Whistle

Regia – Corin Hardy (2026)

Mi domando spesso quando abbiamo cominciato investire ogni horror contemporaneo dell’obbligo di reinventare il genere. Deve essere stato più o meno una decina d’anni fa, ma non ne sono sicura: forse faccio solo coincidere questa brutta abitudine con il momento in cui la critica “colta” si è resa conto che l’horror esisteva e aveva persino delle cose da dire. Di questo passo, arriveranno pure agli Oscar, questi incivili, signora mia.
Non fraintendetemi, è una cosa stupenda quando un film riesce a essere un’opera radicale e nuova, che cambia le regole del gioco. Ma si tratta di casi rari. L’ossatura del nostro genere preferito è costituita da film a formula, perché la formula è ciò che rende un horror riconoscibile, è ciò che ci dà conforto nei momenti bui della nostra vita, ciò che ci fa sentire a casa.
Per citare per l’ennesima volta Stephen King: l’horror è come il rock’n’roll. Entrambi sono immortali, e questa caratteristica non muterà fino a quando rimarranno fedeli a loro stessi.
È il genere che funziona così, non le ho fatte io le regole.
Tutto questo per dire che non ho capito l’accanimento e l’astio riservato a un teen horror dignitoso e divertente come Whistle. Io sono uscita dalla sala con una sensazione di appagamento maggiore rispetto a quella provata con Scream 7, per dire.

Whistle fa parte della progenie scaturita dal successo di due horror recenti in particolare: Smile e Talk to Me, e sapevamo che entrambi avrebbero creato una serie di film minori, pronti a mettersi nella loro scia e a sfruttarne la risonanza. Succede sempre. Bisogna aggiungere alla miscela anche un pizzico di Final Destination, più il solito Scream, ma Scream va aggiunto a ogni miscela, quindi non sto dicendo nulla di particolarmente arguto.
Dopotutto, Smile e Talk to Me sono a loro volta progenie di Scream e Final Destination, sempre per ribadire il concetto di cui sopra: non è necessario reinventare la ruota, ragazzi, la ruota è perfetta così com’è e procede spedita, senza chiedere il permesso a voi.
Racconta di un gruppo di liceali che entra in contatto con un antico manufatto atzeco, il fischietto del titolo. Ci pasticciano un po’, una di loro ci soffia dentro, parte un suono orrendo che dovrebbe metterli in agitazione, ma di fatto non li sposta di un millimetro, e nel giro di qualche giorno, quelli che lo hanno sentito prendono a morire in maniere bizzarre e scientificamente impossibili, dando così a Corin Hardy la possibilità di sbizzarrirsi in un paio di sequenze di morte tra le più estreme e interessanti io abbia mai visto. Sì, anche con la CGI, che avete rotto il cazzo a criticarla quando vi fa comodo.

I protagonisti sono abbastanza generici, tranne le due probabili final girl, Chrys (diminutivo di Chrysanthemum: quando i tuoi genitori ti odiano ancora prima che tu venga al mondo) ed Ellie, rispettivamente interpretate da Dafne Keen e Sophie Nélisse. Qui le si ama moltissimo entrambe e si fa il tifo per il loro futuro da scream queen (o regine dell’urlo, come il doppiaggio osceno di Scream 7 ci insegna). Non che i loro personaggi abbiano chissà che guizzi di scrittura, per carità, ma sono una coppia di giovani lesbiche, e questa cosa, in un horror a formula, mi scalda sempre il cuore e mi dà tanta speranza per il futuro. Nei teen horror con cui sono cresciuta io, queste cose non esistevano, ce le dovevamo andare a cercare in qualche sotto testo. A dire la verità, sono rare anche in quei film che hanno la pretesa di rivoluzionarlo, il genere, quindi fatemi gioire in pace, se qualche ragazzina si vede sullo schermo e si sente meno sola.
Non è tuttavia generica la maledizione del fischietto della morte, per quanto possa suonare (scusate) un po’ ridicola. Al netto della sua essenza derivativa, è stata pensata con cura e realizzata molto bene. Hardy è un ottimo regista, ha tanto mestiere, e si vede che il suo obiettivo è proprio quello di riportare in vita quella qualità specifica di horror, tipica del periodo a cavallo tra i due secoli. E se questo tipo di horror è tornato di moda, tornate a bussare a casa Scream, numero civico 5 e 6.

Da un punto di vista estetico quindi, Whistle ha l’aspetto di un videoclip di trent’anni fa: è colorato, è sempre dinamico, piazza una trovata visiva in ogni singola scena, ma non dà mai l’impressione di voler stupire lo spettatore con le gesta funamboliche della macchina da presa. È molto bello da guardare, però la sua bellezza non è aggressiva, non è pacchiana, quasi Hardy si vergognasse di aver girato e messo in scena così bene un horror così privo di ambizioni.
Eppure, anche questa è una caratteristica tipica del genere: una struttura standard, morbida, malleabile, sulla quale ci si può divertire e, in questo caso sì, inventarsi delle cose nuove. Non accorgersi della differenza che passa tra un film come Whistle e, che so io, un altro figlio illegittimo di Talk to Me come il recente Tarot, per esempio, significa non comprendere come funziona lo sguardo, e di conseguenza come funziona il cinema.
Se la sceneggiatura di Whistle è prevedibile, scontata, scandita da eventi che si possono anticipare con precisione millimetrica, la sua regia non lo è affatto, è lì che il film ti piazza le sue sorprese, i suoi momenti di follia, allucinati, che spezzano la formula senza doverla spezzare davvero.

Non voglio convincere nessuno che questo horror tanto bistrattato sia un capolavoro, e non solo perché sta a qualche migliaio di chilometri di distanza dall’esserlo, ma proprio perché non ne ha bisogno: è sfrontato nell’essere ciò che è, ovvero un film dignitoso, realizzato con lo scopo di intrattenere e di far saltare il pubblico sulla sedia, di disgustarlo con ogni mezzo a sua disposizione, di prenderlo letteralmente a secchiate di sangue in faccia, macellando adolescenti come se non ci fosse un domani, e con una cattiveria, quella sì, abbastanza fuori del comune.
Poi, se questa roba non vi piace o vi ha stufato, è del tutto legittimo: io non ne ho mai abbastanza. Datemi tre film all’anno come Whistle e sarò felice e saltellante.
Soprattutto se, a fare capolino tra il cast di volti giovani, ci sono un paio di vecchie volpi come Nick Frost e Michelle Fairley, entrambi arrivati dritti dalla madrepatria di Hardy per tenergli la manina. Incassano l’assegno, rubano la scena a tutti, e se ne vanno in gloria.
La gloria della serie B in gran spolvero che arriva addirittura in sala. Ma cosa desiderate di più dalla vita? Fear Street: Prom Queen?

Whistle, a mio modesto parere, è un signor horror, tradizionale quanto volete, ma che procede come uno schiacciasassi per tre quarti della sua durata. Purtroppo, si sgonfia un po’ nei venti minuti finali, diciamo a partire da una certa morte altamente esplosiva, fino ai titoli di coda. Resta godibile anche lì, però è meno interessante, ancora più generico, e pure un po’ confuso.
Ci sarebbe scappata la quarta stella su Letterboxd, se avesse retto con la stessa intensità sino alla fine. Così sì ferma a tre e mezza, ma gli si vuole bene lo stesso.
È il tipo di film che difendo fino alla morte, perché rappresenta il prodotto medio, quindi la struttura portante di un genere che diventa sempre più elevato e ambizioso, ma a volte rischia di smarrire la sua ragion d’essere: farci dimenticare per un centinaio di minuti l’esistenza del mondo esterno, noioso e lugubre. E chi vi dice che l’horror vi deve sempre ridurre in poltiglia e non può essere semplicemente divertente, è amico delle guardie e dei preti.

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