Deathstalker

Regia – Steven Kostanski (2025)

Potrei mettermi a urlare di gioia e finirla qui, ma ci tengo a parlarvi del Deathstalker di Kostanski perché è la cosa più bella che mi sia capitata nell’ultimo mese e mi pare giusto condividerla con voi.
Ho già detto in un altro articolo recente, quello dedicato al meno riuscito Red Sonja, che nell’aria c’è un tentativo di riportare in auge un genere dato per spacciato da quarant’anni, ovvero il sword and sorcery. Non lo vedo un processo facilissimo, perché il pubblico non è preparato a questo tipo di fantasy e, in ogni caso, si tratta di film molto piccoli, se non altro se definiamo la grandezza di qualcosa in base al budget.
Non ho mai rimpianto la scomparsa cinematografica del sword and sorcery: se si escludono le lodevoli eccezioni (il solito Conan di Milius, Beastmaster di Coscarelli, se vogliamo anche Excalibur di Boorman, anche se forse gioca in un’altra categoria), quasi tutti i guerrieri nerboruti, solitamente accompagnati da fanciulle in abiti succinti, quando veniva loro concesso di indossare qualcosa, possono finire dritti nel bidone dell’umido e rimanerci.
Detto ciò, è tutta una questione di artigianato e atmosfera, e quelli, nel fantasy contemporaneo, sono decisamente carenti.

Deathstalker, quello del 1983, appartiene alla categoria bidone dell’umido, e credo che anche i più grandi estimatori di quella stagione cinematografica non possano darmi torto. Nonostante abbia partorito una serie di film (mi pare siano quattro), sta bene dove sta, nel dimenticatoio. Giusto un pazzo potrebbe avere l’idea di riesumarlo nel XXI secolo, e noi siamo di fronte a un pazzo: Kostanski, l’uomo innamorato di frattaglie e pupazzoni, possiede la giusta faccia tosta per un’operazione di questo tipo, all’insegna della nostalgia per tutto ciò che concerne la fattura, modernissima per i contenuti.
Il suo Deathstalker è una scanzonata avventura splatter all’insegna di mostri gommosi, animazioni in stop motion, maschere di cartapesta, creaturine bizzarre, decapitazioni e geyser di sangue; una cosa che scalda il cuore dall’inizio alla fine.
Non ricordo tutti i film della vecchia saga, iniziata nel 1983 in Argentina sotto il patrocinio di Roger Corman, e terminata in Bulgaria nel 1991, ma mi sembra che Kostanski, anche sceneggiatore, si sia limitato a prendere qualche dettaglio riconoscibile qua e là, e poi abbia fatto di testa sua, eliminando per prima cosa tutta la turpe faccenda di stupri che costituiva un imprescindibile troncone del film originale.

Deathstalker (Daniel Bernhardt)  è un cavaliere caduto in disgrazia che, per tirare a campare, spoglia i cadaveri sui campi di battaglia e rivende i loro beni in giro. Un giorno, commette l’errore di estorcere a un principe morente un amuleto e l’oggetto maledetto gli attira addosso i più feroci assassini del reame. Legato a lui da un incantesimo, l’amuleto si rivelerà importantissimo per sconfiggere lo stregone Necronemnon, intenzionato a riportare in vita demone Sytor. Deathstalker, accompagnato dal mago Doodad e dalla ladra Brysbane, si imbarca quindi in una quest per sconfiggere Necronemnon. 
Come vedete, siamo proprio al grado zero del genere, per quanto riguarda la struttura del racconto, ma non è importante, anzi, è giusto che sia così, dato che il senso è proprio riportare in vita quel tipo semplice, lineare, confortevole, di fantasy. 
C’è una missione da compiere, un eroe riluttante che non ha molta voglia di essere un eroe, dei compagni d’avventura, dei nemici che si mettono in mezzo, ed è tutto qui per un centinaio di minuti. Ciò che distingue questo Deathstalker da uno qualsiasi dei cloni di Conan degli anni ’80 è la passione sfrenata con cui Kostanski lo realizza e lo fabbrica, pezzo per pezzo, oggetto di scena per oggetto di scena, coreografia per coreografia, protesi per protesi.

È impossibile, all’alba del 2026, fare un film senza l’ausilio di effetti visivi in post produzione, siano anche soltanto un paio di cancellazioni perché c’è il boom del fonico riflesso in una pozzanghera; eppure il lavoro di Kostanski nel farne il più possibile a meno è commovente. Ricorre a tutta una serie di trucchi che potrebbero essere considerati obsoleti se non funzionassero ancora a meraviglia, e che sono superati dalla tecnologia solo per motivi economici e di tempo. Quello che sembra volerci dire Kostanski dagli inizi della sua carriera, sia come regista sia come curatore di effetti speciali, è che non c’è quasi niente che non possa essere fatto su un set, basta avere un briciolo di creatività e di abilità nel costruire le cose.
Se è un discorso che provoca una reazione nostalgica, e solo perché sappiamo benissimo che il cinema non si fa più così, non deriva da un atteggiamento reazionario, ma dalla consapevolezza, data da un enorme mestiere, che un guerriero non morto (tanto per prendere una a caso delle creature del film) ha una resa estetica più efficace se la sua presenza è concreta e tangibile, se c’è una persona sotto tonnellate di cerone e dentro a un costume, che ha imparato le mosse del combattimento e interagisce, come in una danza, con il protagonista.

Prima che qualcuno fraintenda, questo non è un attacco ai VFX, anzi. Amo moltissimo l’arte dietro gli effetti visivi e sono convinta che non se ne possa prescindere in parecchi ambiti, come la fantascienza di alto profilo, i movimenti fluidi di certi tipi di creature, gli animali (selvatici, ma anche non), in generale la costruzione di mondi alternativi. 
E tuttavia, esistono generi, l’horror principalmente, ma anche questo tipo di fantasy molto specifico, in cui molto spesso il suo impiego è dannoso, se non accompagnato da un uso massiccio di effettistica pratica. I film di Kostanski, tutti, ma Deathstalker ancora più degli altri, ne sono una splendida testimonianza. Definire Deathstalker un omaggio un po’ camp e un po’ sbruffone a un cinema che ha cessato di esistere è di certo pertinente, ma non del tutto esauriente.
Deathstalker è il trionfo dell’artigianato cinematografico, un dispiegamento di forze che non vedevo da anni al servizio di una passione bruciante per il film in quanto espressione di mestiere e professionalità, in ogni reparto: trucco, stunt, scenografia, costumi, animatroni. È come vedere un’orchestra che suona un brano difficilissimo e te lo fa sembrare facile, divertente, persino sciocco. Ma se un minimo sai come si realizzano certe cose e capisci la fatica e il sudore che ci sono dietro, finisci per applaudire commosso.

Non sfonderà mai nel cinema di serie A perché non è la sua dimensione, però Kostanski è davvero uno che lavora con sincerità, che questa robaccia la ama sul serio. Magari continuerà a guadagnarsi da vivere soprattutto facendo effetti speciali per film non suoi, e come regista si dedicherà a progetti stramboidi e destinati a un pubblico ristretto, ma molto motivato e molto affezionato.
Intanto, dietro la macchina da presa è cresciuto tantissimo e Deathstalker è la sua opera migliore. Spero ci sia un seguito e che la nuova versione di Deathstalker arrivi, pure quella, a quattro film, che li superi anche. Ci serve, un franchise così.
Ultima postilla per la colonna sonora pazzesca composta da Blitz/Berlin, il duo canadese che si sta facendo un nome nel circuito dell’horror indipendente, che abbiamo ascoltato di recente in Queens of the Dead (loro la rielaborazione del tema de Il Giorno degli Zombi) e che ascolteremo, spero, a breve nel remake di Silent Night Deadly Night.
Tra i produttori figura Slash, che ha pure suonato la chitarra in molti dei brani presenti nel film. In particolare, la canzone Deathstalker è una bombetta metal. Buona visione e buon ascolto.

Un commento

  1. Avatar di Giuseppe
    Giuseppe · · Rispondi

    Ottima recensione per quest’ultimo Kostanski che, come da sua prassi, la passione in quel che fa ce la mette sul serio (credo proprio fosse QUESTO il Deathstalker che tutti avrebbero voluto vedere già negli anni ’80). Mi permetto solo di aggiungere un titolo alla tua lista di eccezioni: La Spada a Tre Lame di Albert Pyun (fiorse il punto più alto in assoluto della sua carriera)… 😉

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