
Regia – Donna Davies (2026)
Questo è l’anno dei documentari horror di Shudder, che rappresentano un buon punto di partenza se si vuole cominciare ad affrontare un determinato argomento. In questo caso, l’argomento è quello che, tra una cosa l’altra, tratto su questo blog da quasi quindici anni, e non solo: si può affermare che lo vivo ogni santo giorno sulla mia pelle. Vi sarà quindi facile immaginare quanto sia importante, per la sottoscritta, che questo documentario esista.
Per chi non sapesse di cosa parlo, 1000 Women in Horror è, innanzitutto, un libro, scritto dalla divina Alexandra Heller-Nicholas e pubblicato nel 2020. Il documentario che ne è stato tratto è non soltanto un adattamento in immagini e interviste del lavoro enorme fatto da Heller-Nicholas sulla storia delle donne nel nostro genere preferito; è anche una sua espansione, perché sulla carta la ricerca si ferma al 2018, e dal 2018 a oggi è praticamente cambiato tutto.
Il documentario è diviso in capitoli, ognuno dei quali è dedicato a un momento specifico nella vita di una donna, dall’infanzia alla vecchiaia, passando per il settore lavorativo e, ovviamente, la maternità, e alla loro rappresentazione nel cinema dell’orrore, non necessariamente scritto o diretto da donne.
I vari temi sono affrontati da diverse addette ai lavori: registe, critiche cinematografiche, produttrici, sceneggiatrici. Tante facce che chi bazzica il settore ha imparato a conoscere e ad amare nel corso degli anni. Oltre alla già citata Heller-Nicholas (che offre sempre gli spunti più interessanti), ci sono Toby Poser, Kate Siegel, Natasha Kermani, Brea Grant, Chelsea Stardust e tantissime altre, che vi lascio il piacere di scoprire guardando questi novanta minuti e spicci densissimi di informazioni e di riflessioni mai banali.
Va tenuto presente che l’intento del documentario è di raggiungere un pubblico più ampio possibile, e magari chi è più esperto in materia non ci troverà granché di nuovo, ma ho trovato ammirevole il fatto che le autrici si siano concentrate su un aspetto che di solito non siamo abituati a vedere troppo sotto i riflettori: cosa attrae una spettatrice nel cinema dell’orrore, e cosa la spinge a diventare un’appassionata prima e, in alcuni casi, una che con l’horror ci lavora?
Se ognuna delle ospiti del documentario ha la sua esperienza personale da raccontare, spicca ciò che hanno tutte in comune, ovvero la rivelazione, che arriva di solito in tenera età, che l’horror parla a noi e parla di noi, anche quando non siamo noi a farlo. Non è soltanto per la presenza delle final girl che si sono avvicendate nel corso degli anni, anche se la cosa ha un suo peso, dovuto al fatto che trovare protagoniste che ci somigliassero non è mai stato semplice o immediato, che le donne, negli altri generi, fossero quasi sempre relegate a figure di contorno e di supporto ai maschi. Questo è scontato, è banale ed è anche dimostrato statisticamente.
Per citare proprio Heller-Nicholas, l’horror parla di corpi, e questi corpi hanno sempre avuto una connotazione di genere. In altre parole, nell’horror, il corpo è un campo di battaglia, e se la guerra si è svolta anche su corpi maschili, è difficile negare che il teatro principale del massacro sia stato sempre il corpo femminile. Che siamo vittime, mostri, eroine (e spesso il confine tra questi tre ruoli è sfumato, spesso non esiste neppure), siamo sempre lì, al centro del discorso. E questo è da considerarsi un unicum nella storia del cinema e della narrativa. Siamo il centro del discorso anche quando non ci siamo, come in Frankenstein, perché il male deriva proprio dalla volontà (maschile) di fare a meno di noi, come James Whale sintetizza magnificamente nel suo capolavoro del 1935.
Il fatto che l’horror sia stato considerato per anni un club per soli uomini non è soltanto fuorviante, è proprio falso: non può esistere horror senza le femmine, non se ne esce. Un po’ come non può esistere senza l’outsider, qualunque esso sia. E cosa c’è di più outsider di una donna mostruosa, che si comporta in maniera opposta a ciò che il destino ha deciso per lei, a ciò che le è stato imposto come modello di femminilità, e anche se per lo spazio di pochi minuti, trionfa?
Lo abbiamo detto un sacco di volte qui: non ha importanza che, nell’horror più tradizionale, a un certo punto lo status quo venga ripristinato e ognuno torni a svolgere il proprio ruolo. Resta impresso quanto accade prima del ripristino, il caos scatenato, l’infrazione di ogni regola, il rovesciamento dello stereotipo, la sovversione dell’ordine sociale.
L’horror non chiede il permesso di essere sguaiato e sgradevole, non sta composto, non nasconde la propria rabbia dietro a un sorriso (siamo più carine quando sorridiamo), può sporcarsi il vestito e può andare in giro spettinato. Immaginate, se ci riuscite, quanto può essere liberatorio tutto questo per una ragazzina di dodici o tredici anni, e capirete perché moltissime donne, se hanno la fortuna di avvicinarvisi, finiscono per rimanere invischiate nel cinema e nella narrativa dell’orrore, dell’arte perturbante in generale, e poi per voler partecipare alla sua creazione.
E roba nostra, dalle origini.
Le interpretazioni femministe, la destrutturazione dei codici del genere operata da autrici come Julia Ducournau o Coralie Fargeat, la consapevolezza a livello critico del ruolo dei personaggi femminili all’interno delle varie fasi della storia del cinema dell’orrore, sono tutte arrivate dopo quella scintilla, quel guardare lo schermo e riconoscersi, forse per la prima volta nella nostra vita, nella sala buia di un cinema o nei salotti delle nostre case, con la luce blu che ci pulsa in faccia e quell’attrazione intima, viscerale, nei confronti di un qualcosa che ci parla, anche se non sappiamo bene cosa ci dica o perché ce lo dica. Si elabora poi, ci sinnamora prima.
Ecco, più di tutto il resto, mi ha colpito il racconto di quel momento in cui scatta l’identificazione, perché è una storia che tutte le partecipanti hanno in comune, e si illumina lo sguardo di tutte mentre ne parlano, perché è una cosa che è successa anche a me, e credo sia successa a tutte le ragazze che leggono questo blog, anche se sono in poche a commentare, perché ancora dobbiamo chiedere il permesso e scusarci se ci piace qualcosa che ci hanno ripetuto fino alla nausea non appartenerci.
Quando dico che a me l’horror ha salvato la vita più volte, non esagero. È stato, di fatto, così. Me l’ha salvata perché mi ha fatto capire che non ero sola, che in giro ce n’erano altre come me.
Purtroppo, dalla scintilla al trovarsi sul set con un film in mano, il passo è lunghissimo, e spesso ti fanno lo sgambetto, non ti prendono sul serio, ti rovinano il film all’uscita con un marketing tutto sbagliato (qualcuno ha detto Jennifer’s Body?), o ti assaltano online perché hai osato andare a pisciare nel loro territorio. È che lo sanno che non è loro, quel territorio, quindi lo difendono con la rabbia degli usurpatori.
Tra tutte le ospiti di 1000 Women in Horror, quella che mi ha spezzato il cuore è stata Chelsea Stardust (Satanic Panic, Into the Dark), in parte per quanto è felice di far parte di questa community di cinematografare, un po’ per il dolore che traspare dalle sue dichiarazioni in merito alle difficoltà incontrate nel corso della carriera.
Kate Siegel racconta il suo parto facendo impallidire qualunque body horror possa venirvi in mente, Toby Poser è una delle creature più tenere sulla faccia della terra e Brea Grant ha degli aneddoti deliziosi sui registi (maschi) con cui ha lavorato e su come ha dovuto, ogni volta, spiegargli che no, le donne non si comportano così nella vita reale.
Insomma, il documentario è anche divertente, loro sono tutte tanto simpatiche e vorresti fossero le tue migliori amiche, ci andresti al cinema, a mangiare la pizza, a fare i pigiama party. È una visione confortante e dolcissima, una carezza, un film da rivedere quando ti prende la depressione e pensi che sia tutto inutile.
Per fortuna non lo è. Vi amo, ragazze.











Cavolo, mi hai fatto commuovere! Parli di un doc e poi alla fine parli di te e – un poco – di e per tutte le donne. Lo guarderò con un pizzico di invidia perché so che quel giardino pieno di colori e profumi dai cancelli altissimi per noi resta inaccessibile e quel che possiamo fare è solo osservarlo senza mai possibilità di accedervi veramente.