Keeper

Regia – Osgood Perkins (2025)

Finalmente, mesi e mesi dopo la sua uscita oltreoceano (anche in digitale, quindi lo avete già visto tutti, temo), sbarca anche da noi l’ultimo lavoro di Perkins, e io, per una volta tanto, sono stata brava e ho atteso, recandomi al cinema anche con un certo grado di scazzo, data l’accoglienza non proprio entusiastica che è stata riservata al film.
Poi succede che esco dalla mia sala di fiducia e mi domando cosa vi siete fumati tutti quanti. Non perché Keeper vi debba piacere per forza, eh, mai sia, ma perché è Perkins in purezza, 100% Perkins senza compromessi, roba che ti accorgi che è diretto da Perkins alla prima inquadratura.
Di conseguenza, non capisco il motivo per cui vi sia andato così tanto contropelo. O forse sì: Keeper è molto più simile al Perkins degli esordi che a quello di Longlegs o The Monkey, che sono i suoi film più accessibili, soprattutto il secondo.
Ora, io credo che The Monkey sia la cosa migliore che Perkins ha fatto, ma è un problema mio e del mio senso dell’umorismo deviato. Keeper mi è piaciuto un po’ meno, ed è di sicuro quello che gli anglofoni definiscono un “side project”, ovvero un film minore e “piccolo”, in ogni senso possibile. Ma lo stesso, se amate le atmosfere che Perkins riesce sempre a creare, allora è un gran bel viaggio.
Dato che è un film uscito da qualche mese, sarò un po’ più dettagliata del solito e più elastica per quanto riguarda gli spoiler. Insomma, leggete a vostro rischio e pericolo.

Ha una trama molto esile, Keeper: Malcom (Rossif Sutherland, da qui i poi, per comodità, Il Ratto), porta la sua fidanzata Liz (Tatiana Maslany) a passare qualche giorno nella casa nel bosco di famiglia. Succedono cose bizzarre. Fine. Statico e rarefatto, con un ritmo che potrebbe mettere a dura prova chi lo andrà a vedere agli ultimi spettacoli, Keeper vede per quasi tutta la sua durata (e sono circa 100 minuti) un solo personaggio in campo, due quando Perkins decide di essere frizzantino. In una scena, una sola, sono addirittura quattro, ma dura poco. Si svolge quasi esclusivamente all’interno di questa villa in campagna tutta legno e vetrate, che più che un’abitazione per gli esseri umani, pare una cattedrale, ed è pure avaro di dialoghi, anche perché, se Liz se ne sta da sola per oltre la metà del tempo, difficile che chiacchieri con qualcuno.
Il fatto che sia un film molto divertente e pieno di tocchi di umorismo macabro e ironia fuori posto, non fa che avvalorare la mia tesi su Perkins come re della horror comedy. Ma forse non siete ancora pronti per un’asserzione così radicale. Ma io ho intenzione di insistere e non rinnego nulla: il tono di Keeper, nonostante l’immaginario da incubo che si insinua agli angoli di ogni fotogramma, è sempre beffardo e, alla fine, è tutta una gigantesca burla.

Ai danni di chi, mi pare la cosa più importante da stabilire. Fino agli ultimi cinque minuti, Liz è la vittima designata (non l’eletta, mannaggia a chi vi dà da lavorare), e anzi, è l’ultima di una lunga catena di vittime designate, che vediamo nella sequenza d’apertura, criptica fino a quando non si rivela il vero motivo per cui il Ratto ha portato la sua nuova fidanzata proprio lì, e perché a un certo punto, l’ha lasciata sola accampando una scusa lavorativa.
Per tutto il tempo, il Ratto ripete a Liz che lei “non è come le altre ragazze”, lei è diversa, e non solo lui la ama, ma ancora più importante, gli piace. Se non vi rendete conto dell’orrore strisciante, e anche della violenza, sottintesi in queste parole, allora avete urgente bisogno di aiuto, e dico sul serio.
Perkins dissemina la prima parte del suo film di dettagli incongrui, di battute, a un primo ascolto, incomprensibili, di momenti in cui Liz percepisce che qualcosa non torna, ma è impossibile stabilire con esattezza cosa.
Come accade quasi in ogni altra opera di Perkins, le risposte vanno trovate nelle zone dell’inquadratura in cui l’occhio non cade in automatico, nella famosa “aria in testa” che il regista piazza sui suoi personaggi, negli sfondi fuori fuoco, nei movimenti ai margini che facciamo fatica a registrare, ma che comunque ci colpiscono a un livello non del tutto cosciente.

Che Liz, agli occhi del Ratto, sia esattamente come le altre donne che lui ha già portato lì, è abbastanza evidente, solo che, come molti ratti della sua specie (e non me ne vogliano i ratti non umani, ai quali va la mia stima imperitura), pecca di un eccesso di sicurezza e non capisce di trovarsi all’interno di un folk horror, genere ove la ripetizione e il ritorno del passato hanno un peso specifico molto importante. Essendo, appunto, un ratto, il Ratto crede di saper maneggiare, e anche di essere in grado di dominare, un tipo di magia che non gli appartiene, non è di sua competenza, e già per troppo tempo gli è andata bene. La vuole ingabbiare, soggiogare, farne uno strumento di potere, ma il potere, soprattutto un determinato tipo di potere che si trova nei boschi, non è una cosa facile da tenere sotto controllo e, prima o poi, ti sfugge. Per superficialità, per tracotanza, per la malriposta convinzione di essere intoccabile.
E quindi è ovvio che la burla gli si ritorca contro e sia ai suoi danni (e ai danni di un altro Ratto con cui si accompagna), ma se andiamo un po’ a scavare, il discorso si amplia.

Il 2025 è stato, per quanto riguarda l’horror, un anno in cui la nozione di amore romantico è stata messa in discussione più volte, a partire da Companion, per esempio, e passando per Together (che comunque alla fine, anche se in maniera un po’ bislacca, lo riafferma e glorifica), si è fatto tutto un discorso abbastanza interessante sulla funzione dei corpi all’interno di una relazione, e sul loro sfruttamento. Corpi femminili, è inutile che ve lo dico, ma io ve lo dico lo stesso, caso mai non fosse abbastanza chiaro.
Keeper va inserito, a mio parere, in questo contesto di messa in discussione della coppia tradizionale, ed è forse il film che la demolisce con piglio più selvaggio e senza fare prigionieri.
Questa demolizione, implacabile, è costruita molto bene sin dai titoli di testa, e nel modo in cui il personaggio di Liz si relaziona al Ratto, e non soltanto da un certo momento in poi, quando si comincia a rendere conto di quanto sia tutto storto e sbagliato, ma da subito, dalle telefonate con l’amica, dalla reticenza con la quale gli si avvicina, come se il suo corpo già sapesse tutto, e la sua mente ancora non avesse realizzato.
È un film molto sottile, Keeper, e sono sicura che, dopo la perplessità che ha suscitato, verrà apprezzato di più nelle visioni successive alla prima. Ti entra sotto la pelle.

Ultime parole dedicate a Tatiana Maslany, che si porta a spasso tutta la struttura del film da sola, tenendola al guinzaglio, e regala un’interpretazione fuori dalla grazia di Dio, mai sopra le righe, costantemente in bilico tra la paranoia e il terrore cieco di un animaletto in trappola. Dovrebbe fare più horror, la ragazza, e lo dico dai tempi del secondo Ginger Snaps. Per fortuna che la vedremo, sempre diretta da Perkins, nel suo prossimo The Young People.
So che il film è stato accostato a Lynch, e va bene, ci sta, ma io ci ho visto tantissimo Polanski degli anni ’60, Repulsion in particolare, e se il paragone vi sembra azzardato, non so cosa dirvi: prestateci attenzione. 

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.