magic (del quale Anwar ha curato solo la sceneggiatura) filavano come treni carichi di crudeltà, Torture Grave ogni tanto si inceppa, forse perché è davvero un film troppo ricco di spunti e, nella frenesia di metterci dentro tutto, si è finito per trascurare la compattezza del racconto.
D’altro canto, però, è il film di Anwar concettualmente più complesso: il tema della morale, di quale ruolo abbia, nella morale pubblica, il condizionamento derivato dalla religione, è trattato molto bene e in maniera provocatoria e niente affatto scontata.
Quindi, se anche voi volete bene ad Anwar e credete sia uno dei registi più interessanti degli ultimi anni, non ve lo perdete. E sempre mannaggia a Netflix.












Grave Torture si rifà un po’ troppo ai film di Wan inserendo jump scare a propulsione, alcuni ben costruiti altri un po’ meno.
Impetigore rimane il migliore di Anwar e un po’ mi dispiace di questa sua svolta jumpscarosa.
Rimane comunque un film ben girato che sa creare tensione e con buona dose di violenza.
Anche in Satan Slave c’erano i jump scares e, in generale, l’horror indonesiano non lesina in spaventacchi vari. Impetigore era un po’ un caso a parte perché diventava soprannaturale e folk soltanto nell’ultima parte.
Comunque, non sono un male in sé.
Sono d’accordo però che Impetigore sia ancora il miglior film di Anwar
Bellissima recensione, la “fede che parte dalle viscere” è una frase bellissima che in un modo o in un altro ti copierò :-p
Grande curiosità da parte mia, nei film di Anwar che ho visto finora mi è sembrato che lo stile sopravanzasse nettamente la sostanza e la trama che hai riassunto tu, invece, sembra possegga un bel po’ di “beef” (se mi scusi l’odioso anglicismo)
Sì, qui c’è più “ciccia”, però è anche un po’ meno coeso come racconto. A me è piaciuto meno di Impetigore, anche se ha un modo di scavare nel profondo che mi ha conquistata.
Anche se, a quanto scrivi, questa nuova fatica di Anwar risulta essere un po’ meno incisiva di Impetigore, le tematiche che tratta (e il modo in cui le tratta) attirano la mia attenzione. Quindi, alla faccia di Netflix Italia (la quale temo fortemente consideri da tempo i suoi abbonati alla stregua degli scarti che passa loro), seguirò il tuo consiglio 👍
Nei primi dieci minuti francamente non riscontro tutto questo perfetto tempismo e la capacità di lasciare senza fiato lo spettatore, anzi già subito dopo la consegna del nastro quel che succederà è facilmente intuibile. Incipit magari un po’ al di sopra del resto del film, limitato da una trama fin troppo contorta.