31 Days of Halloween: Day 7 – The Devil’s Rejects

Regia – Rob Zombie (2005)

Se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo.

Per il Day 7 (e questa cosa si ripete, spesso: quest’anno sono stati un po’ pigri) la challenge prevede solo un nome: Rob Zombie. Dato che qui abbiamo parlato quasi di ogni film da lui diretto, saltando magari le cose davvero improponibili o quelle che mettono in imbarazzo anche i difensori d’ufficio del regista , ci restava fuori soltanto il suo capolavoro. Ho sempre voluto parlare di The Devil’s Rejects, ma per vari motivi non sono mai riuscita a farlo: come per tutte le cose per cui si trova troppo amore e in maniera troppo viscerale, è difficile riuscire a essere obiettivi nel giudicarlo e il rischio è quello di sbrodolarsi addosso per un post intero, cosa che è abbastanza ovvio non interessi a nessuno. Cerchiamo quindi di affrontare la cosa con necessario distacco e, di conseguenza, contestualizziamo! 

Abbiamo scritto, nel post a esso dedicato, che La Casa dei 1000 Corpi esce nel 2003, ma Rob Zombie lo gira nel 2000, anticipando, con una certa capacità intuitiva, la direzione che l’horror avrebbe preso di lì a breve. Guardando il film, a nessuno verrebbe in mente che sia stato concepito nello stesso clima culturale di Urban Legend o Valentine. E invece è così. The Devil’s Rejects, al contrario, è perfettamente figlio del suo tempo, di quell’epoca feroce e spietata che furono i primi 2000. Guarda, innanzitutto, agli anni ’70 del New Horror per trovare la propria ispirazione e i propri punti di riferimento, ma non soltanto all’horror, a tutta la New Hollywood, al western di Peckinpah, al cinema di Russ Meyer e a quello di Monte Hellman, aggiungendo a tutte queste suggestioni la sua personalissima poetica dei reietti, della rivendicazione di tutto ciò che è abietto e deviante dalla norma. Non si tratta, come nel caso del suo esordio, di un omaggio un po’ sguaiato a Non Aprite quella Porta; al contrario, è un’opera che inchioda l’epica americana a dei personaggi ripugnanti e ne assume in toto il punto di vista e lo sguardo. 

È vero che i Firefly erano i veri protagonisti de La Casa dei 1000 Corpi, ma non ne erano anche i portatori di storia: il film seguiva lo schema classico del survival anni ’70, con il gruppo di ventenni alle prese con un territorio ostile e selvatico appena usciti dalla porta di casa. Qui sono i Firefly a dover uscire dalle confortevoli e lerce mura della loro fattoria dell’orrore e addentrarsi in un territorio ostile; sempre di survival si tratta, ma con un interessante ribaltamento di campo. Essendo tuttavia i Firefly degli assassini seriali, necrofili e cannibali, il territorio ostile è, a fasi alterne, anche territorio di caccia, pure qui, in doppia accezione, perché se loro si lasciano alle spalle una discreta scia di cadaveri, lo sceriffo Wydell (William Forsythe) li insegue passo dopo passo in una spirale di follia vendicativa che genera altro sangue, altra violenza, altra morte. 

Credo che lo spunto di partenza, l’idea che ha fatto da motore al concepimento del film, sia vedere cosa succede quando l’Uomo Nero (in questo caso, un’intera famiglia di Uomini Neri) esce dall’armadio o dai ristretti confini nei quali è sempre stato relegato dal cinema, e comincia a impazzare libero per le strade di un’America abitata essenzialmente da disgraziati e freaks di ogni risma, portando una follia che sfugge a qualsiasi controllo logico o razionale, un sovvertimento completo dei valori, una grottesca inversione delle dinamiche tipiche del nucleo fondante del 90% dell’horror americano: la famiglia. L’anno scorso ci ponevamo il problema se La Casa dei 1000 Corpi fosse un film reazionario, come tutto il cinema dell’orrore dei primi 2000, o eversivo. In questo caso, la domanda non è neanche da porsi: The Devil’s Reject è un film eversivo sin dalle fondamenta. Lo è politicamente e lo è in relazione all’horror a esso contemporaneo, anche se a una prima occhiata potrebbe sembrare far parte di tutto quel filone che va dai remake al torture porn: all’apparenza ne possiede tutte le caratteristiche. 

The Devil’s Reject è un film nostalgico come i rifacimenti di cui abbiamo qui discusso parecchie volte, è un film violentissimo, dall’estetica lurida e dal ritmo concitato, un film girato quasi sempre macchina a mano, che utilizza un linguaggio desueto, abbandonando le tentazioni da videoclip dell’esordio per passare ai frequenti fermi immagine, zoom, tendine, split screen che negli anni ’70 erano la norma; e qui sta la prima differenza sostanziale con i suoi contemporanei: i vari Nispel e Snyder non aderiscono alla forma anni ’70, la simulano per strizzare l’occhio agli spettatori, mentre Rob Zombie ci crede proprio, la fa sua. Ma non è soltanto un fatto stilistico, perché non staremmo qui a parlare di capolavoro del cinema anni ’00; al contrario è una scelta sostanziale. A costo di ripetermi, l’horror di quell’epoca è realizzato a uso e consumo di spettatori che vogliono vedere confermata la propria alterità rispetto ai mostri sullo schermo. Zombie, che è molto craveniano in questo, non fa altro che ripetere al pubblico che non esiste poi questa enorme distanza, che le dinamiche familiari interne ai Firefly sono le stesse delle altre famiglie considerate normali, che si vogliono bene, a modo loro, che sono un nucleo molto unito, un clan i cui membri si difendono e proteggono a vicenda. 

Non si tratta di girare un film dalla parte del mostro per mostrarci che, sotto sotto, anche lui è umano: i Firefly sono individui spregevoli, privi della pressoché minima forma di empatia nei confronti del prossimo, sono caos puro che si abbatte, in una delle sequenze più riuscite del film, su brave persone, ignare e bendisposte, sono volgari, sporchi, cattivi e laidi, e Zombie non mitiga nessuna di queste prerogative. Non li redime, non li cambia, non ha intenzione di mostrarceli sotto una luce positiva. Ci obbliga ad assumere la loro prospettiva, racconta la storia come la racconterebbero loro e ci spinge quindi ad accettare la responsabilità dei punti in comune che con loro, necessariamente, abbiamo, abbattendo così la prete divisoria tra sanità e follia, tra bello e brutto, tra inserito e, appunto, reietto. 
Per questo il finale funziona così bene, non per la paraculata di usare Free Bird come accompagnamento musicale, ma perché una volta stabilita questa connessione (e Rob Zombie è bravissimo a stabilirla) tra noi e i Firefly, spezzarla è un evento traumatico e doloroso, anche se lo sapevamo, che sarebbe finita così. 
Ciò che resta di The Devil’s Rejects, 18 anni dopo la sua uscita nelle sale in un torrido luglio, è il tentativo, forse andato a vuoto ma non per colpa sua, da parte di Rob Zombie di assassinare l’horror degli studios dei primi 2000 e di mostrare una strada diversa, più sentita, più sincera e appassionata. 
L’ho criticato tante volte in passato, ho detestato alcuni suoi film più recenti, ho avuto dei veri e propri scontri a fuoco (virtuali) su questo blog, ai tempi di The Lords of Salem, e non mi cambio idea sul fatto che la sua carriera sia in caduta libera, ma per questo singolo film, Zombie vivrà sempre di rendita nel mio cuore di pietra. 

5 commenti

  1. Avatar di Edo

    ot Mai capito cosa voglia dire “non voglio pisciate sotto i post”

    -vivrà sempre di rendita nel mio cuore di pietra- piace molto questa frase.

  2. Avatar di Frank La Strega

    E’ un film che mi manca. Lo metto in lista. Con Zombie ho bisogno di questi post perché non è proprio il mio (ma mi piace vedere e rivedere anche con occhi diversi). Ottimo! La challenge permetteva di “pescare” tra i film che hanno dentro (anche) la sua musica (se non ho tradotto male) e ho provato con qualcosa che non c’è (ancora) sul blog. Così ho ripreso “Fuga da Los Angeles”. Ho visto che c’è un post su “Fuga da New York” (che è molto più cupo, più… horror?) e sarebbe fighissimo prima o poi farne uno anche sul “seguito”. Besos!

  3. Avatar di Jason13
    Jason13 · ·

    Bellissima recensione per un bellissimo film. Grazie per questo regalo.
    In tema di regali, se non l’hai già visto, ti segnalo alcuni contributi critici e spunti (rigorosamente gratuiti) su Mike Flanagan, sperando di fare cosa a te gradita:

    http://www.bietti.it/riviste/inland-n-162022/

  4. Avatar di loscalzo1979

    I primi film di Zombie sono ottimi (anche i suoi Halloween mi sono piaciuti), gli ultimi li ho apprezzati di meno (sono godibili eh, ma manca quel guizzo dei primi anni)

  5. Avatar di Giuseppe
    Giuseppe · ·

    Qui c”è tutto il Rob Zombie che noi avremmo voluto continuare a vedere all’opera… Peccato le cose siano poi andate diversamente 😞