
Regia – Adilkhan Yerzhanov (2024)
Il tema del settimo giorno della challenge è quello delicato e soave della vendetta, e io mi sono andata a capare un revenge movie che arriva dritto dal Kazakistan ed è diretto da un regista molto prolifico, del quale non avevo colpevolmente mai visto un solo film fino a oggi.
Non è neanche la prima volta che parliamo di un film kazako, su questo blog e, mentre facevo i compiti cercando di capire come fosse messo il Kazakistan con il cinema di genere, mi sono resa conto che lì c’è una situazione molto vitale. Lasciando come nota a margine l’impegno di recuperare quanti più film possibile, e soprattutto il prossimo di Yerzahanov, Kazakh Scary Tales, andiamo a vedere che razza di bestiaccia incarognita sia questo Steppenwolf.
È in effetti una bestiaccia molto incarognita, uno di quei film che, quando hai finito di vederlo, hai bisogno subito di una commedia romantica per non lasciarti andare alla disperazione più cupa. È anche un film splendido, con delle immagini indimenticabili per composizione e luce, e coniuga un tono molto crudo, a tratti assurdo e grottesco, a dei momenti di lirismo puro.
A una settimana esatta dall’inizio della challenge, si piazza al primo posto tra le nuove visioni.
Il film si svolge in una desolata zona rurale, dominata da una guerra civile tra bande. Non ci viene spiegato molto di quello che accaduto prima che il racconto cominci, ma c’è aria di apocalisse, di crollo della civiltà così come noi la intendiamo.
La polizia se ne va in giro a sedare rivolte e a compiere rastrellamenti e, ovviamente, le guardie sono tutte corrotte. Tra loro c’è Brajyuk, il cui compito è torturare i prigionieri, un essere privo di scrupoli e morale, una macchina dispensatrice di dolore e morte.
Alla stazione di polizia si presenta Tamara, una giovane donna a cui è stato appena rapito il figlio Timka. Tamara parla pochissimo e quelle quattro parole che dice sono quasi sempre incomprensibili. A parte la sua feroce determinazione nel trovare il bambino, anche su di lei il film è molto avaro di informazioni: dal suo modo di esprimersi e di muoversi, da come si relaziona agli altri personaggi del film, è evidente che le sia successo qualcosa di talmente orribile da farla precipitare in quella che appare come una psicosi traumatica.
Se tuttavia gli intenti di Tamara sono molto chiari, quelli di Brajyuk molto meno. Quando i due si incontrano alla stazione di polizia, lui sembra disposto ad aiutarla soltanto perché così può usarla per levarsi dai guai; nel momento in cui scopriamo chi ha rapito Timka, uno spietato boss locale che usa i bambini come riserva per un traffico di organi, anche Brajyuk diventa implacabile.
I due cominceranno quindi a viaggiare in questo deserto infernale, rimuovendo ogni ostacolo che si frappone tra loro e il ritrovamento di Timka e del suo sequestratore. Seguirà, che ve lo dico a fare, mattanza.
Mad Max, e con lui tutta la progenie nata dall’estetica apocalittica di fine anni ’70, ci ha insegnato che la fine del mondo, pur in tutta la sua tragedia, è pittoresca. Quando il mondo collassa, escono fuori personaggi bizzarri, veicoli rabberciati ma variopinti e, in generale, diventano tutti punk.
Nonostante Steppenwolf sia tematicamente affine a Mad Max, soprattutto al primo film della saga di MIller, da un punto di vista estetico presenta un paesaggio apocalittico tra i più desolanti e grigi io abbia mai visto. Yerzhanov sceglie un approccio molto minimalista a quello che, a tutti gli effetti, è un futuro distopico dove le regole della società civile hanno smesso di avere una funzione, dove non esiste più un collante tra le persone né un codice che impedisca loro di saltarsi reciprocamente alla gola.
Tutto questo è messo in scena senza eccessi, con estrema sobrietà, senza neanche stare troppo a sottolineare la violenza, tanto essa permea e scandisce ogni istante della vita dei personaggi, siano essi deboli e indifesi come Tamara o forti e assuefatti come Brajyuk.
Lo stile è quello a metà tra un cinema d’azione altamente stilizzato e prosciugato di ogni tentazione di compiacimento, e un western esistenziale, sul modello di quelli di Don Siegel degli anni ’70. Anche come struttura narrativa ricorda tantissimo un vecchio western di Siegel, Gli Avvoltoi Hanno Fame, in particolare per il legame tra i due protagonisti, anche se qui è tutto molto più brutale e privo della seppur minima forma di redenzione.
Da Miller, invece, il film prende l’idea del moto perpetuo, di personaggi che non possono fermarsi, che vanno incontro al loro destino spinti da una forza primordiale, la ricerca affannosa del figlio per Tamara, la vendetta per Brajyuk.
Non dovete però pensare che Steppenwolf sia un film adrenalinico o tutto scoppiettante di inseguimenti e sparatorie: il ritmo è lento, riflessivo, le inquadrature, talmente belle che ovunque mettiate in pausa vi esce fuori un quadro, sempre fisse. C’è un’abbondanza di campi lunghi e lunghissimi con l’intento di inserire gli attori in un paesaggio ostile e brullo, e di isolarli gli uni dagli altri, poiché tutti rinchiusi nel propri tormenti privati, e anche incapaci di comunicare.
Se la vita biologica degli esseri umani prosegue, per istinto di sopravvivenza e perché siamo delle creaturine ostinate e tignose, l’apocalisse è compiuta da un punto di vista morale e affettivo.
Brajyuk non aiuta Tamara per preservare la purezza dell’amore materno, o anche solo per essere mosso a pietà dal candore di lei: all’inizio è solo uno strumento, poi lei si mette a seguirlo e lui si abitua alla sua presenza e se la porta dietro tipo palla al piede.
Se speriamo che Tamara faccia emergere in qualche modo l’umanità perduta del suo compagno di viaggio, non è questo il caso. C’è solo un momento, molto commovente, in cui la vera natura di Brajyuk esce fuori, ma è appunto, un attimo. Poi torna a essere sempre il solito stronzo che ride delle paure di lei e la fa scendere dal camion per andare a controllare che il cadavere di un bambino non sia quello di Timka.
Anche perché c’è una vendetta atroce da consumare, c’è un bambino da trovare, manca il tempo per l’introspezione psicologica o per l’evoluzione dei personaggi e, anche nelle numerose pause che il film si prende dall’azione, non è questo lo spazio per guardarsi dentro o cambiare. Qui c’è solo da contemplare lo sfacelo ormai avvenuto e resistere un altro giorno per raggiungere il proprio obiettivo, che comunque non sposterà di una virgola la spirale distruttiva del mondo.
Siamo dalle parti del nichilismo estremo, insomma, ma non è un nichilismo che si bea di se stesso. Lo sguardo di Yerzhanov è pietoso tanto quanto il suo film è crudele. Se indulge in qualche momento comico-grottesco (gli occhiali a forma di cuore, i balletti di Brajyuk, le risate fanciullesche di Tamara), è solo per farti sprofondare ancora di più nel fango al momento successivo. A suo modo, è persino delicato, soprattutto con Tamara, per come tratta il suo passato, per come la tiene sempre ai confini dell’orrore che le si consuma davanti agli occhi, e mai la rende parte attiva in esso. Viene persino evitato, e credo in maniera del tutto consapevole, il cliché della violenza sessuale, implicita nelle sporadiche e frammentarie informazioni su Tamara, ma mai esplicitata.
I due attori (Berik Aytzhanov e Anna Starchenko) sono colossali, con il primo a caricarsi sulle spalle un ruolo sgradevole, bravissimo nel dare a Brajyuk tutta una serie di sfumature, e capace di passare dall’assoluta mancanza di emozioni all’altrettanto assoluto strazio di una sequenza in particolare, con un monologo che io non lo so come abbia fatto a uscirne vivo; Starchenko, invece deve rappresentare l’ancora morale del film pronunciando in tutto tre parole, sempre le stesse, nel corso degli oltre cento minuti di durata, e recitare solo con gli occhi e con la postura del corpo. Sono due prove che fanno impallidire molti loro colleghi hollywoodiani. Neanche menziono, per vergogna, i colleghi italiani.
Come tutti i film post-apocalittici che abbiano senso di esistere, Steppenwolf è molto, troppo simile al nostro presente. Fa paura perché sappiamo di essere a un passo dal mondo che qui viene messo in scena, e non ci piace affatto sentircelo dire con questa chiarezza.
Se volete farvi del male, lo trovate a noleggio su Prime.












Buongiorno Lucia,per la challenge di oggi dedicata alla vendetta,ho scelto una chicca per intenditori,un piccolo film per la televisione,primissimo esordio alla regia del mitico Frank Darabont,ho scelto “Buried Alive” del 1990.
Ammazza, che sei andato a ripescare. Molto interessante!
Questa perla kazaka che hai scovato deve comportare un peso psicologico/emotivo non indifferente, da consigliare con prudenza a chi voglia accingersi alla visione, a quanto scrivi, ma credo ne valga la pena…
La mia “Vendetta” per oggi? Anche se forse sarebbe tecnicamente più giusto parlare di “cruenta riappropriazione del maltolto”, la scelta cade su Sisu – L’immortale.
Sta anche per arrivare il sequel del grande Sisu!
Speriamo sia allo stesso livello del capostipite 😉👍
L’ho visto e devo dire che mi ha lasciato freddo, questo tipo di operazioni (penso a Izo e a Mandy, ad esempio) non fanno per me.
Però Mandy, che a me non era piaciuto, va tutto in eccesso. Questo è molto sobrio, a parte quel paio di dettagli, tipo gli occhiali o i balletti di lui, stravaganti.
Sì, hai ragione, lo stile è molto differente, ma il film kazako ha avuto lo stesso sgradevole effetto su di me che hanno avuto i due sopramenzionati film: il susseguirsi sistematico e meccanico degli omicidi li ha “deumanizzati”
Day 7:
«Hola. Mi nombre es Inigo Montoya. Tu hai ucciso mi padre. Preparate a morir!»
🗡️😁