
Regia – Matthew Loren Oates (2025)
Abbiamo già iniziato a inoltrarci nell’horror del 2026, ma c’è ancora qualcosa da smaltire dall’anno scorso. In questo caso non si tratta di un horror vero e proprio, ma di un film che si muove in territori adiacenti al nostro genere preferito. Xeno è un interessante debutto alla regia che è passato quasi del tutto inosservato e, se non fosse che io passo gran parte del mio tempo a cercare film da sottoporre al giudizio del nipote, forse sarebbe sfuggito anche a me, perché non ne ha parlato nessuno.
Non fatico a comprendere i motivi di questo fiasco: Xeno è un film senza uno specifico pubblico di riferimento. Troppo drammatico e intenso per dei bambini, troppo per bambini per gli appassionati di horror e affini. È, sostanzialmente, una favola molto triste, a tratti anche cruda, che risponde alla domanda: cosa succederebbe se E.T. non fosse puccioso?
Però attenzione, perché Xeno non è Psycho Goreman, che potrebbe essere definito E.T. per psicopatici; è molto vicino a certo cinema per ragazzi di qualche decennio fa, ispirato al lavoro di Spielberg, ma con un tono generale cupo e, a tratti, lugubre.
La protagonista di Xeno è Renee (la nostra Lulu Wilson) quindicenne trapiantata dalla madre in mezzo al nulla del deserto del New Mexico dopo la morte del padre. Renee è una ragazzina fissata con i rettili, che possiede un bellissimo serpente, qualche lucertola, un drago barbuto e altre creaturine adorabili. Ha seri problemi a comunicare con la mamma, che ancora non è riuscita a elaborare il lutto della scomparsa improvvisa del marito e, soprattutto, ha un nuovo compagno che è un ratto disgustoso.
Durante uno dei suoi giretti sul suo quad, Renee trova un mostro rimasto intrappolato nella catena di un pick-up rovesciato. Nonostante ne sia spaventata, perché l’essere in questione ha sette chilometri di zanne e l’aria poco amichevole, lo libera e, il giorno dopo, torna sul posto armata di telecamera. Comincia così tra la giovane terrestre e l’alieno poco amichevole una relazione complicata ma profonda, una vera e propria connessione telepatica, alla maniera di E.T., per cui se Renee è arrabbiata e spaventata, lo è anche l’alieno, chiamato dalla ragazza Croak, perché fa dei versi che le ricordano quelli di una gigantesca rana.
Ovviamente, sulle tracce di Croak, ci sono i classici agenti governativi, ancora meno amichevoli dell’alieno, che sono armati di pessime intenzioni nei suoi confronti e faranno di tutto per acciuffarlo, anche minacciare o ferire Renee, i suoi amici e la sua famiglia.
Oates non si accontenta di scrivere a dirigere Xeno, ma se lo monta anche da solo e si occupa degli effetti speciali, che sono tutti relativi alla realizzazione di Croak. Un gran bel da fare, dato che l’alieno non è aggiunto in post produzione, ma è un pupazzone animato sul set e sempre presente accanto alla nostra WIlson, in squame e zanne e occhioni neri. Croak è, già di suo, uno spettacolo nello spettacolo, frutto di un lavoro meticoloso e complicato, soprattutto oggi che siamo abituati a vedere creature con movenze perfette ed espressioni facciali che arrivano dritte dalla uncanny valley.
Croak è fatto alla vecchia maniera, quindi con cavi, burattinai, stantuffi vari e aggeggi meccanici che io non ho idea di come funzionino, ma è sempre un piacere vedere sullo schermo nell’anno del Signore 2026, specialmente in un esordio a basso budget che avrebbe potuto risparmiare parecchio, se si fosse affidato agli effetti visivi.
Infatti, Croak si vede pure poco, nel corso del film, quasi mai a figura intera, e il montaggio, a volte un po’ troppo sincopato, sta lì per coprire le magagne dovute alla decisione di procedere in modo artigianale.
Eppure, proprio perché la sua è una presenza concreta e tangibile, le interazioni con l’attrice protagonista possiedono una credibilità corporea che oggi è quasi impossibile trovare in produzioni con risorse maggiori di questa.
Wilson ci mette del suo, perché diventa più brava a ogni film, e mi sta anche piacendo molto il percorso da lei intrapreso, inchiodato al cinema indipendente. Il risultato è che ogni scena in cui comunica con Croak ha un peso emotivo importante, che aiuta molto a entrare nel film e a ignorarne le parti difettose.
Xeno è una coccola dolcissima che compie un vero e proprio miracolo di sospensione dell’incredulità grazie a una serie di trucchi e accorgimenti tecnici con un coefficiente di difficoltà altissimo.
Ma il miracolo non è soltanto tecnico, è anche narrativo, perché, come dicevamo prima, non si tratta di Psycho Goreman, che deve farti ridere e rivoltare lo stomaco mentre assisti alle gesta di un assassino interstellare e della sua padroncina umana, più sadica, perfida e crudele di lui.
Xeno ti fa affezionare a una creatura mostruosa, ma mostruosa per davvero, con un aspetto repellente, niente affatto indifesa. Che Croak sia pericoloso, ce lo mostrano subito nel prologo del film, che sia capace di uccidere è un dato di fatto, che il legame che stabilisce con Renee non annulli il rischio costante di averci a che fare, è scontato.
Per questo la relazione tra i due, con tutti i suoi tratti di ambiguità, è complessa e stratificata, e pone anche un certo numero di questioni morali, obbliga costantemente Renee a compiere delle scelte e farsi delle domande senza risposte immediate.
Poi certo, il film è messo in scena apposta perché non ci siano dubbi su da che parte schierarsi, tra Croak e i loschi figuri che gli danno la caccia, e comunque Croak è un tesoro, non ha mai fatto nulla di sbagliato e io morirei per lui, mi prenderei una pallottola al posto suo, sterminerei città intere per salvargli la vita.
Ma io sono quella che si commuove quando muoiono gli xenomorfi, quindi non sono proprio la migliore giudice di una situazione piuttosto ingarbugliata.
Una delle cose che il cinema contemporaneo, quello di genere e per ragazzi in testa, sta facendo meglio, è di modificare la nostra prospettiva nei confronti di tutti quegli animali (o creature, se ragioniamo in termini fantascientifici) ai quali è sempre toccato il ruolo ingrato di minacciosi antagonisti da sterminare. Croak ha le sembianze di un grosso insetto con qualche tratto da rettile, In un film fatto per i bambini della mia generazione, un gruppo di giovani protagonisti eroici gli avrebbe dato la caccia e lo avrebbe ucciso nel finale. Non si tratta neppure di quel cinema, sempre esistito e oggi ancora più sotto i riflettori, dalla parte del mostro, perché in ogni caso, l’aspetto esteriore del mostro di cui prendere le difese è sempre stato poco alieno, per il motivo banalissimo che mostro ok, ma almeno rendiamolo umano, in qualche modo, o almeno un po’ mammifero.
Croak non è nessuna di queste cose: non parla, emette suoni sgraziati, si muove goffo, non è neanche buffo, non è mai carino. L’unico mezzo che abbiamo per capire se vuole mangiarci o no è l’espressione dei suoi occhi che cambia a seconda dell’umore. Non c’è mai un solo momento in cui Renee provi a umanizzarlo, ed è questa, a mio parere, la grande vittoria del film, e forse anche il vero motivo per cui è passato sotto silenzio: sfugge con caparbiertà a qualsiasi tentazione antropomorfa. Croak non è costretto a cambiare la propria natura per avere l’amore di Renee, rimane sempre se stesso. Renee lo ama, lo apprezza e lo capisce per ciò che è.
Non saprei se sottoporre Xeno a un bambino, perché è un film straziante e, ribadisco, molto cupo. Ci sono alcune scene di violenza su una bambina, sia in famiglia, sia compiute dai militari, che potrebbero impressionare un pubblico infantile. Se le potenzialità omicide di Croak non vengono sfruttate a dovere per motivi di rating (è pur sempre un PG13), Xeno è molto meno innocuo e leggero dell’ultimo Predator, per fare un esempio recente. Insomma, va un po’ elaborato, spiegato e discusso. Tutte cose che, a mio parere, dovrebbero essere parte integrante del cinema per ragazzi, ma io avviso lo stesso, perché non voglio traumatizzare nessuno.
Ha, tuttavia, un’etica di fondo che potrebbe essere molto istruttiva: “Non essere quello che vogliono tu sia”, dice a un certo punto Renee a Croak, “Sii mio amico”.
Nella sua semplicità, appunto, infantile, è una battuta che spiega meglio di un trattato la percezione della mostruosità e della diversità in generale, e quanto sia facile attribuire a qualcuno delle caratteristiche negative soltanto perché non ci somiglia.
Concetto applicabile agli animali non umani e anche agli umani che ci sembrano alieni.
Spero arrivi in Italia in qualche modo, almeno in streaming, perché un lavoro così prezioso e delicato si merita la più ampia diffusione possibile.











