Cinema degli Abissi: Shark Bait

Regia – James Nunn (2022)

Non sarebbe estate se non ci fosse il consueto affollamento di filmacci con gli squali. Roba che, per un buon 90%, è formata da indicibili porcherie, realizzate non si sa bene per quali motivi, forse per fregare i gonzi come me che appena vedono una pinna spuntare in mezzo al mare non riescono a resistere e si fiondano su qualunque cosa il mercato DTV proponga. Quest’anno, l’attenzione di noi amanti di questo particolare filone è tutta concentrata su The Reef: Stalked, in uscita a fine luglio, ma nel frattempo è arrivata un bel po’ di spazzatura portata a riva dalla corrente.
Poi capita che, rimestando tra la spazzatura, si trovi qualcosa di inaspettatamente buono. Shark Bait è una produzione originale di Tubi, quindi, se disponete di un VPN, ve lo potete guardare gratis con dei comodissimi sottotitoli in inglese e qualche interruzione pubblicitaria. Sulla carta è il solito, banalissimo survival con gli squali, ma in questo caso specifico è il nome del regista a fare tutta la differenza del mondo. 
James Nunn è un nome che magari non vi dirà niente, ma si tratta di uno dei più bravi registi direct to video in circolazione, uno di quelli che speri faccia il salto il prima possibile perché vorresti proprio vederlo al timone di un progetto grosso e ambizioso. 

Sul versante di nostro interesse, ovvero l’horror, ha esordito con l’ottimo Tower Block nel 2012 e poi ha diretto un pugno di film d’azione (spesso con Scott Adkins) che, da soli, nobilitano il concetto di DTV. One Shot, per esempio, è uno degli action migliori dello scorso anno, quasi senza rivali. Insomma, Nunn è uno che con la macchina da presa non è che ci sa fare. Di più. E infatti prende una sceneggiatura abbastanza banale, degli attori così così, un budget non propriamente faraonico e degli effetti speciali spesso inadeguati, e riesce a coprire e a mascherare tutta questa serie di problemi con un mestiere invidiabile, trasformando così un cumulo di spazzatura in un piccolo e divertentissimo film che sta a metà tra The Reef e The Shallows, con una spruzzata di 47 Metri, e non a caso, perché Nunn su quel film ha fatto l’aiuto regista e il regista di seconda unità. 
La situazione di partenza del film è davvero molto simile a quella presentata in The Reef, solo che qui ci sono le moto d’acqua al posto della barca a vela, e i personaggi sono molto più imbecilli rispetto a quelli del film australiano. 

Cinque ragazzotti del Kansas in vacanza per lo spring break in Messico (anche se il film è girato a Malta, che forse sarebbe pure stata un’ambientazione più interessante) non hanno di meglio da fare, la mattina presto dopo un party sulla spiaggia, che rubare due moto d’acqua in un noleggio ancora chiuso. Dopotutto, sono le 6 del mattino. Dato che, lo abbiamo detto prima, sono imbecilli, si spingono un po’ troppo lontano dalla costa e, per confermare la diffusa impressione di imbecillità, mentre sfrecciano sulla superficie dell’oceano, finiscono per scontrarsi. Una delle due moto affonda, l’altra ha un danno al motore. Uno dei ragazzi ha una gamba rotta, sono in mare aperto, non hanno modo di tornare indietro, nessuno sa dove si trovano, perché giustamente le moto le hanno sgraffignate senza avvisare il titolare del noleggio, e di conseguenza un grande squalo bianco arriva a punirli. Non è fame, la sua, è proprio necessità di dare agli imbecilli una lezione. C’è, com’è d’uopo in questi casi, un personaggio un po’ più raziocinante rispetto ai suoi colleghi ed evidentemente destinato a sopravvivere. Si capisce subito chi sia e si capisce anche chi morirà prima, chi dopo, chi nel mezzo. In pratica, Shark Bait è stato scritto con lo sceneggiatore automatico. Strano, perché il curriculum di Nick Saltrese richiederebbe un minimo di sforzo in più. 

E invece no. Io me lo immagino il povero Nunn che legge un copione simile e pensa: “È mai possibile che devo sempre fare tutto io?”, e poi si rimbocca le maniche e fa tutto lui, con la preziosa collaborazione, mai da sottovalutare, dei suoi due montatori. Ma ci torniamo.
Per prima cosa, Nunn compie una scelta estetica molto precisa, quella di girare il 90% con la macchina da presa a pelo d’acqua. Ora, è evidente che il film non è stato tutto girato in mare, che spesso si nota una ingombrante presenza del green screen e che gran parte delle sequenze più concitate hanno richiesto la tranquillità di una piscina per essere portate a termine. Ma se non altro Nunn non si dimentica una cosa fondamentale: la minaccia vera è l’acqua, è ciò che si nasconde appena sotto la sua superficie, è quell’immensità sconfinata che comincia appena sotto i nostri piedi e dalla quale può emergere qualunque cosa ad afferrarci e trascinarci in basso. L’idea di tenere sempre l’inquadratura a metà tra sotto e sopra e farla spostare spesso tra le due dimensioni, è esteticamente interessante perché comunica tutte queste inquietudini legate al trovarsi in balia del mare aperto in maniera chiara e poco dispendiosa a livello economico. Non meno importante, è molto bello da vedere. Al resto ci pensa il montaggio che alterna le frequenti riprese dall’alto della moto d’acqua dispersa nel bel mezzo dell’oceano, unico rifugio per i nostri protagonisti, con le loro soggettive su un orizzonte in cui l’occhio si smarrisce, sempre uguale a se stesso: una tomba priva di limiti. 

A quel punto, non è poi così importante che i personaggi siano, a voler essere generosi, abbastanza trascurabili: ci siamo noi dentro l’acqua, noi siamo sottoposti alle continue aggressioni dello squalo, e sempre noi abbiamo come sola e fragilissima barriera tra la vita e la morte un trabiccolo inutilizzabile che si può rovesciare da un istante all’altro. Che voi direte, è un po’ poco per sostenere 90 minuti di lungometraggio, e io sarei anche, in linea teorica, d’accordo con voi. Ma il ritmo è sempre altissimo, i dialoghi scarni, la lotta per la sopravvivenza credibile e, nonostante qualche effetto mal cagato, il gore abbondante e cattivo al punto giusto. Se la CGI lascia spesso a desiderare, gli effetti pratici sono ottimamente realizzati, a partire dalla gamba rotta di uno degli imbecilli, con tanto di osso esposto e fiumi di sangue. Una delle morti, in particolare, è di una crudeltà fuori scala e, a patto che siate fan del genere, quella dedicata a Shark Bait sarà davvero un’oretta e mezza (scarsa) di sano e disimpegnato divertimento. Ciò che poi chiediamo a un film consumato in una afosa sera di giugno. 

Certe volte, davvero, non si ha bisogno di niente altro che assistere all’impietosa dipartita di un gruppo di imbecilli a mezzo squalo, sempre perché gli squali non sono assassini assetati di sangue, ma dispensatori di giustizia ed equilibrio cosmico. In altre parole, non gli devi rompere i coglioni andando a fare lo scemo con le moto d’acqua nel loro territorio. 
Facezie a parte, Shark Bait potrebbe anche esservi utile per scoprire l’esistenza di un regista molto interessante, purtroppo relegato alla categoria “cestone dei dvd”, e recuperare gli altri suoi film. Sono sicura che mi ringrazierete. 

5 commenti

  1. Non so se quest’anno arriverrano degli shark movies da noi in sala,di film sugli animaloni assassini per ora sembra confermato solo il film a tema felino “BEAST” con Idris Elba(ad agosto)! Rimanendo in tema squali,non vedo l’ora di vedere il sequel di “THE MEG” diretto da Ben Wheatley che uscirà ad agosto 2023!

  2. Spesso temo delusioni dal genere, ma mi hai convinto. Proverò a recuperarlo. Mai abbastanza squali a caccia di imbecilli.

    1. Tubi per questa robaccia è una miniera d’oro. Però lo è pure per tante cose bellissime, eh. Tubi è la svolta.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Forse sbaglio io nell’impostare i parametri di ricerca (il semplice titolo mi rimanda a un omonimo film d’animazione), ma su Tubi ancora non sono riuscito a trovarlo… 😐

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