Torn Hearts

Regia – Brea Grant (2022)

Il binomio horror e musica country è abbastanza inconsueto. Non perché non ci sia un lato inquietante del country. Anzi, ho scoperto proprio mentre preparavo questo post che esiste un intero filone di musica country decisamente creepy, ma non è questo il caso della musica presente in questo film, che è al contrario molto leggera, colorata e gioiosa, e l’estetica voluta dalla nostra Brea Grant è coerente con essa, mentre i toni e i temi del film sono, al contrario, oscuri e, è proprio il caso di dirlo, dissonanti.
Torn Hearts è una produzione Blumhouse, ha tutte le caratteristiche di un PG13, anche se uscendo solo in streaming (su Epix) non sottostà al rating per le sale cinematografiche, ed è diretto, ma non scritto, da Brea Grant. È la prima volta che la regista lavora su una sceneggiatura non sua, e anche con un budget di poco superiore a quello concessole dal circuito ultra indipendente in cui di solito si muove. Quindi ero molto curiosa di sapere cosa aveva combinato, anche conoscendo la storia del rapporto controverso tra Blumhouse e registe. 

Siamo in quel di Nashville e un duo di promettenti musiciste country, le Torn Hearts appunto, sta cercando di fare la scalata al successo. Leigh è la cantante, Jordan la compositrice e chitarrista; le ragazze scoprono l’indirizzo di una vecchia gloria del country, ritiratasi da anni, Harper Dutch (Katey Sagal). Insieme alle sorella Hope, era stata una stella del genere negli anni ’90, poi il suicidio di Hope l’aveva portata a vivere da reclusa. Gira voce che Harper stia pensando di tornare sulle scene, e allora le due ragazze si presentano davanti alla sua porta e le propongono di scrivere e registrare una canzone insieme. Mal ne incoglie a entrambe, com’è prevedibile parlando di quello che, a tutti gli effetti, è un horror psicologico. Ma se è prevedibile dove andrà a parare il film, non è possibile conoscere in anticipo il modo, molto tortuoso, in cui si arriverà lì, né le motivazioni dietro alla meccanica degli eventi.
Per essere il più sintetica e chiara possibile, Torn Hearts è perfido e divertente, e già questo dovrebbe bastarvi. Ma non basta, perché è anche il film più rosa del 2022. E io non so cosa altro dirvi per convincervi a vederlo prima di continuare a leggere il pezzo. Non farò spoiler, ma è comunque meglio arrivare davanti a Torn Hearts al buio. 

Quando hai la fortuna di trovarti sul set una Sagal versione Sunset Boulevard, ma country kitsch, se toppi il film è davvero tutta colpa tua. Brea Grant, che è una regista con una consapevolezza dei mezzi a disposizione in ogni film che ha dell’impressionante, non sbaglia un colpo e assembla l’intero film intorno alla sua antagonista. Le due giovani attrici che vestono i panni di Leigh (Alexxis Lemire) e Jordan (Abby Quinn) sono entrambe molto brave e in parte, ma vengono fagocitate dal carisma straripante di Sagal. E non affatto un male, anzi, è in continuità con la storia del film, con l’atmosfera, con le sottili torture psicologiche cui Harper sottopone le due musiciste che hanno avuto la sventura di andare a chiedere il suo aiuto, felici di incontrare uno dei loro idoli e costrette ad avere uno sgradevolissimo impatto con la realtà.

Cosa fa, esattamente, Harper con le due ragazze? Le manipola mettendole una contro l’altra e in costante competizione su quale delle due sia più importante all’interno del gruppo, su chi sia davvero indispensabile e chi, al contrario, da usare e da gettare, su chi possieda il vero talento. Da un lato, Harper non fa altro che portare a galla dei conflitti già presenti nel rapporto tra Leigh e Jordan, dall’altro (ed è questa la parte davvero horror) replica una dinamica che ha già vissuto con sua sorella, perché conosce soltanto quella, e il suo unico modo di approcciarsi a un’altra donna è tramite una spietata e ferocissima rivalità, così estrema da non lasciare alternative se non l’eliminazione diretta dell’altra, chiunque sia questa “altra”.
Eppure Harper per prima sa che il problema non era sua sorella Hope e il problema di Leigh non è Jordan (o viceversa): all’inizio del film, la si sente parlare di un gruppo di uomini che tirano le fila dell’industria discografica e non sanno cosa farsene di te quando approdi dalla “parte sbagliata dei 35”. Ma questo non è sufficiente perché lei riesca a spezzare la spirale autodistruttiva, e non è sufficiente nemmeno perché lo spezzino due donne che sono arrivate un paio di generazioni dopo di lei. 
E alla fine, del gioco al massacro in cui perdono tutte, chi ne trae beneficio? Sì, lo avete capito, un maschio. 

La sceneggiatrice di Torn Hearts, Rachel Koller Croft, è molto brava nel rappresentare queste dinamiche conflittuali attraverso dei dialoghi efficaci e taglienti, mentre Brea Grant punta tutto sui contrasti: decadimento e lustrini, musica allegra e psicosi omicida, uso dei colori solitamente associati alla femminilità come controcanto perfetto a un racconto che potrebbe essere definito un manuale di misoginia interiorizzata.
Il paragone, molto irriverente, che ho fatto prima con Il Viale del Tramonto non è campato in aria, soprattutto per quanto riguarda la gestione dello spazio in cui si svolge l’intero film: la villa decadente di Harper, con i suoi recessi che ricordano l’antico lusso e gli scarafaggi che scorrazzano in cucina, è il cuore del film, un luogo che pare stringersi intorno alle due ragazze e, allo stesso tempo, ingrandirsi, svelando dietro a ogni corridoio una nuova stanza segreta. Grant muove la macchina da presa con grande abilità tra queste mura che sembrano quasi vive, si sofferma sulle reliquie del passato e sugli sfregi del presente, racconta una storia parallela a quella della manipolazione psicologica operata da Hunter sulle sue giovani vittime, quella di un mondo che finge di cambiare e non cambia mai davvero, e ha molto chiaro chi debba essere sconfitto e chi uscirne vincitore. 

Non dovete tuttavia credere che si tratti di un film serioso, anzi: alla fine sempre di Brea Grant parliamo e, guardando ai film che ha diretto o scritto (come Lucky) i toni sono sempre molto leggeri e giocosi, anche se sotto questa aria da festicciola tra amiche, si nascondono delle tematiche e delle riflessioni urgenti e attuali. Anche se in questo caso non c’è il suo lavoro in fase di scrittura, che sia un film diretto da lei è evidente a chi la segue da qualche anno. In particolare, la direzione delle attrici, è proprio roba sua: ha estratto tutto il talento comico di Angela Bettis in 12 Hours Shift e ora eccola a far brillare Kaey Sagal che si divora una scena dopo l’altra come la belva feroce che è.
Mi piace molto la piega che sta prendendo la carriera di Brea Grant e sono certa che, con il budget e la sceneggiatura giusti, potrà riservarci delle bellissime sorprese. 

4 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    L’avevo intravisto “in giro” ma colpevolmente non gli ho prestato la giusta attenzione. La tua recensione, di cui ho letto solo la prima parte accettando il tuo consiglio di vederlo senza saperne troppo, intriga assai. Spero di avere il tempo di vederlo, ultimamente la sera sono troppo stanco e mi addormento davanti alla tv alle 10… la vecchiaia…

    1. Io faccio una fatica bestiale a vedere un film la sera. Ti capisco. Per questo cerco cose più o meno leggere e divertenti.
      E rosa, sì, ho bisogno di un sacco di rosa nella mia vita 😅

  2. Molto interessante, e cercherò di dargli un’occhiata appena possibile.
    Trovo molto interessante la dinamica distruttiva che descrivi, e che ho sentito citare spesso (ad esempio nel podcast di Valerie Day) come pratica standard di molti produttori di alto livello negli anni ’90 – quella di mettere gli elementi femminili della band “sotto pressione” e le une contro le altre “per tirare fuori il meglio” (o qualche altra baggianata del genere).

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Mi risponderai di farmi i cazzi miei, probabilmente, ma visto che è già passata più di una settimana di silenzio te lo chiedo lo stesso: tutto bene da quelle parti?

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