
Regia – Rod Blackhurst (2026)
Il rinnovato interesse, e il recupero critico, dell’horror dei primi anni 2000 si porta dietro quello per l’horror degli anni ’70, perché i due, come abbiamo già tante volte detto in questa sede, sono legati a doppio filo, i cicli nostalgici subiscono un ricambio ogni venti, venticinque anni o giù di lì, e l’horror si è sempre mosso a cicli ed eterni ritorni dell’uguale. La conseguenza più ovvia di tutto questo è l’exploitation, fatta uscire dall’ingresso principale quando siamo diventati tutti sofisticati, sta rientrando dalla finestra.
Dolly è exploitation pura: girato in 16mm con uno stile grezzo e lurido, rimanda al cinema da battaglia del New Horror, ma passato attraverso il tritacarne del torture porn di inizio secolo. Non lo definirei un gran film, e forse non ha nemmeno l’ambizione di esserlo, ma è brutto, sporco e cattivo, ed è anche un termometro interessante, perché non è un caso isolato, ma soltanto l’ennesima dimostrazione che abbiamo ripreso il nostro ruolo di reietti che ruttano in faccia alla gente, proprio nell’anno in cui i tipi in giacca e cravatta si sono accorti della nostra esistenza. Insomma, a noi la rispettabilità e l’acqua corrente ci fanno schifo. Me ne compiaccio.
Dolly racconta di una coppia di fidanzati (lui ha intenzione di chiedere a lei di sposarlo) che, durante un’escursione in mezzo ai boschi, si imbattono in una stramba creatura con una maschera da bambola. Ella procede a mettere fuori combattimento il futuro marito e a caricarsi la futura moglie sulle spalle, per vestirla come una bimbetta il giorno della sua prima comunione, tenerla prigioniera, e accudirla a modo suo, trattandola un po’ come una figlia, un po’ come un bambolotto a cui dare il biberon (e non solo, purtroppo per noi spettatori). Seguiranno diversi tentativi di fuga, fino all’atteso scontro dell’ultimo atto, anzi, capitolo. Il film è diviso in capitoli.
Niente di nuovo sotto il sole, per carità, e non solo nel torture porn di quando eravamo giovani e sbarazzini, ma anche di recente. Barbarian è il primo esempio che mi viene in mente, anche se Barbarian era condotto con maggiore intelligenza e con un umorismo macabro che qui è del tutto assente.
Perché, appunto, di exploitation si tratta, è quella roba lì; non ha intenzione di scardinare chissà quale codice di genere o di reinventare la struttura narrativa del survival, vuole soltanto replicarla, cercando di essere il più sgradevole possibile.
E ci riesce, ammazza, se ci riesce. Quando non hai chissà quanta sostanza in una sceneggiatura che potrebbe essere scritta su uno scontrino, e avanzerebbe ancora spazio, ti devi giocare tutto in altri reparti. Se fosse uno slasher, toccherebbe utilizzare la tensione, ma questo non è uno slasher, è un film con un solo personaggio, più un paio di comprimari che passano di lì per essere macellati, e con un’antagonista spaventosa, muta e completamente priva di motivazioni o psicologia (detto come complimento, sia chiaro). Ti resta soltanto creare una serie di quadri uno più abietto dell’altro, e far passare la tua protagonista attraverso un calvario di sofferenze atroci e momenti che le costeranno anni e anni di soldi spesi in terapia. C’è quindi un bel po’ di ottimo gore, e ci sono tutti quei dettagli raccapriccianti che fanno male soprattutto perché infrangono dei tabù. Si potrebbe dire che l’horror i tabù li ha ormai infranti tutti, ed è vero, ma farlo con questa disinvoltura e con questa arroganza, come se nessuno lo avesse fatto prima di te, ti dà qualche punto simpatia. Perché è vero che Blackhurst ha visto Non Aprite quella Porta sei milioni di volte e poi ha detto: lo faccio anche io, ma con le bambole, però ci ha messo tanta passione dentro. Ci crede, gli piacciono queste cose un po’ laide, e di sicuro piacciono anche a noi, altrimenti non staremmo qui.
Aiuta molto il fatto che sia girato in pellicola, e in 16mm, con tutta quella deliziosa grana sulle immagini, che le rende ancora più sporche, e aiuta, a livello meno tecnico e più concettuale, la scelta di non voler buttarla su metafore o allegorie, ma di essere volutamente lineare e diretto: c’è una pazza nel bosco e vuole essere una madre a tutti i costi, non sappiamo perché e, soprattutto, non ci interessa saperlo. Quando la pazza ti cattura, sei in grado di stare al gioco per aver salva la vita? Se sì, per quanto tempo resisti? Quando ti cambia il pannolino? Quando ti mette il ciuccio? O quando fa qualcosa di peggio?
La protagonista, Fabianne Therese (l’abbiamo vista in Southbound), è molto brava e molto in parte. Riesce a mantenere un’aria sbigottita e incredula anche quando deve, per esigenze di copione, tramutarsi nella final girl che tutti sappiamo diventerà. Sembra sempre che non riesca ad accettare cosa le sta accadendo, che sia convinta sia tutto un brutto sogno. Dall’altro lato della barricata, abbiamo la wrestler Max the Impaler a interpretare Dolly, con una presenza scenica che non potrebbe essere più minacciosa. La bizzarra dinamica che si viene a creare tra le due funziona e inchioda allo schermo quanto basta per non annoiare mai.
Poi, non dovrei essere io a dirvelo, se conoscete la materia, assisterete ad alcune tra le decisioni più stupide mai prese da dei personaggi, vi verrà voglia di tirare oggetti a caso contro lo schermo, gridando a tizio di non fare una certa cosa, e lui puntualmente, la farà, trovando morte certa. L’unica con un barlume di raziocinio è la protagonista, mentre chi le gravita intorno, corre incontro alla propria fine a braccia aperte. Ma non è un problema: siamo qui anche per questo. I film come Dolly ci aiutano a ribadire concetti ovvi: non si esce dal sentiero durante un’escursione, se vedi un cimitero di bambole appese agli alberi e disposte in cerchi sul terreno, torna da dove sei venuto, se incontri una tipa grossa come un armadio a sei ante nel bosco, non ti avvicinare, e così via. Il regista ne è consapevole, e ci gioca pure, in uno dei rarissimi momenti in cui si permette il lusso di fare dell’ironia. A noi serve che la poveraccia arrivi tra le grinfie di Dolly; come ci arriva, è un dettaglio trascurabile.
Che vi devo dire: io sono di bocca buona e mi sono divertita. Credo anche che il risorgere di questo tipo di horror, dopo essere stato ostracizzato e guardato dall’alto in basso per circa un decennio, sia una faccenda da non sottovalutare. Andando avanti di questo passo, possiamo pure tornare ai fasti della New French Extremity, chi lo sa? E, in ogni caso, il passaggio del cosiddetto elevated horror è servito a inserire, anche in questi film più grezzi e senza eccessive ambizioni, un gusto per il grottesco e per le deviazioni dalla norma che li rendono contemporanei, anche quando si guardano alle spalle.
Io sono pessimista su ogni aspetto dell’umana esistenza, ma sul futuro dell’horror, sono sempre più ottimista. Non ci ammazzeranno mai. Torniamo sempre.










