La Mano sulla Culla

Regia – Michelle Garza Cervera (2025)

Il film di Curtis Hanson, uscito nel 1992, è stato uno dei cardini della programmazione televisiva della mia adolescenza. Lo hanno trasmesso tante di quelle volte che penso di saperlo a memoria. Andava in onda con il bollino rosso a causa delle tematiche scabrose, ma non è mai stato un film particolarmente violento, perché se è vero che gli anni ’90 sono noti per essere il decennio del thriller erotico, sono anche quello del thriller domestico. A volte i due filoni si intrecciavano, ma si tratta comunque di due bestie diverse, con due destini diversi. Il thriller erotico è progressivamente scomparso dalle scene, quello domestico ha resistito fino ai giorni nostri, anche se assumendo forme diverse: grande fortuna in narrativa (con sporadici tentativi di tornare su grande schermo, quasi mai riusciti) e sul piccolo schermo, con addirittura in canale via cavo che è quasi del tutto a esso dedicato, Lifetime.
La Mano sulla Culla del 1992 era un thriller domestico, che di erotismo ne aveva ben poco, sempre che non troviate in qualche misura erotiche le molestie durante una visita ginecologica, e allora è un problema vostro, non mio.

In comune, thriller erotico e thriller domestico hanno soprattutto il fatto di essere, nel loro intimo, conservatori. Ovviamente stiamo generalizzando, perché parliamo di quella tipologia specifica di thriller nella sua espressione più commerciale e a formula, non di geniali variazioni sul tema come Bound e Basic Instinct. Il thriller erotico mette in guardia gli uomini nei confronti dei loro appetiti sessuali che li mettono nei guai, ma la colpa è delle donne; il thriller domestico mette in guardia le donne nei confronti della loro stessa emancipazione, ma comunque la colpa è sempre delle donne.
La Mano sulla Culla fa passare le pene dell’inferno alla sua protagonista perché denuncia una violenza e perché delega il suo lavoro sacro e santo di madre a un’altra persona. Poi il film è più sfumato di così, per fortuna, ed è lo stesso una piccola bomba a orologeria di tensione che rivedo sempre volentieri, in particolare perché Rebecca de Mornay è fantastica e, con la sua interpretazione, riesce a trasformare un filmaccio della domenica sera in un piccolo gioiello camp.
Rifare La Mano sulla Culla nel 2025 significa tenere conto di tutto questo bagaglio, e non è affatto un’operazione facile, non se fatta con il minimo sindacale di sincerità. Impossibile replicare senza grossi cambiamenti strutturali la formula del primo, e allo stesso tempo si rischia di trovarsi di fronte a un oggetto artificiale, un film che pare realizzato con il pallottoliere.

Garza Cervera dirige, ma questa nuova versione de La Mano sulla Culla è quasi un film su commissione: la sceneggiatura è infatti opera di Amanda Silver e Micah Bloomberg; entrambi hanno alle spalle cose molto riuscite e altre un tantino discutibili. Nel caso de La Mano sulla Culla, bisogna subito dire che il loro script ricade nella zona discutibile della loro carriera.
Il materiale su cui si trova a lavorare Garza Cervera è molto lontano dalle sottigliezze e dalla profondità del suo Huesera, ma non penso che lei stessa, al suo esordio negli Stati Uniti con un film destinato ad andare dritto su Hulu, si facesse poi tutte queste illusioni.
Trama, personaggi e colpi di scena serviti dai due autori sono così ordinari e aderenti alla norma dello streaming 2025, da sembrare scritti da un algoritmo.
Abbiamo la nostra protagonista Caitlin (Mary Elizabeth Winstead) nel ruolo della mamma alla ricerca di un aiuto dopo la nascita della sua secondogenita, e la nostra antagonista Polly (Maika Monroe) in quello della malefica tata, che si insinua nella famiglia di Caitlin al fine di distruggerla.
Cambiano, e di parecchio, le motivazioni di Polly, e cambia anche il momento in cui le conosciamo: nel film del ’92 all’inizio, qui verso la fine.
Qui Caitlin è una tipica mamma progressista, attenta all’ambiente e fissata con i cibi biologici, sposata a un uomo messicano (perché, appunto, siamo progressisti) e con un passato bisessuale. Di conseguenza Polly si configura immediatamente come la lesbica predatrice.
Insomma, ad analizzarlo in linea teorica, a partire soltanto da ciò che la sceneggiatura ci offre, La Mano sulla Culla dovrebbe essere un tonfo clamoroso, uno di quei film che danno ragione ai detrattori a prescindere della pratica del remake. 

E invece no, perché Garza Cervera non è l’ultima arrivata. Oddio, da un punto di vista delle forze in campo sicuramente lo è: ha la Disney alle spalle, due dive (regine, immense, stupende) in scena, un meccanismo narrativo preimpostato che se ne dovrebbe andare col pilota automatico, e poca libertà di movimento.
Lei sale in cattedra e la sfrutta tutta, piegando alla sua volontà una sceneggiatura di per sé molto fiacca, spremendo fino all’ultima goccia le sue due attrici, che stanno al gioco molto volentieri, e trasformando questo film che parte azzoppato in un thriller di eleganza sopraffina, e persino dotato di una certa carica sovversiva.
Relegando tutto il resto ai margini, si concentra sulla relazione tra le due donne e la porta ai limiti consentiti dalla goffaggine della scrittura: sì, Caitlin è vagamente bisessuale, mentre Polly è sessualmente disinibita. Di conseguenza giochiamoci tutta la prima parte del film sull’attrazione tra loro due e lasciamo stare il resto, ci penseremo dopo. Quello che, sulla carta, è queerbaiting in purezza, una pratica che pensavo fosse stata abolita nel 2019, in mano a Garza Cervera diventa l’impossibilità di esprimere il proprio desiderio all’interno di un contesto borghese e soltanto falsamente progressista. 
Tutta la vita di Caitlin è un castello di carte pronto a venire giù con un soffio di vento. Le sue sicurezze, sentimentali ed economiche, sono edificate sulla menzogna e sull’ipocrisia e, quando Polly dice a una delle due figlie, quella più grande, di conoscere un segreto che riguarda sua madre, quasi ci crediamo che il film finirà con le due donne che scappano insieme, lasciando quel perfetto esemplare di coglione del marito alle prese con pappette e pannolini. 

Poi, purtroppo, tutto questo non avviene, perché la sceneggiatura se ne va da tutt’altra parte, ma anche in questa incresciosa circostanza, la regista è così brava da portarsi il film a spasso dove vuole lei, dove decide lei. Se la Peyton interpretata da de Mornay nel 1992 era un mostro femmina in tutto e per tutto, qui a Maika Monroe vengono concesse milioni di sfumature diverse, e tante opportunità per portarle alla luce tramite la sua recitazione nervosa e terribilmente fragile. 
Come se fosse un manuale di istruzioni per thriller domestici innocui e privi di mordente, la sceneggiatura decide di toccare i temi importanti come la depressione post parto, il trauma, la violenza sessuale (anche per citare il film del ’92, altrimenti cosa ci stiamo a fare qui, con la mano sulla culla?) e quella domestica sui bambini. Certo che il marito è convinto che Caitlin sia pazza, certo che la donna subisce gaslight per dare modo a Polly di tessere la sua tela, mentre nessuno si pone il minimo dubbio nei suoi confronti. Dopotutto, il progenitore del thriller domestico si chiama Gaslight
Però la regia si muove in continua dissonanza con questa lineare morte per noia indotta, lo fa insinuando la macchina da presa nelle ricche e sofisticate architetture della casa in cui quasi tutto il film si svolge, e portandone a galla il vuoto emotivo, la freddezza, la mancanza di comunicazione e vicinanza emotiva.
Perché il gaslight comincia ben prima che Polly venga assunta, perché alla fine Polly è soltanto il detonatore di una bomba a orologeria che ticchetta tra le mura della villetta da alta borghesia californiana, provvista persino di comoda dependance dove far alloggiare la servitù, perché tutta questa vita domestica idilliaca è soltanto un miraggio, una ridicola illusione in cui crogiolarsi finché la realtà non ti viene a bussare alla porta. E la realtà fa schifo, puzza e sanguina.

Non è un gran film, purtroppo. Poteva esserlo, ma ci sono troppe cose messe lì a ostacolarne il cammino, soprattutto la sua distribuzione che lo scaraventa dritto nel cestone streaming. Però è un esempio di come una storia cambi a seconda del modo in cui viene messa in scena, e di quanto spesso una brutta sceneggiatura possa anche essere aggiustata in corso d’opera, grazie a una direzione attenta e a due attrici strepitose che sanno seguire una visione molto precisa.
È anche un primo ingresso di un’ottima regista nel cinema a budget medio-alto, e io sono sempre contenta quando a gente come Garza Cervera viene dato in mano un pozzo di soldi. In questo momento sta lavorando al suo prossimo horror, questa volta scritto da lei, e prodotto dalla RT Features di Rodrigo Teixeira (The Witch, Ad Astra, Call Me by Your Name). Se per fare i suoi film, è dovuta passare attraverso il tritacarne Hulu, va benissimo. Ne è anche uscita vincitrice, per quanto mi riguarda.
Ultima nota: ascoltate la colonna sonora di Ariel Marx, che è forse la migliore dell’anno.

Un commento

  1. Avatar di Christian Princeps
    Christian Princeps · · Rispondi

    Eh però se Polly e Caitlin fossero fuggite insieme,poi avrebbe corso il rischio di diventare il remake di “Thelma e Louise”…Sono molto d’accordo, i thriller erotici e domestici trovano un’enorme diffusione soprattutto negli anni ’90, questo è indubbio ; anche se il genere nasce,per come lo conosciamo, già negli anni ’80 , “Fatal attraction” di Adrian Lyne è del 1987. Comunque è un genere che non mi ha mai preso troppo( come in genere tutto il thriller di derivazione anglo-americano, diverso il discorso per il giallo classico…). Oggi questo genere di pellicole spadroneggia soprattutto tra i film TV, sullo stile di quelli che infestano il sabato sera..

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