Tanti Auguri: 20 anni di Shutter

Regia – Banjong Pisanthanakun, Parkpoom Wongpoom (2004)

Questo mese di complehorror ne festeggeremo due. Il secondo con qualche giorno di anticipo per motivi che saranno chiari tra un paio di settimane, e sarà un complehorror di quelli col botto. Per il momento, andiamo a tirare fuori dalle pieghe del tempo uno dei film più spaventosi del XXI secolo, questo gioiello tailandese costato cinque lire e capace, ancora oggi, di far rabbrividire dalla testa ai piedi.
In patria ebbe un successo enorme, così grande da uscire dai confini della Tailandia e finire subito tra le grinfie di Hollywood, che ne fece un remake in lingua inglese nel 2008. Da un certo punto di vista, bisogna esserne grati: non è che ne arrivino tanti, da queste parti, di horror tailandesi; non ne arrivano oggi, figuriamoci nei primi anni 2000, anche se è stato proprio quello il momento in cui il cinema dell’orrore dell’Estremo Oriente ha iniziato a diventare più accessibile anche per noi occidentali grazie all’esplosione internazionale del J Horror.

Shutter deve qualcosina al J Horror, soprattutto per l’estetica del fantasma femminile che perseguita il protagonista, ma inserisce questi elementi presi in prestito all’interno di una vicenda originalissima, una sorta di rape & revenge soprannaturale con una serie di svolte narrative una più sorprendente dell’altra. Il concetto alla base del film è la possibilità di catturare gli spiriti tramite la fotografia; un’idea che esiste da quando esiste la fotografia stessa, ma non sono poi tantissimi i film che ne fanno l’oggetto principale del racconto.
Tun è un fotografo e sta tornando a casa da una cena con dei vecchi amici insieme alla sua fidanzata Jane, che si trova al volante. Durante il tragitto, investono una ragazza e Tun convince Jane a non scendere dalla macchina e a non soccorrere la vittima. 
Nei giorni successivi, le foto scattate da Tun cominciano a mostrare degli strani difetti, liquidati in fretta come sfocature o doppia esposizione. Ma presto i due protagonisti scopriranno che si tratta di fenomeni soprannaturali e che qualcosa ce l’ha con loro, e con gli amici di Tun, che muoiono come mosche, uno dietro l’altro. Tun stesso, dopo il fattaccio, sperimenta un continuo dolore alla schiena e al collo, come se avesse costantemente un peso addosso.

Shutter è un film che ti depista in continuazione, ti spinge a credere che l’oggetto della maledizione sia Jane, perché era lei a guidare; ti porta a provare simpatia nei confronti di Tun, a pensare che sia lui il personaggio principale, quello per cui ci dobbiamo preoccupare e temere che gli accada qualcosa; allo stesso tempo, te lo presenta, nella sequenza iniziale di dialogo con i suoi amici, e in particolare in macchina con Jane pochi minuti dopo, sotto una luce vagamente sinistra, poco rassicurante, ma il framing, la prospettiva, persino l’illuminazione, operano in maniera tale da non farti registrare del tutto questi segnali: lui è il nostro sguardo sul film, il nostro narratore, e dobbiamo seguirlo. 
Per questo la prima rivelazione è così disorientante e la seconda arriva con la delicatezza di una martellata in fronte. 

Shutter usa i flashback in maniera implacabile, prima presentando la mezza verità di Nun, e poi quella di Natre, la ragazza morta suicida che ora perseguita i responsabili della sua dipartita e si prende una sacrosanta vendetta. Come era accaduto anche in The Ring (e torna qui il debito con l’horror giapponese), per placare la furia di Natre non serve seguire le regole, effettuare il giusto rito atto a darle pace; la sua è una rabbia impossibile da spegnere, e purtroppo è impossibile da spegnere anche il suo amore.
Se per tutta la prima parte del film lo spettro di Nate ci terrorizza (la sequenza in macchina è una roba che non lo so come sono sopravvissuta), grazie ai flashback proviamo per lei un misto di pietà e repulsione, ma perché è Tun a dipingerla così. Non riusciamo mai a conoscerla davvero, Natre: vive nel ricordo dei suoi aguzzini, in quello della madre impazzita. 
È solo quando Jane scopre cosa le è successo davvero che il suo personaggio si completa e la sua tragedia diventa un qualcosa di tangibile: non era lì per perseguitare Jane, era lì per avvisarla e per chiederle aiuto. 

La percezione cambia a seconda di dove ci dicono di guardare. Come spiega un professore di Jane durante una lezione all’università, la fotografia non riproduce la realtà. Fornisce soltanto una direzione al nostro sguardo e lo stesso luogo, fotografato da due punti di vista differenti, può apparire bellissimo o orribile.
Lo sguardo di Jane va nella direzione decisa da Tun, ed è per questo che Natre è uno spauracchio; non è un caso se la verità viene a galla nel momento in cui è il fantasma di Natre, sempre attraverso una serie di fotografie, a indicare a Jane dove guardare. 
Saranno poi altre fotografie, nascoste da anni, a darci l’esatta misura di ciò che hanno fatto Tun e il suo gruppo di amici. Anche lì, è tutta una questione di prospettiva: le prove della colpevolezza di Tun sono servite, all’epoca, a mettere a tacere Natre e, di conseguenza, a portarla alla morte.

Shutter è un film quasi privo di colore, ogni cosa è sbiadita, spenta, annegata nel grigiore; gli ambienti sono poveri e tendenzialmente squallidi e, anche negli esterni, le immagini sono svuotate dalla luce. La regia è elegante ed essenziale, ci sono pochissimi virtuosismi, il ritmo è dilatato, con un paio di picchi di terrore puro che vanno a fare da contrappunto all’atmosfera mortifera che si respira. Anche quando non ti mette addosso una paura infernale, Shutter ti tiene costantemente in uno stato di prostrazione e di angoscia. Persino gli sprazzi da coppia felice di Jane e Tun sono stonati, fuori posto, c’è sempre qualcosa che non torna, un senso di disagio che striscia all’angolo del fotogramma.
E poi c’è quel finale che arriva a spezzarti le gambe con l’ultimo colpo di coda, a ribaltare ancora una volta la prospettiva, a segnare l’eternità di una maledizione che non si può fermare, e di un amore che diventa una condanna. 
Lo trovate su Prime, anche se soltanto doppiato, mentre i Tailandia è da poco tornato in sala restaurato in 4K. Fortunati loro. 

3 commenti

  1. Avatar di Giuseppe
    Giuseppe · ·

    Sì, il Thai Horror aveva qualche debituccio nei confronti del collega nipponico ma non ha mai cercato di seguirne pedissequamente le orme (diventate, col passare del tempo, un tantinello ripetitive), riuscendo a piazzarci gioielli come questo Shutter, invecchiato spaventosamente (è proprio il caso di dirlo, qui) bene, compresa quella sequenza in macchina 😨😱

  2. Avatar di Gargaros
    Gargaros · ·

    Uno dei film più belli sul tema dei fantasmi. A dire il vero se faccio due conti scopro che molti della lista sono proprio orientali… Significa che in quei lidi sanno trattare la sostanza ectoplasmatica. Ma Shutter comunque ha un posto più speciale nel muo cuorrrr. Mi fece realmente terrore. E piangere. Il remake amerregano non lo calcolo neanche di striscio.

    1. Avatar di Lucia

      Il remake americano neanche ha diritto di menzione. Non esiste