Masters of Horror 6: Homecoming

Regia – Joe Dante (2005)

I read years ago that someone once said that those whom the gods destroy they first make mad. Or maybe it’s just that we’re an unfinished piece of art. Part tragedy, part comedy, part joy, part farce, a work in progress. But for the moment we’re still painting and writing in blood. And it always seems to come out of a lot of suffering and someday, after it all dries, it will be magnificent. But until then, like all art, it’s messy as hell“.
Con queste parole si conclude quello che ritengo essere il vero capolavoro di Joe Dante: La Seconda Guerra Civile Americana, un film per la tv andato in onda su HBO nel 1997.
L’anno successivo, Dante dirige Small Soldiers, un’altra pietra miliare che, purtroppo, viene spesso presa sottogamba in quanto inserita con una certa sufficienza nella categoria, molto bistrattata, del cinema per ragazzi. Come se ci fosse qualcosa di poco dignitoso nel rivolgersi a un pubblico giovane.
Credo che Homecoming abbia molto a che vedere con la visione politica, lucida e coerentissima, espressa da Joe Dante in questi due film. Credo sia una loro diretta filiazione.
Il New York Times, all’epoca, lo definì “Il miglior film politico del 2005”.
Ovviamente è un horror, e altrettanto ovviamente, è una storia di zombie.

Che il cinema di genere vada avanti a cicli ripetuti periodicamente è un fatto dimostrabile: gli zombie romeriani nascono con il Vietnam e tornano in auge con le guerre di Bush II nei primi anni 2000. Il 2005 non è solo l’anno di Homecoming, è anche quello di Land of the Dead.
È mia profonda convinzione che il cinema contemporaneo sui morti viventi abbia smesso di essere efficace quando ha smesso di essere dichiaratamente politico, e la colpa sia da attribuire a Snyder e a The Walking Dead. No, non ho intenzione di elaborare. Ci sono quasi quindici anni di articoli che affrontano (anche) questo argomento.
Se il morto che risorge dalla tomba è sempre stato, nel corso della storia, metafora di qualcos’altro, l’operazione che qui compie Joe Dante è di estrarre lo zombie dalla metafora e intenderlo in senso letterale: a tornare dall’al di là non è la rappresentazione di un problema, di un dilemma, di una categoria specifica, è il problema, è il dilemma, è la categoria specifica: i caduti in una guerra basata su una menzogna, che escono dalle loro bare coperte dalla bandiera americana e chiedono di poter votare, per mandare a casa chi li ha spediti a morire.
A cercare di fermarli, troviamo il nostro protagonista, impegnato nella campagna elettorale per rieleggere il presidente. Nessuna ambiguità su dove risieda la simpatia di Joe Dante, che è schierato con convinzione dalla parte dei morti, e ricopre i vivi di disprezzo e di ridicolo per tutta l’oretta scarsa del suo film.

Come si evince dalla breve sinossi, Dante scardina le metafore e i simbolismi, perché in tempi difficili, bisogna usare un linguaggio facile e immediato: certo che Homecoming non è sottile, certo che non è raffinato. È satira brutale e diretta nei confronti di un potere che, in quegli anni, stava mostrando al mondo i propri muscoli con un’arroganza diversa, ancora più sfacciata rispetto al passato. Se si contestualizza il film all’interno della guerra al terrorismo, se ne riconosce la radice rabbiosa, ma anche la speranza di fondo che non sia tutto perduto.
Alla fine, Dante è sempre stato un ottimista. E del resto lo era anche Romero. È impressionante accorgersi di quanto Homecoming e Land of the Dead si somiglino, e di come arrivino alle stesse conclusioni, attraverso percorsi personali.
Potrebbe sembrare che Dante, attraverso la richiesta degli zombie di poter votare, mostri una fiducia nel sistema e nei meccanismi democratici che Romero non ha mai avuto, ma se si segue il film con attenzione, questa fiducia non è del regista, è dei poveri cadaveri decomposti tornati dall’Iraq, che credono sia sufficiente esercitare il loro diritto per raddrizzare ciò che è storto.
Dante, tuttavia, per quanto ottimista, non è un ingenuo, e le elezioni sono truccate. Non resta che la rivoluzione, a quel punto, quando ci siamo giocati tutte le carte possibili nei limiti della legalità. Non sto sovrainterpretando, sto raccontando quello che accade.

È sicuramente importante sottolineare la relazione che Homecoming intrattiene con il periodo storico in cui è stato realizzato, anche perché Dante si astiene giusto dal fare i nomi, ma non bisogna essere delle cime per capire di cosa sta parlando. Ma temo che un film come Homecoming, visto esattamente vent’anni dopo, non abbia perduto, abbia, al contrario, aumentato la sua potenza. Forse picchia più duro oggi di quanto facesse nel 2005, perché, al netto dell’uso criminale delle nuove tecnologie e di mezzi di comunicazione che, allora, non esistevano o erano a uno stadio embrionale, non ci sono troppe differenze tra la discussione politica del 2005 e quella del 2026, tra la campagna elettorale fittizia di Joe Dante e quella, reale, di un paio di anni fa. Per non parlare dell’ammazzare la gente in guerra basate su roboanti menzogne, solo che oggi non c’è neanche bisogno di costruirle in maniera elaborata: basta gridarle un po’ più forte e si trasformano in verità.
Vorrei sapere cosa ne pensa Dante, se ogni tanto si rivede il film e desidera che i morti comincino sul serio a uscire dalle tombe. Ma non per andare a votare.

Vent’anni fa, Homecoming venne frettolosamente liquidato (fatte salve vistose eccezioni) come un episodio deboluccio e troppo ingenuo. Oggi direbbero che è woke, e la cosa morirebbe lì. Ci si tende a concentrarsi soprattutto sull’idea centrale del film, che in ogni caso, è mutuata dal racconto breve da cui è tratto, Death & Suffrage di Dale Bailey (2002), ma secondo me la cosa che riesce meglio a Joe Dante è, analogamente a quanto già fatto in Small Soldiers, dipingere il militare americano come uno schiavo. Considerando quanto ce le ha fatte a fette il cinema bellico statunitense con i suoi valorosi soldati, vederli così indifesi, spauriti e sofferenti, senza che tuttavia Joe Dante ne voglia giustificare, anche in minima parte, le azioni compiute in vita, è una novità interessante. Anche perché, il discorso che fa Homecoming è prima di tutto di classe (e si torna a Land of the Dead, tanto per assicurarvi che non parlo a schiovere): ragazzotti di bassa estrazione sociale, che sono andati a farsi sparare in faccia, tornano indietro, convinti che le risposte che cercano risiedano nel sistema democratico. Quando anche questo li tradisce, si organizzano e cambiano il mondo. O almeno speriamo riescano a farlo, dato che intervengono i titoli di coda e il futuro rimane incerto.

Chi critica Homecoming per la sua mancanza di sottigliezza, dovrebbe soffermarsi a pensare che, in alcune circostanze, non è necessario essere sottili, che il cinema politico perde mordente quando è troppo sottile e si presta a troppe interpretazioni diverse. E soprattutto: cosa c’è da sottilizzare sui crimini di guerra lo sapete soltanto voi. Ce ne vorrebbe una dozzina almeno, oggi, di registi come Joe Dante, e di film come Homecoming, opere che hanno il coraggio di non essere ciniche o equidistanti, che anzi, accusano il cinismo dei potenti e glielo ritorcono contro per abbatterli uno a uno. Certe volte penso che, di sottigliezze, un giorno ci moriremo. 
So che Homecoming non è il più bell’episodio di Masters of Horror, ma per quanto mi riguarda, nel mio cuore, si prende il primo posto.

2 commenti

  1. Avatar di davide locatelli
    davide locatelli · · Rispondi

    Cigarette Burns è il capolavoro.

    Homecoming quello che mi è rimasto più nel cuore e che ho portato ad esempio più volte .

  2. Avatar di Giuseppe
    Giuseppe · · Rispondi

    Homecoming non ha necessità di essere sottile ma di essere attuale, e cazzo se ci riesce ancora bene ad esserlo, dopo più di vent’anni…

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