
Regia – Kevin e Matthew McManus (2025)
I fratelli McManus hanno un approccio al cinema molto simile a quello di Benson e Moorhead: idee complesse, pochi soldi per realizzarle, tanta buona scrittura e coprire le magagne di budget. Si muovono, proprio come i due registi di The Endless, sul confine tra horror e fantascienza.
Il loro film precedente a questo, The Block Island Sound, metteva in scena una storia lovecraftiana senza mostrare quasi nulla; con Redux Redux, hanno deciso di occuparsi del multiverso con quattro lire e cinque location, e lo hanno fatto meglio del 90% della filmografia Marvel.
Insieme alla loro sorella Michaela McManus, sono destinati a diventare una realtà importante dell’horror indipendente americano, e non vedo l’ora di sapere cosa combineranno in futuro, perché il loro è uno sguardo fresco, fuori dall’ordinario, estremamente personale e vivo, e con Redux Redux mi sono proprio entrati nel cuore.
Irene si sposta da un universo all’altro per uccidere tutte le versioni dell’assassino di sua figlia. Neanche ricorda quante volte lo ha fatto, in quanti universi è saltata, e da quanto tempo si è imbarcata in questa missione che potrebbe anche durare in eterno. Per viaggiare usa un’apparecchiatura molto simile a una bara di metallo. Nel corso degli anni è diventata molto efficiente e organizzatissima. La incontriamo mentre mentre spara in faccia al serial killer di giovani donne Neville (Jeremy Holm), in pieno giorno davanti a tutti, nella tavola calda dove l’uomo lavora come cuoco, la stessa in ogni universo, e assistiamo alla sua fuga nell’universo successivo, dove la routine ricomincia da capo.
L’imprevisto si manifesta nella persona di Mia (l’esordiente Stella Marcus), prigioniera nel covo di Neville, e destinata a diventare la sua prossima vittima. Irene la libera e se la porta dietro, perché la ragazza è sola, orfana e senza un posto dove andare, oltre a essere furiosa col mondo intero e seriamente intenzionata a seguire le orme di Irene.
Redux Redux è quindi un revenge movie con una struttura atipica: la vendetta non si esaurisce una volta ucciso il responsabile del trauma della nostra protagonista, ma si ripete ancora e ancora e ancora, in uno schema monotono, sempre uguale a se stesso, che per sua stessa natura, non può essere catartico.
Irene ha cominciato a viaggiare tra universi paralleli nella speranza che ce ne fosse uno in cui sua figlia sia ancora in vita, ma ben presto la rabbia ha preso il posto della speranza, e adesso Irene è diventata una macchina che esegue sempre gli stessi gesti, un grumo pulsante di dolore e disperazione che si anestetizza uccidendo all’infinito lo stesso uomo. Il sollievo dura giusto il tempo di cambiare universo, e poi si torna al punto di partenza. Un circolo vizioso estenuante, spezzato dall’arrivo di Mia, e da tutti i problemi che la sua presenza comporta.
Quello del multiverso è un concetto ambizioso, che sulla carta richiede grandi scenari e gran dispendio di denaro. Ma ai McManus tutto questo non interessa più di tanto: c’è un discreto lavoro di world building che viene sciorinato attraverso un paio di dialoghi esplicativi, però non si perde poi chissà quanto tempo a dare spiegazioni sul come e sul perché; l’esistenza di varie realtà parallele viene data per scontata, e il film si concentra soprattutto sulle conseguenze intime di una vendetta che rischia di non avere un punto di arrivo: ci sarà sempre un luogo in cui l’assassino è vivo, la figlia di Irene non tornerà in vita, e non importa con quanta violenza Irene eseguirà il compito che si è data: è una partita che non si può vincere.
Visto in questo modo, il multiverso non è un inebriante oceano di possibilità tutte diverse tra loro, è una squallida carrellata di luoghi tutti uguali, di persone che compiono sempre gli stessi errori, di vittime che non è possibile salvare e colpevoli che la fanno comunque franca.
Al netto delle sporadiche esplosioni di ferocia e di qualche dettaglio gore piazzato con gusto qua e là, Redux Redux è un film molto cupo e malinconico, che parla di perdite che rimangono irreparabili, anche quando hai a disposizione una macchina per viaggiare da un universo all’altro, di persone rotte e di un dolore così grande, così ingestibile da trasformarti in una creatura che stenti a riconoscere.
Quando anche bruciare vivo l’assassino di tua figlia più e più volte non ti concede un briciolo di pace, che cosa ti resta?
Redux Redux lascia in sospeso la domanda, pur concedendo un timido barlume di speranza a Irene nei minuti finali. Se non altro, le offre un obiettivo diverso dall’uccidere, qualcuno da salvare e da proteggere, che comunque non è poi così poco. Fermo restando che quel male non passerà mai e il peso dell’orrore vissuto e perpetrato se lo dovrà portare sempre addosso.
Nonostante l’esplorazione del multiverso sia un qualcosa a cui abbiamo fatto l’abitudine, Redux Redux ce la presenta in una forma nuova, con una prospettiva minimalista e con grande sensibilità. Anche il lutto e la vendetta, soprattutto se siamo appassionati di horror, li abbiamo visti in ogni declinazione, però inserite in questo contesto così particolare, in cui la tecnologia non è altro che benzina atta ad alimentare la rabbia e il dolore di una madre, assumono tutto un altro sapore.
Michaela McManus è bravissima a portarsi al guinzaglio quasi tutta la prima parte del film da sola e a sostenere anche una prova fisica davvero impegnativa, ma dà il meglio di sé quando duetta con la sua giovane collega al primo lungometraggio. Quelle due, insieme, sono una miscela esplosiva.
Cinema indipendente nella sua dimensione migliore, Redux Redux è la dimostrazione pratica che non esiste storia troppo ambiziosa, e che in fondo il mumblegore non è mai morto.










