
Regia – Paco Plaza (2023)
Il caso ha voluto farmi vedere, nel giro di una settimana tre film con suore protagoniste, tutti e tre ambientati in una scuola femminile e, per diversi motivi, tutti con qualche collegamento con lo sguardo, gli occhi e l’atto di vedere. Di Eerie, l’horror filippino, ne abbiamo parlato nell’ultimo episodio di Paura & Delirio, The Nun II lo abbiamo analizzato venerdì, e oggi tocca a Paco Plaza e al suo Hermana Muerte, prequel di Verónica che racconta la storia di Narcisa, l’anziana suora cieca che cercava di aiutare Veronica nel film del 2017, chiamata dalle ragazze della scuola cattolica frequentata dalla protagonista, sorella Morte.
Dagli anni ’90 di Verónica, ci spostiamo quindi nella Spagna post bellica del 1946, quando Narcisa è appena una novizia e si reca in un ex convento di clausura, ora adibito a scuola per giovani fanciulle, a insegnare scienze e a prendere i voti definitivi. Da piccola, Narcisa aveva un diverso soprannome: la niña santa. Si diceva infatti che avesse parlato con la Madonna, il che l’aveva resa famosa in tutta la cattolicissima Spagna, ma ne aveva anche segnato il destino: non poteva che diventare una suora.
Accolta come una super star nel convento, Narcisa non è proprio convintissima di voler prendere i voti e di consacrare la sua vita a Dio. Ma è anche il frutto della mentalità dell’epoca e i suoi dubbi le causano un enorme senso di colpa, che sfoga flagellandosi. L’ambiente in cui si trova a passare questo periodo così delicato e conflittuale non è dei più sereni. Certo, la madre superiora sembra essere molto gentile e disponibile nei suoi confronti, ma forse solo perché averla lì darebbe lustro al convento; le altre consorelle invece la guardano con un misto di ammirazione e invidia e non è chiaro se si fidino del tutto di lei e dei miracoli che le sono attribuiti. In tutto questo, a turbare le giornate divise tra lezioni e preghiere, ci si mette anche una leggenda che gira per il convento, diffusa soprattutto dalle bambine che ci studiano. La stessa Narcisa sperimenta in prima persona un paio di strani fenomeni. C’è un fantasma nel convento o è solo suggestione?
Se il cattolicesimo messo in scena in The Nun II è posticcio e le suore del Warren-verse sono quasi delle super eroine al servizio dell’Altissimo, in Spagna si fa molto sul serio. Non è un christian horror da mettere in vetrina, Hermana Muerte. Il sentimento religioso che si respira nel film è primitivo, ancestrale, ha un qualcosa di terribilmente fisico, così come le mutilazioni che si autoinfligge Narcisa nel corso del film, come le punizioni a cui vengono sottoposte le allieve meno ubbidienti. Non c’è niente di pacifico o idilliaco tra le mura del convento, nessuna suorina benevola che ti dà un buffetto se ti comporti male. Le pareti del convento sembrano chiudersi su Narcisa come una gabbia di pietra e cemento e i segni delle pallottole ancora presenti sulle mura esterne ricordano la bomba inesplosa nel cortile dell’orfanotrofio de La Spina del Diavolo. In effetti il film di del Toro e quello di Plaza vanno a toccare gli stessi punti critici della storia spagnola.
Solo che qui siamo in un convento, quindi dall’altra parte della barricata rispetto ai personaggi dei film di del Toro nei suoi film dedicati alla Guerra Civile. Qui le suore vedono la vittoria del franchismo come una liberazione e ci sono un paio di flashback molto espliciti che spiegano bene per quale motivo la vedano così. Tuttavia, in Hermana Muerte la distinzione tra bene e male è molto sfumata, anzi, quasi non c’è, dato che l’istituzione religiosa ne esce con tutte le ossa spezzate e annegata in un lago di sangue. Plaza non ci va affatto leggero, ha ben chiare le dinamiche di oppressione che governano quell’ambiente così chiuso e severo, e quindi usa il punto di vista di una persona, Narcisa, che dal sentimento religioso è pesantemente condizionata, ma resta sempre ai margini del sistema che lo impone alla studentesse e alle sue consorelle; come del resto fa fatica a condividere la fede con le altre. Statue di santi, reliquie, crocifissi, rosari, scranni, libri di preghiere. Tutto sembra gravido di un senso di profonda e implacabile minaccia. Non c’è un solo elemento scenico, in tutto il convento, che sia rassicurante o abbia un aspetto benevolo.
Il male è una cosa tangibile, esiste, ma non è un fattore esterno, e anche l’entità soprannaturale che forse infesta il convento ha una connotazione ambigua: fa paura, compie delle azioni quanto meno discutibili, ma è anche una furia che grida la sua sacrosanta vendetta, dopo aver subito soprusi a non finire da ogni direzione possibile. Narcisa, in questo caso, è il catalizzatore della rabbia, lo strumento attraverso cui si manifesta. Non è sicuro con chi abbia comunicato nel corso della sua infanzia, ma di sicuro la giovane donna possiede un canale che le permette di aprire il nostro mondo all’ingresso di altri mondi. Il problema è sempre cosa si fa esattamente entrare. E mai espressione fu più azzeccata: si tratta di aprire un porta forzata e di scatenare il finimondo, nel presente e nel passato.
Plaza qui gira con un’austerità inedita per lui. La macchina da presa è fissa, i colori sono il bianco degli abiti sacri, il grigio delle divise e l’intonaco sporco delle pareti, una monocromia spezzata soltanto dall’irrompere del rosso del sangue delle ferite. Il formato è quello, sempre molto severo e “povero” del 4:3 e non c’è spazio per nessuna evoluzione barocca da parte della regia. Siamo inchiodati a Narcisa e al suo mondo fatto di privazioni e terrori. Hermana Muerte è uno di quei film che non sfigurerebbe affatto in bianco e nero. In parte è un ritorno alle storie di fantasmi spagnole dei primi 2000, ma con un rigore diverso, una consapevolezza maggiore e senza la necessità di scimmiottare il cinema statunitense. C’è una fortissima identità da cinema europeo in questo film, una rivendicazione autoriale. È anche un po’ ostico da seguire, perché non soddisfa le aspettative dello spettatore, ma lo obbliga a seguire un ritmo compassato, asciutto, sepolcrale.
Poi, nell’ultimo quarto d’ora, Plaza si mette a fare il matto e imbastisce uno spettacolo di una violenza allucinante e di un orrore indicibile, portando finalmente alla luce quel Male che fino a quel momento aveva solo sonnecchiato. Ma non arriva da dove pensate voi. Da vedere, rivedere e sperare che Plaza faccia sei film l’anno per i prossimi cento anni.












Adesso puoi fare filotto con Benedetta di Verhoeven 😀
Non è horror, ma l’etichetta weird gli calza alla perfezione
Plaza mi piace (ho adorato Rec e i suoi seguiti), ma qui mi ha convinto molto meno. Non è un brutto film, ok. Ma più che autoriale, l’ho trovato pigro, già visto… I fantasmi rancorosi infestano il cinema horror da troppo tempo, in asia non riescono a distaccarsene, in america ce li hanno propinati in qualsiasi modo possibile, e anche l’europa vi si rifugia troppo spesso per sopperire alla mancanza di idee. Magari è una cosa mia, ma ho smesso da molto di trovarli interessanti.
Film magnifico, il mio preferito di questa annata. Al di là di quanto sia “piccolo” e “giusto” in tutti gli aspetti artistici, mi ha dato qualcosa anche dal punto di vista personale, per come l’ho vissuto io. Ma su certi temi probabilmente sovrainterpreto. Essere completamente “soli” e “dubbiosi” (e talvolta feriti verbalmente e psicologicamente) in un ambienti quotidiani fortemente ideologizzati (cattolici) è una esperienza che conosco, seppur in modo diverso e “recente”, insieme al vedere “cose che gli altri non vedono” (di tipo umano, non soprannaturale ovviamente). Al tempo stesso un sentire “disincantato” (ma non disilluso) permette di “scorgere” le persone che ci sono dietro la maschera che indossano (costrette, per scelta, inconsapevolmente, per “immersione”, per paura di perdere qualcosa, per dei bisogni propri…) e chi siamo noi in relazione a quelle persone e a quelle maschere (che in parte siamo… noi). Non so questi aspetti ci siano davvero dentro a Sorella Morte, ma a me sono arrivati. In ogni caso, è comunque un film molto bello.
Besos!
Recupero
Questo fine 2023 sta riservando le sorprese più belle. Il 4:3 da First Reformed a Sto pensando di Finirla Qui o The Nightingale, l’ideale per togliere ogni velleità estetizzante o rappresentare il soffocamento interiore. Del filone scuola femminile e religione aggiungo anche l’indonesiano Qorin del 2022.
Mi piacerebbe si riuscisse a girarlo anche dalle nostre parti, un film dallo sguardo così “benevolo” nei confronti delle istituzioni religiose come quello di Plaza… OK, venduto! 😉 👍